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 COMUNICAZIONE MOLISANI


 

MOLISE E MOLISANI

Michael Santhers : Morte dell'arte

 

Oggi Il Molise

   Franco Nicola : Il Molise dinamico.... Il Molise sfasato....... 

Pietro La Barbera : Evento ''La Cena al Buio'', Campobasso

 

RIVISITIAMO IL PASSATO

 Gerardo Rosci : A scuola con la corriera negli anni '50

 

ABRUZZO E ABRUZZESI 

 Alessandro Fiorillo : I Briganti della Marsica

 

Oggi L'Abruzzo

Franco Nicola : L'Abruzzo dinamico....L'Abruzzo sfasato....

 

L'ANGOLO DELL' EMIGRATO

Antonio Paganoni : La comunità italiana in Astralia (03) 

Franco Nicola : I nostri nel mondo

 

L'ITALIA E GLI ITALIANI

Franco Nicola : L'Italia Oggi

Franco Nicola : L'italia culturale; I tuoi Giornali

 

kalendese@gmail.com

 

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 RIVISITIAMO IL PASSATO

 

A SCUOLA CON LA CORRIERA NEGLI ANNI 50.... di Gerardo Rosci

 

Quando vedo ragazzini che vanno a scuola alla guida di piccole autovetture o di motorini ultimo tipo, mi ritornano  spesso alla mente i mezzi di locomozione che utilizzavamo noi, studenti di allora, e gli enormi disagi che dovevamo affrontare per andare a scuola a Tagliacozzo. Erano gli anni fine quaranta-primi cinquanta. Eravamo un piccolo gruppo di studenti che frequentavamo la scuola di avviamento professionale di tipo industriale. Eravamo due di Petrella tre di Cappadocia ed uno di Verrecchie. Noi di Petrella e due di Cappadocia prendevamo la corriera; un terzo andava in bicicletta. Scendere a Tagliacozzo in bicicletta, a quel tempo, richiedeva molta prudenza, perché la strada era bianca, stretta, piena di curve e con un brecciolino insidioso. Tuttavia non era un grosso problema scendere; lo era tornando su, con quel fondo stradale, con quelle rampe e con biciclette senza rapporti.......

 

......Mia madre mi svegliava alle cinque del mattino.... Io mi vestivo di corsa e correvo in cucina a lavarmi il viso; d’inverno andavo direttamente in cucina con i vestiti in mano, per poter indossare al caldo quei vestiti  così freddi da  sembrare bagnati, davanti al camino, dove un bel  fuoco  scoppiettava già da un po’. Prendevo con le molle un tocco di brace accesa, la mettevo dentro gli scarponi, quelli che usavamo allora, con la suola chiodata e li agitavo per scaldarli dentro, prima di calzarli.  Intanto, sul tavolo trovavo già pronta la mia grossa tazza di caffè e latte bello caldo. Seduto davanti al camino, me la mettevo tra le ginocchia e v’inzuppavo dentro un paio di fette di pane che tostavo lì, sulle molle adagiate sulla brace. Quando era tempo di castagne, mia madre, oltre al caffè e latte, mi faceva trovare una “ristera” di caldarroste; mentre ne mangiavo lei, me ne sbucciava altre che mettevo in tasca, calde calde, per mangiarle strada facendo o a scuola, dove più di qualche compagno me le implorava: “Eroh! Non me lle da’ ddu remmonnèlle?” Così a Tagliacozzo chiamano le caldarroste sbucciate, che da noi si chiamano “varole”.

 

 In una grossa cartella di fibra, una specie di piccola valigia dove tenevo i libri,  mamma mi sistemava  il mio pranzo che, normalmente consisteva in due belle fette di quel pane fatto in casa  da lei; in mezzo ci metteva del prosciutto od una salsiccia  del nostro maiale, oppure la frittata fatta con le uova delle nostre galline. Molto spesso mi faceva una panontella  con la ventresca, così buona se mangiata calda, appena fatta, ma meno gradevole se mangiata fredda, con il grasso che si era rappreso nel pane. A volte mi ci metteva del formaggio fresco (cascitto frisco) che allora si produceva in casa; avevamo, infatti, cinque o sei pecore e due capre che il capraio del paese conduceva al pascolo ogni giorno sul monte Arunzo ........

 

Mamma avvolgeva il tutto con un foglio di carta;..... ”Cerca di riportarmi  indietro la carta per la prossima volta” mi diceva, ed io, dopo mangiato, me la ripiegavo con cura, mezza unta com’era; in quel mondo semplice e pulito non vi era neppure la benché minima idea di che cosa fosse la tecnologia del confezionamento ed dell’imballaggio dei nostri giorni........ Per ovviare alla mancanza di carta e per maggiore praticità, mia madre, abilissima nel cucito, mi fece un piccolo sacchetto di stoffa di cotone, ricavato forse da vecchie lenzuola, e mi ci sistemava il pranzo. Quel sacchetto, nel suo piccolo, ricordava la “musarola” dove i mulattieri e i contadini tenevano il loro pranzo (“mmotìna”).  Prendevo la cartella e, via di corsa, ché la corriera stava arrivando da Cappadocia, strombazzando ad ogni curva. Arrivavo spesso giusto in tempo, lì alla piazza davanti al negozio di Scrocchino. Salivo e mi sedevo vicino agli altri amici. C’era sempre quel forte odore di nafta, di fumo di sigarette e di aliti. Il tragitto era piuttosto lungo e accidentato. La strada bianca era  stretta e piena di curve che per me, che soffrivo un po’ di mal d’auto, accentuavano quel malessere procurato da quegli odori;  poi, con il tempo  ci feci l’abitudine. Con occhio sdegnato, implorante ma rassegnato, guardavo quegli uomini con il  toscano in bocca o con quelle  terribili Alfa o, ancor peggio con quelle sigarette  arrotolate con il  trinciato forte che odoravano di tutto fuorché di tabacco.......


Eppure, all’interno delle corriere lungo i portapacchi, c’erano tante belle targhette rettangolari, smaltate bianche, con le scritte in nero: “Vietato fumare”, “Non parlare al conducente”, “Vietato sputare”; si, c’era anche la scritta “Vietato sputare”; non era raro il caso in cui il bravo paesano, fumando il sigaro o la pipa caricata con un mozzicone di toscano,  drenava la sua salivazione direttamente sul pavimento, tra uno scarpone e l’altro.  Capitava molto spesso che qualcuno, sentendosi lo stomaco in subbuglio per il mal d’auto, andasse a mettersi nei primi sedili vicino al finestrino dove il fastidio  era più sopportabile; ma a volte arrivava il momento cruciale: un conato irrefrenabile, ed allora tirava fuori la testa  dal finestrino e...uah....; i finestrini dietro, se erano aperti, venivano rapidamente richiusi dagli altri  viaggiatori.  Le fiancate di quelle corriere erano molto spesso decorate da lunghe comete…  Finalmente si arrivava; il bigliettaio saliva sul tetto della corriera dalla scaletta posteriore, per tirare giù, dal portabagagli, merce di ogni genere: qualche valigia, una bicicletta, qualche sacco di canapa mezzo pieno, un basto o un mazzo di ferri da mulo; a volte anche una gabbia con dentro le galline che la famiglia di qualche mulattiere portava con sé, nei trasferimenti  verso i luoghi di lavoro “in campagna”.

 

Immaginate il nostro disagio durante l’inverno, ancora col buio con il freddo e, spesso con la neve. La scuola apriva alle otto. Avevamo fatto un accordo con il bidello (mi ricordo che lo chiamavano Maggitto): lui ci permetteva di stare nei locali della scuola oltre l’orario, considerato che la corriera, tornando da Roma arrivava a Taglliacozzo la sera alle cinque e mezzo, per poi arrivare a Petrella ed a Cappadocia oltre le sei. Naturalmente il bidello esigeva una contropartita: dovevamo aiutarlo a scopare le aule; un lavoro ingrato e disagevole, in mezzo a quei grossi e pesanti banchi di legno di allora. Per non alzare polvere con la scopa, si dava un’annaffiata al pavimento. Quando a sera si arrivava a casa, c’era appena il tempo di fare i compiti e di cenare; e il giorno dopo la solita storia, ma con un po’ più di calma; la corriera questa volta andava solo a Tagliacozzo. Si partiva alle sette e si ritornava verso le due e mezzo del pomeriggio.  Il giovedì, giorno di mercato, la corriera andava solo a Tagliacozzo ed era sempre sovraccarica di gente, di bagagli e di mercanzia. Dai paesi si andava al mercato per qualsiasi tipo di spesa. Un fruttivendolo di Cappadocia scendeva tutti i giovedì per approvvigionarsi di frutta e verdura.  Uno di quei giovedì, la corriera nel tornare su era veramente stracolma; molta gente, infatti, scendeva a Tagliacozzo a piedi per risparmiare, ma risaliva in corriera dopo aver fatto le spese..  Mio Zio Peppino, detto Peppinitto, per la sua breve statura, padrone della corriera stessa e che fungeva da bigliettaio, non essendoci più spazio a bordo neppure in piedi, chiese a Francesco e a me, di sistemarci nel portabagagli sul tetto. Non celo facemmo dire due volte; ci arrampicammo rapidi e felici per la scaletta posteriore e ci sistemammo tra bagagli vari e  cassette di frutta.

Eravamo nel Bengodi... A quei tempi la frutta era quasi un lusso e, noi ragazzi ne eravamo avidi; normalmente ce la andavamo a rubare, durante le nostre scorribande,  sugli alberi di chi ne aveva e  la teneva d’occhio. A quel tempo, come premio, a noi ragazzi si dava una mela, una pera o, magari un’arancia; per i ragazzi di oggi, plagiati dalla pubblicità televisiva con schifezze varie, mangiare un frutto è quasi un sacrificio.  Lungo il tragitto pensammo di servirci di quell’abbondanza, senza badare che qualcuno, se non il proprietario della frutta stessa, poteva accorgersene osservando le nostre ombre proiettate sulla parete rocciosa.... 


A quel tempo l’unica strada per Roma era la Tiburtina Valeria che passava attraverso il valico di Monte Bove.  Una sera d’inverno aspettammo invano, a Tagliacozzo, il ritorno della corriera da Roma; il valico era bloccato dalla neve e noi, poverini, infreddoliti, aspettammo, aspettammo; era notte, erano ormai circa le sette  e non sapevamo che cosa fare. Finalmente passò da quelle parti Maggitto, il nostro amico bidello che, con aria sorpresa, esclamò: ”Eròh! E vu che stete a fa ancora ecco!?” Quando realizzò il nostro dramma: “ On mmi preoccupete, ché mo bi penzo i” e ci accompagnò dall’altra parte dei giardinetti, ad una trattoriola che fungeva anche da affittacamere. Eravamo in quattro; il quinto, più fortunato, aveva un padrino a Tagliacozzo che lo ospitò a casa sua. Ricordo che a cena mangiammo fagioli con salsicce in umido ma, cosa molto strana in un paese famoso per i suoi salumi, le salsicce erano dolciastre e al nostro palato erano piuttosto sgradevoli. Eravamo avvezzi a quelle salate e pepate.  Dopo cena ci mostrarono le camere per la notte: una era con un letto matrimoniale, l’altra con due letti, un matrimoniale ed un singolo. Sul copriletto di quest’ultimo c’era un’enorme macchia, unta non so di che. Nessuno aveva il coraggio di dormirci, perciò ci sistemammo nei letti matrimoniali e spegnemmo la luce.  C’eravamo appena addormentati quando ci risvegliò un vociare fuori della porta; subito dopo si accese la luce nella stanza a due letti, dove dormivo io.  Era arrivato un altro sfortunato ospite; era Pasquale, un mulattiere nostro compaesano, sui sessanta. Era arrivato con il treno, sperando, poi di prendere la corriera per Petrella. - Eh, Pasquà, pure tu!’?  - Aoh!  E vu vajjù che facete ecco?    - Simo remasi a pède pure nu!

Pasquale si girò verso il lettino  cominciando a spogliarsi; si tolse la giacca ma se la trattenne in mano; lo sguardo gli era andato su quella orribile e sudicia macchia nel copriletto.  Mamma! E quesso lo che è? Ma i me nne schifo; – esclamò Pasquale, rinfilandosi la giacca – ecco me sa che ci stao pure i puci.  Si riallacciò tutti i bottoni della giacca, si tolse solo le scarpe e s’infilò nel letto così come stava, completamente vestito.   Dormimmo a Tagliacozzo due notti, finché non fu riaperto il valico di Monte Bove. L’unica consolazione fu di non doversi alzare la mattina alle cinque e tornare la sera alle sei, poiché la scuola era a cento metri dalla locanda. Gerardo Rosci nel sito web Cappadocia 

 


  
 
 

                                                                                                                                                                                                                            

MOLISE E MOLISANI

 

 

MORTE DELL'ARTE

 

L'arte ci sta lasciando,

parole e suoni impiccati

ai pali del telefono,

ai piedi manipolatori

in custodia del rogo

le emozioni,

gracchiano corvi

alla nullità del pasto

ermetico è solo il dolore

nel tonfo da occhi a cuore

__ capriole di preghiere

sono l'elemosina

in forza al ritorno a casa

__Sulla lingua, rondini parole

in decollo rubano saliva

in esubero al rancore

 

__L'ultimo amore

è una cagna a marcia indietro

che si sventra a un ramo secco

indice del sipario,

poeti e pittori bevono un rosolio

di vernice e inchiostro,

poesie e tele se l'è riprese la terra,

le croci sono talee per nuovi fiori

gli ossari i soli musei e biblioteche

per un pubblico morto nell'anima,

la storia, fili d'erba

pagata da nuvole spazzine,

il vento collezionista di spasmi

__è l'ultima lettura

servi fedeli e ruffiani del faraone tempo 

incastrati nella piramide dell'arte

che si sta chiudendo

 

Michael Santhers, in ''Sorrisi Pignorati''

michael.santhers@virgilio.it

 

 

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TUTTI GLI EVENTI DELLE PROSSIME SETTIMANE NEL MOLISE

                                                                                                                                                                                              

 

 

Il Molise dinamico.... 

 

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Il Molise sfasato.......  

 

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Un impegno, un impegno a fare sul serio. I lavoratori, tantissimi, della Solagrital, l'azienda avicola di Bojano a un passo dal baratro, vanno via da Campobasso alle otto e mezzo di sera con questa garanzia. Forse poco. Rientrano a casa meno esaltati

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Forse passerà alla storia come il reportage televisivo più annunciato a puntate (e magari in parte proprio per questo bruciato), ma tant'è: il Molise è piccolo e tutti sanno tutto di tutti. Poi le telecamere di Report, il tempio giornalistico di Milena ...

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MORRONE Morrone del Sannio: oltre un milione di euro per «miglioramento sismico» MORRONE DEL SANNIO _ In Italia, causa la crisi, ovunque ormai si tira la cinghia. A Morrone del Sannio, invece, ancora si spende e si spande. Qui la ...

LARINO Il Consiglio di Stato da via libera alla Fiera d'Ottobre  LARINO - L'antica Fiera d'Ottobre di Larino giunta alla 270ma edizione si farà e sarà organizzata dalla Cooperativa Unicomm. Lo ha deciso il Consiglio di Stato....

REGIONE MOLISE Occupazione, dati Svimez. Di Sabato: quadro desolante per il Molise »La crisi e le politiche del governo Monti non fanno che approfondire il divario tra nord e sud. E’ quando si evince dall’ impietoso rapporto…

MOLISE I grillini: “Ecco i costi del Consiglio regionale”I grillini del Molise chiedono ai Gruppi consiliari della Regione di rendere pubbliche le rendicontazione delle spese sostenute e auspicano la...

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     Campobasso   -    tel.  0874  91246

 

in  collaborazione  con  la  Compagnia  Teatrale   I MISIRIZZI

e  il  Ristorante “La Vecchia Cucina”

propongono

 

“ LA  CENA  AL  BUIO ”  

 

In un’atmosfera suggestiva e coinvolgente verrete aiutati a riscoprire il valore dell’ascoltare,

il bello del toccare, il piacere del gustare e il fascino del riconoscere i profumi…

ogni portata sarà assaporata rigorosamente al buio ( bendati )…

l’evento culturale di singolare intensità è sapientemente studiato per esaltare il momento conviviale e

per vivere nel “buio” una particolare esperienza di relazione e di comunicazione…

GIOVEDI’  25  Ottobre  2012,  dalle ore 20:30,  una serata da non perdere,

impreziosita da momenti poetici e musicali che la renderanno indimenticabile…

 

Menù di raffinata qualità…

 

Il  costo  è  di   25 / 00

 

PRENOTAZIONE  OBBLIGATORIA ( entro il  21 / 10 / 2012 )

     

RISTORANTE  LA  VECCHIA  CUCINA   -    Campobasso  (CB)   -    Via  Giuseppe  Garibaldi  n. 184 / A

Tel.   0874  438858    -    Cell.   338 7454234

 
 
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 ABRUZZO E ABRUZZESI

 

 

 

I BRIGANTI DELLA MARSICA,(01)
 DI Alessandro Fiorillo nel sito  Cappadocia

Quante volte abbiamo sentito parlare dei briganti, di questi personaggi circondati spesso da un aura quasi leggendaria, che nel corso dei secoli, soprattutto nel XVI e nella seconda metà del XIX sec., hanno costruito la loro fama passando per una successione di imprese criminali, talvolta legate a confusi ideali politico-sociali. Da Marco Sciarra alle Bande Pastore, Mancini e Chiavone, la Marsica e la Valle Roveto sono state uno dei teatri privilegiati e più battuti dalle “soldataglie” irregolari di un esercito borbonico in rovina, che attraverso scontri con le truppe piemontesi e scorribande nei diversi paesi della Conca Fucense e del Cicolano, hanno consolidato e accresciuto la fama dei loro capi-briganti combattendo una guerra che per quanto abbia messo spesso in seria difficoltà i nuovi tutori dell’ordine, restava una guerra persa in partenza.

LE ORIGINI…MARCO SCIARRA

Era l’autunno del 1590 e in Roma i cardinali erano riuniti in conclave per eleggere il successore di Urbano VII (1). Da giorni circolava incessante una voce, quella che un gruppo di agguerriti banditi era pronta ad entrare nella città pontificia per ricattare e interferire sugli esiti delle scelte dei cardinali. In effetti da tempo alle porte di Roma scorrazzavano due formazioni di fuorilegge, protagoniste di saccheggi e tumulti, alla cui testa vi erano i più celebri capi-banditi dell’epoca: Marco Sciarra e Battistello da Fermo.

Il primo era abruzzese, “homo, benché di vil condizione, d’animo e di spirito elevato” come ebbe a dire Tommaso Costo, scrittore napoletano del tempo. Lo Sciarra si fece brigante nel 1584, e fin da subito, grazie alla sua forte personalità e a un notevole ascendente, si pose a capo di una banda composta da un migliaio di uomini. Riuscì a scampare ad ogni tentativo di repressione per lunghi sette anni, nel corso dei quali fu protagonista di decine e decine di azioni criminali. Partendo dall’Abruzzo, l’esercito dello Sciarra entrava di frequente nel territorio dello Stato Pontificio, dalle Marche alla campagna romana. Lo storico Rosario Villari ha teso a sottolineare il fatto che quella di Marco Sciarra più che “un accolta di fuorilegge disperati…era una vera e propria formazione di guerriglieri”. Luogotenenti dello Sciarra erano Pacchiarotto, il già citato Battistello da Fermo e il fratello Luca Sciarra. Tutti coloro che volevano unirsi alla banda, ricevevano regolare paga, ma dovevano pure rispettare le norme di comportamento conformi all’ “ideale sociale” del capo. Si racconta che il famoso brigante abruzzese amava definirsi “Marcus Sciarra, flagellum Dei, et commissarius missus a Deo contra usurarios et detinentes pecunias otiosas”. E’ evidente un confuso riferimento ad un ideale sociale che portava lo Sciarra a combattere soprattutto quei rappresentanti del potere parassitario responsabili dei mali del popolo minuto. Del resto dagli stessi documenti dell’epoca traspare questo atteggiamento da Robin Hood dello Sciarra, che rubava ai ricchi per donare ai poveri, operando una redistribuzione della ricchezza a vantaggio delle classi disagiate. Non mancarono le azioni della banda orientate contro i soldati e gli ufficiali governativi del Regno di Napoli. Dopo diversi anni in cui godette dell’appoggio quasi incondizionato delle masse contadine, iniziò la fase decadente della famigerata banda, nel corso della quale questa finì per scontrarsi più volte con le stesse popolazioni che un tempo appoggiavano i banditi. Nell’aprile del 1592, mentre la banda si dirigeva verso Subiaco, chiese alle autorità di Cerreto Laziale l’autorizzazione a passare pacificamente per il paese. Il permesso non fu concesso, e i banditi incendiarono alcuni casolari e misero la zona sotto assedio. I cerretani, con il concorso di altri uomini armati provenienti dai paesi vicini, decisero di finirla con la banda dello Sciarra, e grazie ad uno stratagemma ebbero la meglio. Legarono un supporto con materiale infiammabile alle zampe posteriori di una gatta (3), trasformandola suo malgrado in “Kamikaze” da gettare all’interno dei fienili dove i banditi, accampati, dormivano. I briganti furono vinti, ma presto l’incendio divenne incontrollabile, e finì per minacciare l’intero paese. I cerretani invocarono la grazia di Sant’Agata, che si diceva aveva già fermato in Sicilia la lava dell’Etna, e miracolosamente l’incendio non si propagò alle case, e il paese si salvò. Marco Sciarra nel frattempo, sopravvissuto allo scontro con i cerretani, passò con trecento compagni al servizio della Repubblica di Venezia per combattere gli Uscocchi.

Clemente VIII montò su tutte le furie, e ingiunse ai veneziani la consegna del bandito. Questi, dopo alcune resistenze, cedettero. Marco Sciarra, comprese allora di essere stato scaricato dai lagunari, che si accingevano, attraverso l’inganno, a consegnarlo alle truppe pontificie. Si diede così di nuovo alla clandestinità, e tornò nello Stato Pontificio. Sembrava invincibile, inafferrabile, ma nel 1593, vicino ad Ascoli, venne ucciso a tradimento dal compagno Battistello da Fermo, che in cambio del servigio reso ottenne la grazia dal governo papale. Di Alessandro Fiorillo dal sito Cappadocia 

                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                            

 

 

L'Abruzzo dinamico....

 

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L'Abruzzo sfasato....

 

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 L'ANGOLO DELL'EMIGRATO

 

 

 

 La comunità italiana in Australia (03) Antonio Paganoni

 

Durante la seconda Guerra Mondiale.
 
La seconda Guerra Mondiale rappresenta un capitolo doloroso nella storia dell’emigrazione italiana in Australia Gli emigrati italiani, naturalizzati o meno, divennero vittime di azioni repressive da parte dell'allora Governo australiano, perché ritenuti nemici dello Stato. Era la prassi dettata da un rigido concetto di sicurezza nazionale.
In Australia, nel 1940, vivevano circa 35.000 tra italiani e oriundi. Su un totale di 7711 internati (includendo giapponesi e tedeschi), 4.727 maschi italiani (con casi isolati anche di donne e bambini) furono internati in campi dove le condizioni di vita, pur non eguagliando i campi di concentramento in Germania, li privavano dei diritti essenziali, quali la libertà di movimento, la capacità giuridica di vendita o di acquisto. Agli internati venivano confiscate macchine fotografiche, auto, peschereggi (ritenuti adatti allo spionaggio). Non era possibile parlare l’italiano neppure al telefono, come non era possibile indire e partecipare a riunioni di qualsiasi genere. Queste misure draconiane gettarono nell'insicurezza psicologica e nella privazione di sostegno materiale e finanziario altrettante famiglie, rafforzando, nel contempo, la certezza che gli Italiani erano sabotatori degli sforzi bellici del popolo australiano.
 
L’atteggiamento del governo australiano appare, secondo diversi studiosi, estremamente guardingo e ingiustificato, suggerito da timori irrazionali. Negli Stati Uniti, su una popolazione di circa 600.000 con passaporto italiano, solo 2100 italo-americani furono internati.
Anche se durante il periodo Fascista in Australia, nella comunità italiana, si erano inaspriti i rapporti fra elementi simpatizzanti del fascio ed elementi di sinistra, le misure adottate non hanno trovato riscontro nel comportamento esemplare degli internati italiani né tanto meno sono state sostenute da inchieste di polizia. Il solo fatto di essere Italiano o discendente di italiani veniva considerato come una ragione sufficiente per arresti dettati da considerazioni di carattere militare e ideologico di sudditanza alla Corona Inglese.
Oltre agli internati, in vari campi furono rinchiusi numerosi prigionieri di guerra (circa 15.000). Questi vennero utilizzati nelle campagne australiane per sopperire alla mancanza dei giovani chiamati alle armi. Al termine del conflitto mondiale, ritornati in Italia, molti decisero di reimbarcarsi per l’Australia, come emigranti. Qui potevano contare sull'amicizia, nata e cresciuta durante la prigionia, della popolazione locale, anche perché il contributo dei giovani italiani, molto laboriosi e con esperienza già acquisita nella coltivazione dei campi o nella cura del bestiame, era stata molto apprezzata.
Sia per gli internati che per i prigionieri di guerra molto si prodigò il Nunzio Apostolico Mons. Giovanni Panico. Egli annota, nella Prefazione di un suo messalino di 846 pagine dal titolo L’amico del Prigioniero, che il compendio è stato concepito per essere:"un compagno fedele...e una consolazione sicura nei tristi e solitari abbandoni della vostra prigionia."
L’azione del Nunzio non si fermò al Catechismo. Esiste un voluminoso dossier di 121 rapporti, 6 relazioni, 1330 telegrammi in chiaro e 132 in cifrato, inviati alla Santa
Sede, e circa 1000 metri di pellicola su cui Mons. Panico trascrisse i dati principali. Si calcola che circa 400.000, tra lettere e telegrammi, siano stati trasmessi da e per
 
 
l’Australia.
L’opera personale del Nunzio fu imitata anche dai due uffici diocesani di Melbourne e di Sydney. Le richieste di aiuto, da parte degli internati e dei prigionieri di guerra, e il desiderio di avere notizie delle famiglie rimaste in Italia sono in attesa di essere portate alla luce. Esiste, infatti, una nutrita raccolta di scritti, per la maggior parte lettere, scambiati con le autorità ecclesiastiche del tempo soprattutto con Mons. Lyons a Melbourne e con Mons. Freeman, che più tardi divenne Cardinale di
 
Sydney.
Un capitolo a parte meritano tutti quei sacerdoti (non pochi gli italiani e in parte essi stessi prigionieri di guerra) che si adoperarono nei campi per dare sollievo ai prigionieri e agli internati con la loro presenza e simpatia.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale.
L’orrore e la costernazione causati dalle navi corazzate della marina giapponese, inaspettatamente apparse nella baia di Sydney, suscitò nel popolo australiano la sensazione che l’Australia fosse, nel suo isolamento geografico e culturale, eccessivamente vulnerabile alle incursioni di nemici vicini. L’estensione vastissima del territorio e la dimensione ridottissima della popolazione esistente erano due handicap enormi!
Occorreva popolare un continente disabitato!
Senza negare le proprie radici storiche di dipendenza dal mondo inglese, il ventaglio delle possibili nazionalità da reclutare per l’Australia, in un primo tempo incluse quelli provenienti dal Nord Europa, poi si allargò fino ad includere, non senza difficoltà, anche nazionalità dell’area mediterranea, somaticamente diverse. Per questo motivo anche per gli Italiani, per vari anni, si diede preferenza ad emigranti provenienti dal Nord della penisola.
Nel giro di due decenni ('50 e '60) approdarono in Australia oltre 300.000 italiani, singoli o con famiglie giovani. Circa 60.000 ritorneranno in patria per vari motivi, non ultimo una malcelata nostalgia. "Ero stufo di non sentire le campane del mio paese", sospirerà un connazionale sulla nave durante il viaggio di ritorno.
Oggi, non c’è stato o regione dell’Australia dove non si trovi una presenza italiana. Come non esiste regione o provincia dell’Italia che non vi sia rappresentata. Alcune regioni, come il Veneto, la Campania, la Calabria e la Sicilia contano decine di migliaia di corregionali.
In una emigrazione avvenuta per motivi economici o per motivi di carattere familiare o di complementarietà, la comunità italiana in Australia ha via via assunto una precisa identità multipla sotto vari aspetti: associativo, sociale, culturale e religioso.
Queste diversità si sono in parte ridisegnate sotto l’influsso della comunità australiana e della Chiesa Cattolica.
Sarebbe interessante evidenziare come le associazioni cattoliche, all’interno della comunità italiana, si siano mobilitate per allargare i confini "mentali" frutto di un provincialismo di provenienza. Ne è un esempio la Federazione Cattolica Italiana composta da elementi eterogenei provenienti da varie regioni.

                                                                                                                              

 

 

Italiani all'estero, basta pagliacciate! - di Andrea Verde
Una casta formata dai direttori degli enti come l'Enit, l'Ice (grazie a Dio in corso di chiusura), le Camere di Commercio Estere, gli Istituti italiani di cultura. Enti d'oro che garantiscono ai fortunati dirigenti lussuose vacanze all'estero a spese ...

L'Anfe a New York per ripercorrere la storia del Jazz Il 2 ottobre 2012 alle h18:00 a New York l'ANFE Associazione Nazionale Famiglie degli Emigrati presenta “Io sono Tony Scott - Ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz” del regista Franco Maresco. La Delegazione regionale ...

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Italiani all'estero, presentato a Uster 'Il nuovo Sud dell'Italia' - di ... Successo di pubblico e presenze per l'evento di tre giorni organizzato dalle associazioni. Presente anche il senatore Micheloni, Pd. 'Al Sud è in arrivo una nuova ondata emigratoria come quella degli anni '50, i giovani scappano dal nostro Paese' ...

Sanita': migliaia giovani chirurghi italiani scelgono estero, Ue in vetta
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L'ITALIA E GLI  ITALIANI

 

 

                                                                                                                               


 

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