I PALAZZI DELLA REGIONE MOLISE
 I Palazzi della Provincia di Campobasso,(2a puntata).

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I ''Palazzi della Regione Molise'' é un soggetto molto vasto che va trattato in centinaia de pagine.  Proveró  di far fronte a questa sfida scrivendo una prima pagina sui palazzi della Provincia di Campobasso e una seconda pagina  -in una prossima puntata-  sui palazzi della Provincia d'Isernia.

Si tratta, infatti, di farvi conoscere, sommariamente, più di quaranta palazzi sparsi su l'intero territorio molisano.  La difficoltà non é solo il numero dei palazzi, ma la storia molto vasta e particolare ad ogni palazzo, sopratutto se si pensa che alcuni di essi sono stati edificati sul territorio molisano dieci secoli fa e che sono tuttora, la fierezza dei nostri borghi. 

La sfida diventa poi sovrumana se dovessi descrivere le vicende storiche di ognuna delle famiglie che hanno abitato e si sono succedute tra le mura di monumenti urbani che riflettono non solo la storia, ma la vita civica dell'alto medioevo e quella successiva dell'epoca signoriale che si stende dal XIII/mo al XVIII/mo secolo. 

 

I Palazzi del Molise, in generale, sono strettamente legate ai borghi molisani.  Molto spesso nascono col borgo, oppuro appaiono nell'abitato in momenti propizi di sviluppo economico dell'abitato, oppure con l'arrivo di nuove personalità politiche, affiliate alle potenze che occupavano i territorii del  meridione

 

           Petacciato, Pl Ducale

italiano.  Questi stessi poteri politici che introneggiavano i loro ''Signori Vassalli'', dalla piana di Venafro alle rive del mare adriatico, furono gli stessi che, senza scrupoli, li detronizzarono quando avevano il minimo dubbio sulla loro fedeltà alle politiche del potere centrale.

 
Qui va pure detto che in molti casi non abbiamo le date esatte delle costruzionii dei Palazzi Signorili; in gran parte, tali date sono approssimative ( fa eccezione qualche palazzo); e ció é dovuto alla mancanza di documenti sia in loco, sia in archivi statali.   Capita spesso, dunque, che un edificio é stato datato soltanto in base all'analisi approfondita della struttura muraria
o dello stile utilizzato durante la costruzione.
 
Un secondo elemento, comune alla maggioranza dei palazzi molisani, d'ordine struturale; infatti spesso i palazzi sono passati, con l'andar del tempo e del clima politico, da fortilizi con precise caratteristiche difensive a veri propri palazzi gentilizi.  Fu  infatti esattamente il caso per i paesi di  Campomarino, Casacalenda, Larino, Lucito, Macchia Val Fortore, Montagano, Montorio nei Frentani, Oratino, Petacciato, Ripabottoni, Ripalomosani, Rotello, San Martino in Pensilis e Trivento.   Va notato pure un ultimo elemento comune alle costruzioni dell'epoca longobarda e sopratutto normanna e questo elemento rivela sempre che vi é un accostamento del palazzo ducale o signorile con la chiesa e col borgo. Nicola Franco
 
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Palazzo Gambacorta, Macchia Valfortore : nel 500
Il paese si colloca in una posizione molto suggestiva, a metà strada tra Pietracatella e Sant’Elia a Pianisi, dominando il lago artificiale di Occhito, trait d’union con la Puglia.  Il palazzo baronale poggia le sue fondamenta su un antico castello di epoca medievale, ricostruito e riadattato a residenza signorile nel cinquecento.   L’intero borgo di Macchia Valfortore ha infatti origini castrensi: già nel 1150 come “dominus” dello stesso viene nominato un certo Gualterius Gentilis. Notizie successive riguardano la dominazione aragonese, quando il feudo di Macchia Valfortore risulta appartenere ad Antonio Colla.  Per circa tutto il ‘500 signori di Macchia furono i de Regina.  Probabilmente a loro sono dovuti i lavori di riadattamento a residenza signorile del castello. Il secolo successivo per Macchia fu il secolo dei Gambacorta, che rimasero titolari del feudo dal 1618 al 1701. Dopo il fallimento della congiura di Macchia contro la corona spagnola, Gaetano Gambacorta, uno dei suoi più accessi sostenitori e capeggiatori della rivolta, fu costretto a devolvere la sua proprietà al Demanio Regio, che cedette Macchia a Giuseppe Ceva Grimaldi: la sua famiglia rimase titolare del feudo e del castello sino all’eversione della feudalità. Il castello ha continuato ad essere identificato come il palazzo Gambacorta.   L’edificio si sviluppa su tre livelli e risente dei diversi rimaneggiamenti subiti nel corso dei secoli.  L’elemento più bello del palazzo è la torre esterna, posta sulla destra dell’arco di ingresso. La torre è incassata per metà nelle mura del palazzo ed è suddivisa su tre livelli.
 
Matrice, Palazzo Ciaccia :  prima metà del settecento
 
Il palazzo della famiglia Ciaccia è collocata in via Francesco Ciaccia a Matrice.Esso risale alla prima metà del Settecento e venne ampliato, con l’aggiunta di un corpo architettonico, dopo il terremoto del 1805, che distrusse Matrice e molti altri centri della regione.  Il palazzo Ciaccia è stato realizzato con pietra locale, ricavata da una cava vicina al cimitero del paese, ma l’intonacatura di recente apposta ha coperto la pietra a vista, che oramai si può osservare solo su una fiancata.  Importante è il bel portale a due colonne con basamento, sormontato dallo stemma dei Ciaccia di Matrice, che reca un’aquila bicipite come lo stemma asburgico; la famiglia è di origini bulgara.  La famiglia più nota, che si impossessò di Matrice, fu quella dei Luparia .  L’episodio più noto di questa famiglia è collegato alla figura di Pietro Luparia, figlio di Nicola, che partecipò di persona allo scontro fra Papa Bonifacio VIII e il Re di Francia, Filippo il Bello.  La politica di Bonifacio VIII sosteneva il primato del potere ecclesiastico sul potere imperiale, con la pretesa di sottomissione da parte del Re di Francia alle propria autorità.  Filippo il Bello ordinò così la cattura del Papa: Bonifacio VIII, che fu imprigionato e successivamente liberato dalle truppe, provenienti da Roma.  Ma Bonifacio VIII continuò con una politica egemonica, questo portò nuovi scontri diplomatici fino alla sua cattura.  Nonostante negli antichi testi storici non è presente il suo nome, Pietro Luparia partecipò, insieme al Barone di Nogaret e a Sciarra Colonna, alla cattura del Papa e anche al furto del Tesoro Apostolico.  In seguito a tale avvenimento, nel 1304 Pietro Luparia fu condannato per le sue scelte con la confisca del castello di Lupara e la terza parte dei suoi feudi.La famiglia Luparia si estinse nella prima metà del XIV secolo.
 
Palazzo Marchesale, Montagano :  XV secolo

Il palazzo marchesale, conosciuto come palazzo Janigro, si trova nel cuore del centro storico, non distante dalla chiesa madre dedicata a Santa Maria Assunta.  L'edificio in parte è andato distrutto, ma conserva l'imponenza del tempo in cui il palazzo ospitava i signori del paese.  Di notevole bellezza è il giardino pensile, che si intravede passeggiando nella zona retrostante il palazzo.   Nel XV secolo palazzo Janigro consisteva in una semplice rocca, a carattere difensivo, costruita per volontà dei conti di Montagano, titolari del feudo. Si può ipotizzare che uno dei primi proprietari dell'edificio fosse Francesco di Montagano, capitano d'armi, che combatté al fianco del maestro Giacomo Caldora prima dell'avvento della monarchia aragonese. A Francesco, morto senza eredi diretti, successe il fratello Giacomo, anch'egli abile cavaliere al seguito di Alfonso I d'Aragona, con il quale ebbe fine la stirpe dei Montagano.  Il feudo e il suo castello furono ceduti a Gherardo Felice Appiano, che nel 1495 appoggiò Carlo VIII nella spedizione contro la casa d'Aragona.   Purtroppo le sorti gli furono avverse e il suo favore verso i francesi gli costò il titolo e molti suoi possedimenti, tra i quali Montagano. Succedettero i de Capua, i Pignatelli, i Capece e i Vespoli; quest'ultimi vendettero il palazzo alla famiglia Janigro, che tuttora è proprietaria di una parte del fabbricato....continua

Palazzo Magliano, Montorio nei Frentani : Nessuna informazione
Montorio nei Frentani è un paese di origine longobarda del basso Molise, caratterizzato dalla cosiddetta Terra Vecchia, cioè il paese antico che presenta ancora il suo borgo medievale.Il paese si distingue per la presenza di numerose torri, mura di cinta e antiche porte d’accesso, che conservano ancora oggi le feritoie e i resti delle posizioni di artiglieria.All’interno del borgo antico spicca tra le altre abitazioni il palazzo Magliano.   Non è possibile risalire con certezza alla data di edificazione del palazzo Magliano, in quanto l’unico documento è un’iscrizione in latino posta sull’architrave della porta d’ingresso, che reca la data del 1737, riferibile a una delle ricostruzioni che sicuramente hanno interessato l’edificio.Anche sulla finestra del loggiato è visibile un’iscrizione in latino, che si riferisce invece ai costruttori del palazzo, indicati con le sole iniziali A P M..  Palazzo Magliano è un modello di abitazione nobiliare di origine medievale, poi trasformato nel corso dei secoli.  Dalla sua struttura possente e dalle mura a scarpa si capisce che originariamente doveva essere parte di un complesso sistema difensivo-residenziale, ma i cambiamenti subiti nel corso dei secoli ne hanno alterato l’aspetto fino a inglobarlo totalmente tra le case del paese.La funzione difensiva che l’edificio ha avuto in passato è chiaramente denunciata dal fatto che il palazzo è stato costruito sulle antiche mura di cinta di Montorio nei Frentani. Le mura includono anche “Porta Caticchio”, una tra le più antiche e caratteristiche porte di accesso al borgo.Il palazzo prende il nome da Domenico Magliano, presente a Montorio già dal 1714 e appartenente ad una delle famiglie più illustri dell’epoca, residenti nella Terra Vecchia. L’iscrizione datata 1737 è probabilmente relativa a interventi di ristrutturazione o ricostruzione curati dalla famiglia Magliano quando prese possesso del palazzo.
 
Palazzo Giordano, Oratino  : fine del 400
Nella piazza principale di Oratino è collocato il palazzo Giordano che, insieme alla Rocca, rappresenta una delle testimonianze più importanti della storia, del folklore e quindi della cultura del paese.   Il palazzo è stato edificato intorno alla seconda metà del '400, anche se le fonti più dettagliate risalgono all'epoca dei Giordano, famiglia importante da cui il palazzo ha ereditato il nome. I Giordano sono stati i proprietari del palazzo dalla fine del secolo XVIII fino agli inizi del secolo XIX e hanno promosso una serie di interventi per la conservazione e la salvaguardia del palazzo fino ai nostri giorni.    Il palazzo originariamente si componeva di quattro torri merlate poste agli angoli che il duca Giuseppe Giordano fece eliminare nel secolo XVIII, per attenuare il carattere severo e cupo del palazzo.  Le fonti tramandano che il duca Giuseppe Giordano, in occasione del terribile terremoto di Sant'Anna, nel 1805, non volle abbandonare il castello, al quale rimase legato da un profondo amore fino alla morte (1814).   l terremoto danneggiò seriamente il castello, segnando il crollo dell'angolo nord-est, in seguito ricostruito.  In principio l'edificio era distante rispetto all'abitato ed era circondato da fossati, che tutelavano il palazzo dalle incursioni dei nemici.  Oggi i fossati sono stati ricoperti da terra e l'area intorno al palazzo è stata trasformata in una zona pianeggiante, dalla quale si può ammirare un esteso panorama.
 
Palazzo Ducale, Petacciato : XIII XIV ? secolo
Cuore del borgo antico, il castello medievale ha subito diversi interventi nel corso dei secoli. Queste trasformazioni hanno alterato la struttura a carattere militare ma ne hanno mutato anche la funzione, che un tempo era prettamente difensiva.   Da una parte l'assenza di documentazione dall'altro la difficile lettura stilistica rendono la ricostruzione storica molto complessa.   Oggi il castello ci appare completamente trasformato in una residenza signorile, molto lontano quindi dai canoni medievali che un tempo erano prevalenti.  Il castello di Petacciato sembra avere origini normanne, in quanto il suo assetto originario era costituito da una pianta quadrangolare, da mura massicce e dalle classiche torri per la difesa del maniero.  Esso presentava anche un ponte levatoio: è ancora visibile, sulla facciata ovest del castello, l'attacco dove il ponte veniva agganciato, per essere poi sollevato attraverso un sistema di carrucole.  Una dettagliata descrizione del palazzo venne fatta nel 1906 dall'avvocato di Ortensia d'Avalos, Guido de Ruggero.  Dalle informazioni dello stesso si sa che l'edificio si sviluppava su due piani sotto i quali vi erano i sotterranei, utilizzati come cantina e come deposito per le armi.  Il castello aveva due grandi giardini con piante ed alberi pregiati ed una scuderia molto spaziosa, non molto distante dall'edificio.   Quando il castello divenne proprietà del Comune di Petacciato, si cominciò la ristrutturazione del tetto e del giardino e il consolidamento dell'intera struttura. Il castello è tuttora oggetto di questa ristrutturazione, per poter in seguito adibire l'edificio a manifestazioni culturali e ricreative.
 
Palazzo Cini-Tanasso, Portocannone : XVIII secolo
Il paese sorge sulla riva destra del fiume Biferno, a poca distanza dalla costa adriatica.  L’influenza del mare ha segnato molto la storia di questo piccolo centro, infatti nel passato popolazioni di origine albanese si sono insediate dando vita ad un centro multietnico tanto che ancora oggi si parla un dialetto albanese-molisano.  I possessori di questo palazzo furono i Cini e i Tanasso.  Il palazzo baronale di Portocannone fu costruito tra il 1735 e il 1742 dal barone Carlo Diego Cini.che divenne proprietario del feudo di Portocannone nei primi anni del secolo XVIII.Il casato dei Cini è originario di Guglionesi, e ha goduto di una certa importanza già a partire dal XV secolo. Gli esponenti più conosciuti della famiglia furono Matteo Cini, Capitano di Lance di Re Ferrante I,e suo figlio Lorenzo, governatore di Guglionesi.In epoca successiva il palazzo fu venduto alla famiglia Tanasso, che tutt’oggi ne è proprietaria.Il palazzo Cini – Tanasso di Portocannone si colloca all’interno del nucleo urbano, in una posizione che sottolinea la sua funzione essenzialmente residenziale.Il potere della famiglia si rispecchia nelle soluzioni architettoniche del palazzo: in particolare il cortile interno ed il loggiato esterno sono di imponente e raffinata fattura, simbolo del prestigio sociale dei proprietari. La rinascita di Portocannone è legata anche a una leggenda popolare.Si narra che gli albanesi sbarcati in Molise nel XV secolo cercarono di spingersi nell’entroterra: incerti sulla strada da percorrere, lasciarono che fosse la Madonna di Costantinopoli a decidere per loro.La sua immagine venne adagiata su un carro trainato da due buoi: dopo aver percorso un lungo tratto di strada, gli animali si fermarono in un luogo, sul quale gli albanesi decisero di ricostruire il paese raso al suolo dal terremoto e di dargli lo stesso nome.E’ proprio in memoria di questo avvenimento che ogni anno si svolge la famosa gara della “Carrese”.


Palazzo Francone , Ripabottoni :  1150...1168
Diversi furono i toponimi che in passato caratterizzarono Ripabottoni, tutti preceduti dal termine “Ripa” per la posizione dell’abitato su una rupe. La leggenda vuole che il paese sia stato fondato dai Goti con il nome di Ripa Gotorum. Nel 1181 il borgo era conosciuto con il nome di Ripabrunaldo.  In tale epoca il feudo apparteneva a Giuliano di Castropignano, signore di Castropignano e Morrone al quale successivamente, durante il regno di Guglielmo il normanno detto “il Buono”, succedette Roberto Avalerio.  In epoca angioina il borgo subì incendi e razzie da parte dei contadini di Centocelle e di Pianisi, territori circostanti, che protestarono contro le “pretese territoriali dei confinanti” e contro le mire dei baroni per la difesa della libertà “di pascere, di far legna e di attingere acqua nel territorio”.  Nel 1303 Francesco Acquaviva riunì la proprietà del feudo, che per diversi anni rimase ripartito tra diversi titolari e la sua famiglia mantenne il dominio per quasi due secoli.In seguito il paese fu dominato da signori provenienti dall’alta nobiltà del Regno di Napoli tra i quali Giacomo Conte di Montagano e Gherardo di Appiano.  Nel 1495 Re Ferrante II d’Aragona trasferì la proprietà  a Andrea de Capua la cui dinastia rimase titolare di Ripabottoni sino al XVI secolo.  Tra il 1512 e il 1523 Ripabottoni passò ai Carafa e da questi, nel 1675 a Paolo Francone marchese di Salcito e principe di Pietracupa.  La famiglia Francone rimase feudataria sino al 1806 anno della morte dell’ultimo membro della famiglia.  Ad ereditare il feudo fu Ambrogio Caracciolo principe di Torchiarolo e nipote dei Francone.
 
Palazzo Ducale, Ripalimosani : XI secolo
Ripalimosani sorge su di uno sperone roccioso, dal quale si può ammirare la vallata del Biferno. Il paese è molto caratteristico, costituito da una serie di casette in tufo, arroccate su di una collinetta, all'estremità del centro antico. Esse si affacciano sulla strada offrendo uno spettacolo suggestivo a coloro che, soprattutto di notte, si trovano a passare nella zona: il gioco di luci dato dai fari posti per illuminare le casette e la collina rende il paesaggio davvero particolare.  I signori che vi rimasero più a lungo furono i Mastrogiudice e solo dal 1828 i Marinelli.  Gli interventi che subì l'edificio furono così radicali da far perdere allo stesso gran parte delle componenti feudali, che lo caratterizzavano.Durante il Rinascimento il castello venne trasformato in una vera e propria residenza fortificata, la stessa struttura che in definitiva possiamo ammirare oggi.  Il primo vero e proprio restauro ed ampliamento del palazzo lo si deve all'intervento di Marino Mastrogiudice, che tra il 1516 e il 1517 divenne signore di Ripalimosani. Nel 1521 avvenne la trasformazione da castello in dimora baronale.  L'edificio venne adattato col tempo alle esigenze delle famiglie ricche dell'epoca, tanto che la sua più radicale trasformazione, si ebbe proprio durante il Rinascimento, quando cominciarono a farsi ancora più incalzanti le esigenze della nobiltà.   Il primo piano del palazzo costituiva il cosiddetto piano nobile con le camere di rappresentanza; al secondo piano erano invece sistemate le stanze da letto e di uso privato.Interessanti le opere che si conservano in memoria degli antichi fasti infatti, in una delle tante sale del piano nobile, si conserva un altare murale, decorato a mosaico di scuola napoletana dell''800, con bolla papale del tempo. Alcune stanze sono arricchite da dipinti ottocenteschi, risalenti all'epoca del Regno delle due Sicilie e da mobili d'epoca molto pregiati.Gli ambienti sono molto suggestivi, specchio della vita dei signori che vi abitarono. Una vita fatta di scontri e armistizi, di lussi e stravaganze che solo i nobili potevano permettersi, tanto che ancora oggi gli ampi saloni, gli eleganti corridoi e gli sfavillanti lampadari rievocano i balli e i ricevimenti, che animavano le sere del castello, mentre nelle prigioni si consumavano le tragedie e gli orrori più inenarrabili.
 
Palazzo Colavecchio Rotello : Anno di costruzione, sconosciuto
Rotello presenta un caratteristico centro storico, costituito da casette settecentesche, che rievocano i luoghi e i tempi di epoche ormai passate.  I Normanni furono per molto tempo i feudatari di questa contea. Durante il periodo angioina, i feudatari furono i d'Alemagna, ai quali seguirono nel secolo XIV i Sanframondo.  Si succedettero nel XV secolo i
Boccapianola, I De Capoa, i Caracciolo.  Un documento datato 8 gennaio 1566 racconta che Rotello con il suo territorio faceva parte della Provincia di Capitanata, secondo la circoscrizione amministrativa di quell'epoca.  Il borgo con mura di cinta era abitato da Albanesi.  Nel 1792 Rotello divenne terra regia.  Purtroppo sulla storia e sulle vicende costruttive del castello di Rotello, nel corso dei secoli passati, non si hanno molte fonti scritte, che documentino le vicissitudini legate al sito.Con certezza, però, si può affermare che la struttura architettonica odierna del castello di Rotello, oggi "Palazzo Colavecchio", è il risultato di notevoli mutamenti che ne hanno stravolto la struttura originaria.  Come è accaduto nella gran parte del territorio molisano, la maggior parte dei fortilizi hanno mutato la loro destinazione, passando da strutture con precise caratteristiche difensive a vere e proprie residenze signorili.   Stessa sorte ha visto protagonista il palazzo Colavecchio di Rotello, che anticamente rivestiva un vero e proprio ruolo di fortilizio, cinto da mura perimetrali e dotato di torretta per gli avvistamenti.  Il centro storico di Rotello è cinto per una parte dal palazzo feudale. La parte antica di Rotello è infatti dominata dal Palazzo Colavecchio, un castello di tipo residenziale che occupa l'area che un tempo ospitava l'antico castello - fortilizio.  Attualmente il palazzo Colavecchio di Rotello è stato adibito ad abitazione privata, per cui internamente è stato riadattato in base alle esigenze delle famiglie, che vi dimorano.
 
Palazzo Baronale, San Martino in Pensilis : XI...XII ? secolo
S. Martino in Pensilis, ridente cittadina della provincia di Campobasso, sorge su di una collina, sulla riva destra del fiume Biferno, a poca distanza dalla costa adriatica. Il palazzo baronale, tradizionalmente chiamato "castello", si trova nei pressi dalla chiesa di S. Pietro, nel centro storico, definito dagli abitanti del luogo "mezzaterra", ossia cuore del villaggio.  Secondo una prima ipotesi il palazzo baronale sarebbe stato edificato durante la dominazione normanna, intorno ai secoli XI e XII.  Questa ipotesi risulta avvalorata da una serie di elementi importanti.  Innanzitutto, grazie a un registro dei Baroni tenuto da Guglielmo il Buono, morto nel 1189, è possibile risalire al nome del primo feudatario, che dimorò nel palazzo, un certo Domenico Amerio, contemporaneo di Roberto di Bassavilla, conte di Loretello, oggi Rotello.  Una seconda ipotesi vuole che il palazzo baronale sia stato edificato nel secolo XV sui resti di una chiesa; di qui la presenza di quattro archi gotici, riutilizzati nell'impianto del "castello".   Un  manoscritto del 1590  descrive anche il cortile che conserva la sua funzione .  Interessante è poi la presenza, nelle sale del palazzo, di archi gotici, risalenti all'epoca della presunta costruzione del palazzo.  All'interno del palazzo c'erano merli in pietra e merloni, che non si ritrovano più all'estremità delle mura. Il documento tramanda anche l'esistenza di una "sala del trono", simbolo indiscusso del potere feudale, e di una torre adibita a residenza per il feudatario.  Attualmente al castello si accede attraverso una scalinata, che immette nel cortile. Caratteristico è il loggiato, che affaccia sulla piazza principale del paese e dal quale si scorge il mare.Il palazzo si eleva su tre piani, i cui interni sono stati oggetto di numerose trasformazioni anche se si conservano alcuni caratteristici corridoi stretti e bui, che ricordano i vecchi interni del castello.  Nei sotterranei del "castello" sono stati rinvenuti degli scheletri mummificati, che fanno ipotizzare episodi infausti e funesti.  Pensiamo allo JUS GLADII, la facoltà cioè di condannare i sudditi a morte. Altro terribile diritto esercitato era JUS PRIMAE NOCTIS, il diritto della prima notte.  Durante la prima notte di nozze, infatti, le ragazze venivano costrette a concedersi al signore del castello, ancor prima che al marito.  Le spose venivano prima lavate e profumate nella sala della "lavanda" e poi, in bianche vesti di lino, venivano accompagnate dall' impaziente signore.  Ricordiamo, però, che lo "jus primae noctis" scomparve a S. Martino in Pensilis molto prima che Carlo V lo abolisse definitivamente.  Come in molti castelli anche a S. Martino era presente un trabocchetto, una sorta di botola, che si ribaltava quando ci si poggiava il piede, facendo cadere il malcapitato nel fossato sottostante.
 
Casa Trotta di Annoja, Toro  :  fine del seicento

Toro è un grazioso paese, poco distante da Campobasso, di antichissime origini.    Le antiche strutture si possono ammirare, percorrendo la via Orientale, con alte case disposte a schiera, i cui basamenti si allargano per potersi ben appoggiare al terreno.   Uno degli edifici più attrattivi di Toro è senz'altro la casa della famiglia Trotta di Annoja.  Purtroppo come molti altri manufatti anche tale edificio ha subito delle deturpazioni a causa delle calamità naturali, che per buona parte hanno cancellato e oscurato le bellezze di un tempo.La casa è stata colpita infatti dal terribile terremoto del 1805, che provocò danni ingenti a persone e cose e che non risparmiò, naturalmente, le bellezze architettoniche del territorio molisano.In seguito a tale catastrofe la casa venne parzialmente ricostruita.  Successivamente, agli inizi del Novecento, venne restaurata.La costruzione, che sorge accanto alla chiesa madre, sorge sui resti del preesistente edificio, abbattuto nel terremo del 1805. il pesante portone di quercia si apre su un mondo fatato. Il mobilio, le suppellettili, le vestigia del passato, resistono nell’atrio in penombra, nella smisurata cucina, sulle cui pareti sono allineate le pentole e pentoloni di rame e grossi archibugi, nelle sale arredate con gusto e parsimonia, nella biblioteca che custodisce libri rari e manoscritti preziosi; resistono in ogni ambiente del palazzo, dalla legnaia, al frantoio, alla cantina fornitissima, su su fino alle camere da letto. Dovunque aleggia l’atmosfera magica dei secoli andati.   Toro appartenne alla badia beneventana di S. Sofia del secolo VIII, rimanendo feudo ecclesiastico fino al 1785.  Il personaggio principale della splendida residenza fu Domenico Trotta, che aprì nel 1817 a Toro in un'ala della casa una scuola, avendo studiato diritto a Napoli.   Nel 1820 in quanto seguace del movimento liberale, gli fu vietato di riunirsi con altre persone e fu costretto a fare scuola a porte aperte.  Nel 1848 venne eletto deputato al parlamento, dopo la costituzione concessa da Ferdinando II, e nel 1860 fu nominato Intendente di Molise fino a quando, in seguito alla venuta di Garibaldi a Napoli, Nicola De Luca divenne Governatore.  Il figlio di Domenico, Luigi, fu sindaco di Toro per venticinque anni e intrattenne scambi culturali con diversi scrittori ed eruditi del tempo. A Toro, tra le mura di casa Trotta, accade di stupirsi ancora dello scorrere lento delle ore, e ritrovarsi a indugiare sui ritratti di galantuomini di paese che, oltre a curare i campi e il nome di famiglia, curavano l’istruzione dei giovani borghesi molisani e intrattenevano rapporti epistolari con grandi italiani del tempo, Tommaseo, Cantù, Panzini, per citare solo i più noti. 

Trivento, Palazzo Colaneri  XIII...XIV ? secolo
Trivento è un centro agricolo posto su una collinetta che domina il fiume Trigno, all'altezza della sua confluenza con il torrente Rivo.   La zona che si trova in pianura è collegata con la parte più antica del paese grazie a una scalinata di 365 gradini.  Palazzo Colaneri è nella parte più alta del centro storico, in prossimità dell'antica cattedrale.   Probabilmente il toponimo Trivento deriva dall'antico "Terventi", come mostra una lapide con epigrafe in latino, venuta alla luce in un sotterraneo della Cattedrale del paese.  Trivento nel corso delle guerre sannitiche rimase totalmente spopolato e solo grazie all'insediamento e intervento della tribù Voltinia il paese ricominciò a svilupparsi.  A causa della scarsità dei documenti non è possibile risalire con certezza alla data di costruzione di Palazzo Colaneri, né tanto meno è stato possibile reperire documenti che ne attestino la committenza. Analizzando le caratteristiche architettoniche dell'edificio, si può ipotizzare che la sua costruzione sia avvenuta intorno ai secoli XIII-XIV. Discusse sono le datazioni riferibili anche ad altri edifici di Trivento, come la Cattedrale, la cui struttura sembra risalire intorno all'anno 1000, anche se alcune tesi  sostengono che sia stata fondata nei primi secoli del Cristianesimo su un tempio pagano dedicato a Diana.  Durante la dominazione normanna il feudo di Trivento appartenne ai Conti di Molise fino al 1268, quando Carlo I d'Angiò lo concesse a Ansaldo de Lavanderia: si può desumere che a partire da questo periodo iniziarono a essere edificate le prime abitazioni signorili del paese. Il palazzo presenta due ingressi: quello di destra, affiancato da uno stemma, conduce a una stradina che porta alla zona posteriore dell'edificio.Attraverso l'ingresso di sinistra si accede all'interno del palazzo, dove si incontra subito un piccolo giardino pensile; un'altra area verde è posta dietro il palazzo e ad essa si accede tramite alcune stanze del primo piano.  L'interno di Palazzo Colaneri, attualmente disabitato, è stato radicalmente trasformato fino a perdere i caratteri residenziali. Fino a pochi anni fa infatti è stato adibito a carcere, come è possibile notare dalla suddivisione degli ambienti e dalle inferriate ancora presenti, pertanto non presenta la tipica successione di saloni di un palazzo, né elementi d'arredo o decorativi che ricordino il suo passato di dimora signorile.
 
Palazzo Giammiro, Ururi : XV secolo
<>Ururi si trova su una piccola collina di fronte al mare Adriatico.  Ultimo paese del Molise meridionale confina con la Puglia, con la quale ha in comune molti usi e costumi. A circa 3 Km. dall'abitato si trova il torrente "Cigno", considerato un corso d'acqua benedetto in quanto in periodi di siccità ha salvato intere popolazioni.  Le origini del palazzo ducale di Ururi si possono far risalire intorno alla seconda metà del secolo XV, quando la famiglia dei Giammiro si stabilì ad Aurora (antica denominazione di Ururi).Infatti documenti riportano la data del 1461 come anno in cui la nobile famiglia, insieme ad un numeroso gruppo di albanesi, scelse Ururi come propria sede: una sorta di occupazione pacifica, scaturita dalla povertà e dalla violenza.  Fu proprio con tale evento che Aurora subì le prime incisive trasformazioni.
Da un semplice centro rurale con densità abitativa limitata, il cui nucleo comprendeva essenzialmente poche case costruite intorno al monastero benedettino, cominciò a diventare un vero e proprio paese. 
Fu in questo periodo che la famiglia Giammiro, fondatrice del palazzo, si adoperò costruendosi una dimora stabile. 
La casa dei Giammiro sorse nel centro del paese, nell'unica piazza, dove fu costruita anche la chiesa. 
L'abitazione dei Giammiro era molto ampia e sovrastava sulle altre abitazioni del vecchio paese.  Della stessa facevano parte alcuni fabbricati tra cui anche una quota che per via femminile passò al Giudilli di S. Severo, che sposò una Giammiro, il quale la vendette successivamente ai Greco.  Da ricorrdare che
intorno alla seconda metà del 1300 Ururi venne colpita da numerose sciagure, peste, guerre e i terremoti sterminarono la popolazione tanto che la Regina di Napoli Giovanna II fu costretta a disporre sgravi fiscali, per risollevarne le sorti.
Nel 1456 ci furono due devastanti terremoti, uno il 5 dicembre, l'altro il 30 dello stesso mese, che provocarono la morte di svariate persone e la distruzione di numerose abitazioni, rendendo Ururi un paese fantasma. 
In tutta questa miseria il Vescovo Signore e Barone di Ururi si adoperò per salvaguardare coloro che erano rimasti in vita, prodigandosi per curare i pochi superstiti avvicinandoli alla fede, unica speranza dopo tante sciagure.  Il 3 maggio si tiene a Ururi la famosa "carrese" , la tradizionale corsa di carri trainati da buoi.I carri, i buoi e i cavalieri vengono benedetti dinanzi alla chiesa di S. Maria delle Grazie e il carro che vince la corsa porta in processione la reliquia del Legno della Santa Croce.
 
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