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RIVISITIAMO IL PASSATO

 

Contenuto di questa newsletter :

Boiano: Celebrazione della Primavera Sacra (Ver Sacrum)....

Bonefro: La Strada bianca, Dott. Nicola Picchione................

Emigrazione: Quando sulle carrette del mare c' eravamo noi.

Molise: Notizie dal Molise e dai Molisani...............................

                                                 Proverbi: Più  di 100 proverbi per riscoprire il Molise............ 

Italia: Notizie dall'Italia e degli Italiani..................................

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BOIANO : PRIMAVERA SACRA (Ver Sacrum)

La celebrazione della Primavera Sacra era una ricorrenza rituale di origine Umbra.  In occasione di calamità e momenti difficili, les  comunità ( ver sacrum era praticato da parecchi popoli italici, sabini, Piceni, Lucani...) offrivano agli Dei i primogeniti nati dal primo marzo al primo giugno della seguente primavera.  Gli animali venivano effettivamenti sacrificati, mentre i bambini, arrivati all'adolescenza, venivano fatti migrare per formare una nuova comunità; ed é cosi che nasceva un nuovo popolo.  I giovani erano guidati da un totem, o animale-guida, che li conduceva verso le nuove terre.  Oggi possiamo affermare che questo rito sacro fu reponsabile del popolamento dell'Italia dell'Età del Ferro e della divisione dell'Italia in regioni.   Si può inoltre facilmente affermare pure che, a seguito dell'istituto del Ver Sacrum, gli Umbri sono da considerarsi la popolazione madre di quasi tutti i popoli pre-romani costituenti l'Italia mediana ad eccezione dei Latini, dei Galli-Senoni e Etruschi.  Questo rito fu praticato pure dai Sanniti e diverse  comunità sannitiche nacquero da questo rito. 

La festa della "Primavera sacra" dei Sanniti, il cosiddetto "Ver sacrum", atto che probabilmente fu all'origine della nascite di Bojano e di altri centri di origine sannita. La rievocazione si rifà al rito sannitico che consisteva nella consacrazione di gruppi di giovani inviati, al seguito di buoi sacri, a fondare nuove civiltà.  È una rappresentazione scenica itinerante in costumi d'epoca, un'iniziativa che vuole portare all'attenzione di tutti la necessità di conoscere il proprio passato, di conoscere le proprie origini.  La ricostruzione dei rituali si basa sulle notizie tramandateci da scrittori greci e latini e dai recenti studi di archeologia, glottologia e filologia. La rappresentazione si articola in quattro sequenze sceniche. 

La I scena rappresenta il Ver Sacrum, un rito molto diffuso tra le popolazioni italiche.
Il rito era dettato dal principio di popolazione in un determinato momento storico: il Ver sacrum è il distacco di giovani dalla patria di origine alla ricerca di nuove terre, adeguate al proprio sostentamento. La scena si basa sulla consacrazione e sulla divinazione celebrata dal Sacerdote prima di inviare i giovani alla ventura. Subito dopo, si assiste alla migrazione dei Sabini, capeggiati da Comio Castronio e guidati da un bue che si stanzieranno alle falde del Tifernus mons, dando origine alla città di Bovianum.

La II scena rappresenta l'istituzione del Matrimonio, fondamentale nella vita dei Sanniti: esso si attuava come un rito comunitario. Basato non su una scelta privata, ma pubblica, l'amore era asservito agli interessi della patria e la donna era considerata la giusta ricompensa al valore dei guerrieri.

La III scena ha il suo centro nella figura di un vecchio saggio che, sebbene abbia perduto il figlio in battaglia, incita i giovani guerrieri a perseverare nella virtù e nel valore, considerati cardini fondamentali di una società giusta e felice.

La IV scena rappresenta un rito antichissimo: il giuramento dei giovani
che costituivano l'esercito sannita. Ciascun guerriero, davanti all'altare, invoca la maledizione su di sé e sulla sua stirpe qualora non combatta con valore o fugga con codardia dalla battaglia. Il guerriero che rifiuta di giurare è ucciso e buttato tra i mucchi delle vittime umane ed animali sacrificate nelle cerimonie precedenti, come monito agli altri. 
 

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LA STRADA BIANCA
 (La Memoria, del Dott. Nicola Picchione)
 

A Bonefro la strada si chiama “vienov’ ”, cioè via nuova. Ritengo che la voce dialettale sia nata con la costruzione della strada principale che attraversa il paese. Nella foto che credo sia la più antica di Bonefro, ho provato a ingrandire lo scorcio della piazza: non c’è ancora la strada ma solo una traccia in terra battuta. La “vienov” fu costruita- mi diceva mio padre- nel 1890-92. Da notare che quando fu costruita l’altra strada (via del Monte poi via Caduti di via Fani sull’onda emotiva - cattiva consigliera- del rapimento di Moro) fu denominata “vienovenove” ripetendo l’aggettivazione per la seconda volta a indicare che vienov era ormai termine generico di strada che non fosse di campagna, sterrata. La strada rimase bianca sino ai primi anni 50. Ogni tanto veniva rinnovata la breccia preparata dagli spaccapietra che, seduti sul ciglio della strada, con in testa un fazzoletto legato ai quattro angoli per ripararsi dal sole, frantumavano le pietre con un grosso martello formando mucchi ben ordinati di breccia.

 

Verso la fine comparve una massiccia rumorosa macchina che svolgeva il compito.  Lentamente la breccia cosparsa sulla strada si affinava sino a trasformarsi in polvere d’estate e fango con la pioggia; poi si consumava e la strada assumeva l’aspetto di un magro dorso con un’ossatura centrale e tanti fossi laterali che la pioggia trasformava in pozzanghere ( i “cutini”) che sputavano acqua e fango al passaggio di qualche rara auto. Non mancavano le “centrelle”, i chiodi delle scarpe dei contadini che bucavano le gomme delle poche e vecchie biciclette e si conficcavano nei piedi di tanti ragazzi che giravano scalzi. I ragazzi alle automobili preferivano gli autocarri ai quali si attaccavano facendosi trasportare per poi sganciarsi spesso cadendo: quasi tutti ne portavano il marchio di croste di sangue rappreso alle ginocchia. Numerosi, invece, erano i “traini” dalle grandi ruote cerchiate di ferro e i carri agricoli.

Questo nastro bianco cangiante a seconda delle stagioni era uno dei palcoscenici del paese, con la sua sceneggiatura e i suoi protagonisti. Le stagioni facevano mutare la scena. Protagonisti erano soprattutto i ragazzi e i contadini ma gli artigiani non erano da meno con le loro botteghe che si affacciavano sulla strada. Il fabbro e maniscalco  davanti alla cui bottega erano messi la mattina gli aratri; asini muli cavalli erano in attesa d’essere ferrati o, d’estate, tosati; il falegname che esponeva al sole le sue tavole da stagionare o si piazzava sull’uscio a lavorare;  il barbiere che mentre insaponava rispondeva dall’interno della bottega al saluto di un passante. Salutare era un dovere. Rimanevano antichi saluti, scambiati sin dai tempi di Socrate: dove vai? Da dove vieni? Così inizia il Fedro di Platone. Non era curiosità e non ci si aspettavano risposte precise ma solo quelle rituali: “ndo vu ji” oppure si chiedeva a chi era seduto davanti casa: che fai? La risposta era anch’essa antica: “Che vu’ fa”. Era il modo di mantenere i rapporti tra chi passava e chi era davanti casa. Si imparava da ragazzi.  Quando si andava al Ciciliano a riempire una giara d’acqua fresca bisognava chiedere al vecchio seduto davanti casa: “Vuoi bere?” anche se si sperava in una risposta negativa per non tornare indietro a riempire di nuovo la giara che si doveva portare a casa piena sino all’orlo per non avere rampogne.

             Anche gli animali erano attori non secondari di quella vita di strada: le galline che razzolavano numerose alla ricerca di vermi nella polvere e le chiocce con i pulcini che fuggivano spaventati al passare di un’ auto; i cani che si mettevano a correre appena vedevano gruppi di ragazzi, sicuri che li avrebbero presi a sassate; il maialino di S. Antonio che girava da padrone di casa in casa con le sue orecchie mozze di riconoscimento a prendere il cibo che gli si dava in onore del Santo sino a quando nel giorno della festa veniva sorteggiato al palio. Altri animali avevano il loro orario: quelli da soma passavano la mattina ancora col buio per andare ai campi con i padroni, ritmando il passo sulle pietre, e tornavano la sera dopo il tramonto, con passo più lento, formando lunghe fila con il padrone in groppa tra l’aratro e la bisaccia e con la donna  con la cesta in testa spesso con la mano attaccata alla coda dell’animale per alleggerire il cammino dopo la lunga e dura giornata di lavoro. Ma i veri padroni della strada erano i ragazzi. 
 
Nel pomeriggio la riempivano, giocando, correndo, urlando. Nel dopoguerra Bonefro contava più di cinquemila anime. I ragazzi erano tanti. In molte famiglie ce n’erano 4 o 5 e più. Non tutti si potevano permettere di giocare. I figli dei più poveri sin dagli 8-10 anni venivano mandati a padrone, senza nemmeno frequentare la scuola, e passavano mesi in campagna a pascolare pecore, capre o maiali in cambio di poche lire che, però, erano importanti per la sua famiglia; altri, usciti da scuola, andavano nei campi ad aiutare i genitori; altri, più fortunati, venivano mandati a bottega per imparare un mestiere. Molti altri ragazzi passavano il pomeriggio per strada sino a quando la madre non li richiamava a gran voce per la cena o per ordinare un “servizio”. Alla fine, tutti i ragazzi- eccetto quelli confinati in masserie lontane- riuscivano a trovare il tempo per vivere sulla strada. Essa era il loro regno, il luogo del vivere insieme giocando, correndo, litigando, vincendo o perdendo, spartendosi la frutta rubata nei campi, imparando parolacce, apprendendo le prime vaghe nozioni di iniziazione sessuale dai più grandi che fingevano di mandarli via. La strada era la palestra, la loro scuola di vita che fortificava il corpo e insegnava loro a vivere in comunità. Il variare dei giochi era il metronomo che segnava il cambio delle stagioni: ognuna aveva i suoi giochi che cambiavano come per un tacito accordo. Nelle sere d’estate la strada viveva la sua epopea con un braccio di ferro tra i contadini  la lunga fila delle loro bestie di ritorno dal lavoro e i ragazzi: i primi a interrompere i giochi col loro passaggio, i secondi a intralciare il ritorno  a casa. I ragazzi avevano un altro avversario: la guardia municipale: spettro vestito di scuro che girava continuamente, pronto a rimproverare, minacciare, colpire col frustino di salice, sequestrare la palla (poco male: spesso era di cenci). Tutto questo riguardava i maschi: le ragazze dovevano rimanere a casa. Ma di questo avremo modo di riferire.

D’estate sui marciapiedi rosseggiavano le meselle di legno poggiate sulle sedie, col passato di pomodoro steso a concentrare che ogni tanto un ragazzo rubava col dito fuggendo. D’autunno molti marciapiedi erano coperti da larghi teli dove era sparso il granturco ad asciugare al sole, guardato dalle vecchie per allontanare le galline. Nei tinacci gli asini trasportavano l’uva che i ragazzi cercavano di rubare. D’inverno la strada risuonava delle grida dei maiali che venivano scannati sui marciapiedi. Poi la neve copriva la strada, decretava il riposo dal lavoro dei campi. Parlava il silenzio che assorbiva i suoni attenuandoli, addolcendoli, allontanandoli e sospendendoli nell’aria.  Si preparavano le tagliole per gli uccelli ma appena usciva il sole si tornava fuori e si giocava con la neve.

            La strada aveva i suoi odori. La sera, quando le donne tornavano dai campi e dai comignoli cominciava a salire il fumo azzurrognolo che sembrava quasi mescolarsi col volo delle rondini il cui garrire riempiva l’aria, si avvertiva il profumo del lardo fritto con la cipolla o della salsiccia cotta per il giorno dopo per i mietitori. Ma c’erano gli odori cattivi, quelli che venivano dalle stalle e dal porcile. C’erano tante mosche d’estate. Non esistevano i cassonetti e i rifiuti erano quasi assenti: dove c’è miseria, tutto serve. Mancava la plastica, pochi leggevano i giornali che servivano per le cartine delle sigarette. C’era poco da buttare. Le strade erano tenute pulite dagli spazzini che raccoglievano la poca spazzatura, soprattutto gli escrementi degli animali, con lunghe scope di ginestre in un carretto che tiravano con una fune passata sul petto.
 La strada, dunque, non era una passiva striscia di passaggio, esprimeva la vita del paese animata da voci, rumori e suoni. Accoglieva tutto e tutti. Esponeva come in una magica vetrina la vita del paese. Vedevi sull’uscio delle case i vecchi prendere il sole con la pipa di creta in bocca . La sera potevi sentire i giovani passare cantando le canzoni di successo o canti a dispetto. Potevi vedere qualche gruppetto di persone prendere il fresco davanti casa e parlare, raccontare, commentare i fatti del paese visto che tutti sapevano tutto. Gli animali sparivano ma si accendevano le mille scintille delle lucciole tra le fratte di sambuco che delimitavano gli orti confinanti con la strada, poi progressivamente spariti per costruire case. L’illuminazione era scarsa e potevi contare le stelle (guai, però, a indicarle col dito: ti nasceva un porro sulla mano!).
 
       Poi la strada fu asfaltata. Divenne una strada moderna. Non fu più bianca né fangosa né polverosa né coperta degli escrementi degli animali. Scomparvero asini, muli, cavalli, galline. Anche le mosche scomparvero col DDT. Divennero sempre più rare anche le lucciole. Insomma, arrivò il progresso. Si aprirono le porte dell’emigrazione. La strada vide gente con la valigia di cartone legata con lo spago prendere il pullman e andare via. Molte botteghe rimasero chiuse per sempre  poi si chiusero anche molte case. Le stalle divennero garage. A segnare il desiderio di modernità, la nobiltà di molti muri a pietra delle case fu coperta dal cemento dell’intonaco colorato. La strada si riempì di auto e moto sempre più veloci. Scomparvero dalla strada anche i ragazzi che furono sempre meno.

 

I pochi cominciarono a inchiodarsi davanti alla TV. Il paese iniziò il suo declino come una persona prima forte e robusta poi stanca e debole.  Sul primo strato di asfalto furono messi altri strati; come cerchi di un albero quegli strati sovrapposti potrebbero indicare il passare del tempo di Bonefro. Ora la strada è una scura striscia percorsa da poca gente frettolosa  che non può fermarsi a parlare con qualcuno che non c’è. Ai lati tante porte chiuse per sempre. E’ una strada comoda, senza cattivi odori, senza galline, senza mosche, pulita con i moderni cassonetti cassonetti. Senza lucciole. Muta. Senza più vita. Senza più cuore.  Dott. Nicola Picchione

 


 

                                                                                                                                                                                                                                                   

Quando sulle carrette del mare c' eravamo noi
Le storie rimosse di migliaia di italiani inghiottiti dall' Oceano inseguendo il sogno americano.
Un secolo fa i nostri emigranti erano vittime di armatori senza scrupoli
come i naufraghi nordafricani che oggi muoiono nel Mediterraneo.
di Gian Antonio Stella Corriere della Sera, 26 ottobre 2003. 
 

«Non trovo parole adeguate per descriverle per l' intiero lo sconvolgimento del Piroscafo, i pianti, i rosari e le bestemmie di coloro che hanno intrapreso il viaggio involontariamente, in tempo di burrasca. Le onde spaventose s' innalzano verso il cielo, e poi formano valli profonde, il vapore è combattuto da poppa a prua, e battuto dai fianchi. Non le descriverò gli spasimi, i vomiti e le contorsioni dei poveri passeggieri non assuefatti a cositali complimenti . Tralascio dirle dei casi di morte, che in media ne muoiono 5 o 6 per 100, e pregare il Supremo Iddio che non si sviluppino malattie contagiose, che allora non si può dire come andrà».

 
 
«Non trovo parole adeguate per descriverle per l' intiero lo sconvolgimento del Piroscafo, i pianti, i rosari e le bestemmie di coloro che hanno intrapreso il viaggio involontariamente, in tempo di burrasca. Le onde spaventose s' innalzano verso il cielo, e poi formano valli profonde, il vapore è combattuto da poppa a prua, e battuto dai fianchi. Non le descriverò gli spasimi, i vomiti e le contorsioni dei poveri passeggieri non assuefatti a cositali complimenti . Tralascio dirle dei casi di morte, che in media ne muoiono 5 o 6 per 100, e pregare il Supremo Iddio che non si sviluppino malattie contagiose, che allora non si può dire come andrà».
 
Nella lettera di Francesco Costantin, di Biadene, Treviso, spedita a casa dal Sudamerica nel 1889, c' è tutto il terrore che un contadino della Val Padana o degli Appennini abruzzesi o lucani poteva provare solcando quell' Atlantico che separava la spaventosa miseria italiana dal grande sogno americano. Il libro Merica Merica di Emilio Franzina, straordinaria antologia di lettere dei nostri emigranti, è gonfio di questo spavento per il mare, la vastità incontenibile del mare, la devastante violenza del mare.  «Il viaggio è stato molto pesante tanto che per mio consiglio non incontrerebbe tali tribulazioni nepur il mio cane che ho lasciato in Italia», scrive Bortolo Rosolen, partito da Pieve di Soligo per il Brasile. Un calvario destinato a diventare ancora più crudele dopo lo sbarco: «Piangendo li descriverò che dopo pochi giorni si ammalò tutti i miei figli e anche le donne. Noi che abbiamo condotto undici figli nell' America ora siamo rimasti con cinque, e gli altri li abbiamo perduti». E gonfi di spavento per il mare sono gli ex voto sparsi per le chiese e i santuari.
 
 
Come quello di Antonino Carlo Magnano, che ringrazia la Madonna per essere scampato a un naufragio il 4 luglio 1898. Quale? Stavolta lo sappiamo: quello de ""La Bourgogne"", un vapore francese partito da Le Havre e affondato al largo della Nuova Scozia dopo una collisione con un veliero inglese. Furono 549, i morti. Tra i quali, con ogni probabilità, molti italiani. Partiti a decine di migliaia da Le Havre, a cavallo tra Ottocento e Novecento, e troppo spesso inghiottiti dall' Oceano in tragedie spaventose delle quali praticamente non resta traccia neppure nei migliori archivi dei giornali italiani come il nostro del Corriere. Furono tanti, i naufragi che videro coinvolti gli italiani. Compreso quello del ""Titanic"", nel quale morì, per fare un solo esempio, un certo Abele Rigozzi che era partito dall' Aquila. 
 
E furono tanti i naufragi di navi italiane, spesso fatte partire da armatori senza scrupoli. Come il ""Principessa Mafalda"", che nel 1927 era ancora la nave ammiraglia della nostra Marina commerciale ma dopo avere scaricato in America del Sud migliaia e migliaia di poveretti in un via-vai incessante sulla rotta per Buenos Aires era ormai acciaccata. Le macchine non marciavano a dovere, quell' 11 ottobre in cui, in ritardo proprio per il tentativo dei meccanici di sistemare i problemi, la nave partì da Genova. E dopo tre giorni si inoltrò nell' Atlantico nonostante i motori nel Mediterraneo si fossero fermati otto volte. A Dakar, nuova sosta e nuove riparazioni, decisero di andare avanti lo stesso. Con la nave così piegata di lato «che i bicchieri si rovesciavano sui tavoli». Dio protesse quei poveretti fino alle coste brasiliane. Poi li abbandonò. Era il 25 ottobre. L' asse porta-elica di sinistra si sfilò, la nave cominciò a imbarcare acqua, si scatenò il panico. Il capitano cercò per ore di mettere ordine nell' evacuazione, revolver alla mano. Ma i passeggeri terrorizzati erano troppi, le scialuppe troppo poche. E tra le acque arrivarono subito sciami di squali bianchi. Morirono in 385. Ma il numero finì tre giorni dopo in un titolino in neretto corpo 7. A una colonna.   I giornali di allora preferivano dare spazio alla retorica del comandante eroe che aveva voluto affondare con la nave. Che gli importava, di quei poveracci che fuggivano da un' Italia che non aveva pane per loro?
 
Più spaventosa ancora, vent' anni prima, era stata la tragedia del ""Sirio"", un vapore partito da Genova verso il Sudamerica. A bordo, dice la struggente canzone composta sulla catastrofe, «cantar si sentivano / tutti alegri del suo destin». Era il 4 agosto del 1906, il tempo era buono, il mare piatto, quando la nave si schiantò su uno scoglio a tre metri di profondità. I danni erano gravissimi ma l' affondamento totale sarebbe avvenuto solo 16 giorni dopo. Avrebbero potuto salvarsi tutti. Ma l' evacuazione fu così caotica e disperata che alla fine il bilancio, stilato dai Lloyd' s, fu apocalittico: 292 morti. In realtà, pare che le vittime siano state ancora di più: tra le 440 e le 500. Per il ""Sirio"" e la ""Principessa Mafalda"" sì, ci fu una qualche attenzione: erano troppo grandi, quelle tragedie, per ignorarle.
 
Ma tutta la nostra storia di emigranti è piena di naufragi che, come quelli che viviamo ai nostri giorni nel canale di Sicilia e che di rado finiscono sui giornali dei Paesi arabi o africani, sono stati rimossi.  Come quello della ""Ortigia"", cozzata il 24 novembre 1880 davanti alle coste argentine de la Plata con il mercantile ""Long Joseph"" e affondata con 249 poveretti. O del ""Sudamerica"", che si inabissò nelle stesse acque nel gennaio 1888 con un carico di 80 anime. Lutti collettivi elaborati da migliaia di famiglie in silenzio. Senza che lo Stato, la politica, i giornali, la scuola, si facessero mai carico di piangere insieme tutta quella umanità inghiottita dalle acque. Eppure le vittime dei naufragi sono solo una parte dei morti che hanno segnato il grande esodo dall' Italia.
 
Più ancora, infatti, furono i poveretti che perirono sulle navi per le condizioni igieniche in cui si viaggiava. Basti ricordare quanto scriveva nel 1908 T. Rosati in L' assistenza sanitaria degli emigrati e dei marinai: «L' emigrante si sdraia vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci, i più vi vomitano: tutti, in una maniera o nell' altra, l' hanno ridotto dopo qualche giorno a una cuccia da cane. A viaggio compiuto, quando non lo si cambia, ciò che accade spesso, è lì come fu lasciato, con sudiciume e insetti, pronto a ricevere un nuovo partente». O leggere gli agghiaccianti rapporti dei medici di bordo raccolti da Augusta Molinari nel suo Le navi di Lazzaro. Come quello del ""White Star Line"" da Napoli a New York nel maggio 1905: «La temperatura non è il solo fattore che rende nei dormitori l' atmosfera irrespirabile. Vi concorre il vapore acqueo e l' acido carbonico della respirazione, i prodotti volatili che svolgono dalla secrezione dei corpi, dagli indumenti dei bambini e degli adulti, che per tema o per pigrizia non esitano a emettere urine e feci negli angoli del locale. La puzza è tale che il personale di bordo si rifiuta spesso di entrare per lavare i pavimenti».
 
Furono centinaia i morti di colera tra i 1.333 passeggeri della ""Matteo Bruzzo"", respinta a cannonate dalle autorità uruguayane e costretta a smaltir l' epidemia girando per i mari dove via via sversavano i cadaveri, decine (20 solo durante una sosta ad Aden per un guasto) quelli del veliero ""India"" diretto nel 1880 verso la Nuova Guinea e l' Australia, dove sarebbe arrivato dopo 366 giorni di viaggio, 34 per la fame sul ""Carlo Raggio"" nel 1888 e altri 206 sei anni dopo per il colera e il morbillo, 96 per la difterite nel 1893 sul piroscafo ""Remo"", 27 per asfissia nel 1889 sul ""Frisia"", 32 lo stesso anno sul ""Giava"" per avvelenamento da cibi guasti... Furono un' ecatombe, i viaggi dei nostri vecchi. Della quale fecero le spese, come scrisse il medico di bordo del ""Sudamerica"" della Anchor Line, soprattutto i più piccoli: «Il maggior numero di decessi è sempre dato da bambini e più da quelli di età inferiore a cinque anni. Sono le piccole vittime che cadono per via nel fenomeno migratorio. L' impotenza di resistere ai disagi cui i teneri organi sono sottoposti.
 
L' aumento dei morti nei viaggi di andata fu determinato da una maggior frequenza nei bambini dell' infermità dell' apparato respiratorio, essendovi 30 decessi per bronchite e polmonite. Delle forme morbose furono con frequenza mortali tra i bambini anche l' enterite acuta, 17 decessi, e la meningite, 10 decessi...». Cinquantasette bambini, in un solo viaggio. «Principessa Mafalda» Il «Principessa Mafalda» (nell' immagine sopra) nel 1927, nonostante le condizioni disastrose, era ancora la nave ammiraglia della nostra Marina commerciale. Il 25 ottobre dello stesso anno davanti alle coste brasiliane, dopo numerose avarie, la nave cominciò a imbarcare acqua. Nel naufragio morirono 385 persone. ma i giornali preferirono parlare soltanto del comandante, eroe che aveva voluto affondare con la nave. di Gian Antonio Stella
 
 
 
 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                   

NOTIZIE DAL MOLISE E DAI MOLISANI

 

 

TORO 

"Prima Giornata Molisana del Paesaggio", indetta a Toro il 17 Aprile 2010 da un numeroso stuolo di enti e associazioni.

Il nostro Molise è diventato terra di conquista delle multinazionali del vento che in nome di un malinteso buisogno energetico (il Molise produce 4 volte le sue necessità) stanno scentrando montagne, colline, fiumi.
In particolare, nel mese di Aprile dello scorso anno, la Re.plus di Roma ha depositato presso Comune di Toro, Provincia di Campobasso e Regione Molise il progetto per l'installazione di 17 torri eoliche da 2 MW ciascuna in agro di Toro, contrada Selva. L'impianto è di eccezionale invasività, prevedendo macchine di grossa taglia, con altezza complessiva dai 120 a 150 metri, dislocate per oltre tre chilometri su una superficie di 2,4 Kmq. Praticamente da ogni angolo del nostro paese e della campagna e dai comuni limitrofi sarà visibile questo sbarramento metallico, prospiciente il nostro paese, sulla collina che dal ponte va verso Jelsi. Per avere un'idea dell'altezza delle torri pensa a 17 enormi  grattacieli che vanno dai quaranta
ai cinquanta piani.
Per prendere posizione contro tale progetto faraonico, in particolare, e per la salvaguardia del nostro territorio e del Molise in genere, è stata indetta questa "Prima giornata molisana del Paesaggio". L'appuntamento, lo ripetiamo, è a Toro, nella mattina del 17 aprile 2010. Speriamo di far fronte comune. Non possiamo cedere a ricatti morali che non hanno ragione di essere. Il Molise è quattro volte autosufficiente in materia energetica. Non è giusto perciò che i nostri territori vengano devastati in maniera irreversibile da impianti che non fanno i nostri interessi ma di speculatori e imprese multinazionali. Redazione ToroWeb

CAMPOBASSO

<>Commovente cerimonia religiosa l'ultimo Giovedi Santo a Campobasso. É stato presentato ai fedeli (opera della ditta Scaramella di Tiene, Piemonte) un Cristo con Croce, simile a quello della cattedrale di San Rufino in Assisi, la cui particolarità è che può essere " scavigliato ", ossia deposto dalla Croce , con le braccia mobili, sistemate accanto al corpo. Dopo la Coena Domini ed il lavaggio die piedi, il parroco, Padre Gaetano Jacobucci, è salito su un 'alta pedana, ed ha tolto  i grossi chiodi dai polsi e dalle caviglie del Gesù crocifisso. Poi, aiutato da incappucciati della appena fornata congrega di Sant Antonio, hanno deposto il Cristo su un catafalco, al centro della chiesa , alla presenza dell'arcivescovo Brigantini, che ha letto i passi bibblici, alternati a quattro lauda cantate, come in Assisi nel 1300. Il giorno successivo, venerdi alle dodici, una lunga processione di incappucciati ha trasferito il corpo di Cristo Morto nella chiesa della Libera, la più antica di Campobasso, antico convento di Papa Celestino quinto, inglobata  nel municipio Murattiano della città. E' inutile aggiungere che durante la funzione, di altissimo valore icastico, per merito del Parroco Padre Gaetano, scrittore , pittore, i fedeli che gremivano la chiesa sono rimasti impressionati dalla corale della parrocchia, formata da maestro Antonio Colasurdo, e dalle varie fasi della cerimonia. Molti avevano le lagrime agli occhi. Enzo Ferro
CAMPOBASSO
Campobasso esempio di sostenibilità per il Molise: con la firma del protocollo d’Intesa, sarà il primo Comune della regione ad aderire al progetto proposto dall’Ente Nazionale Energie Rinnovabili (ENER) per l’installazione di 550 impianti fotovoltaici sul territorio comunale. L’iniziativa, messa in atto grazie alla collaborazione con Energesco (Esco leader nazionale nell’installazione, manutenzione e gestione di impianti fotovoltaici di piccolo taglio), prevede la realizzazione di 500 gazebo da 3kw e 50 pensiline da 20kw: “A Campobasso – afferma il consigliere comunale Nicola Gesualdo – non è stata mai presentata, prima d’ora, un’iniziativa di così ampio respiro”.Campobasso esempio di sostenibilità per il Molise: con la firma del protocollo d’Intesa, sarà il primo Comune della regione ad aderire al progetto proposto dall’Ente Nazionale Energie Rinnovabili (ENER) per l’installazione di 550 impianti fotovoltaici sul territorio comunale. L’iniziativa, messa in atto grazie alla collaborazione con Energesco (Esco leader nazionale nell’installazione, manutenzione e gestione di impianti fotovoltaici di piccolo taglio), prevede la realizzazione di 500 gazebo da 3kw e 50 pensiline da 20kw: “A Campobasso – afferma il consigliere comunale Nicola Gesualdo – non è stata mai presentata, prima d’ora, un’iniziativa di così ampio respiro”.Campobasso esempio di sostenibilità per il Molise: con la firma del protocollo d’Intesa, sarà il primo Comune della regione ad aderire al progetto proposto dall’Ente Nazionale Energie Rinnovabili (ENER) per l’installazione di 550 impianti fotovoltaici sul territorio comunale. L’iniziativa, messa in atto grazie alla collaborazione con Energesco (Esco leader nazionale nell’installazione, manutenzione e gestione di impianti fotovoltaici di piccolo taglio), prevede la realizzazione di 500 gazebo da 3kw e 50 pensiline da 20kw: “A Campobasso – afferma il consigliere comunale Nicola Gesualdo – non è stata mai presentata, prima d’ora, un’iniziativa di così ampio respiro”.... L’impianto da 3kw è destinato all’uso domestico: è in legno, occupa una superficie di circa 25mq, assume la forma di un gazebo e può essere utilizzato come arredo da giardino. I gazebo fotovoltaici potranno essere installati in seguito alla stipulazione di una scrittura privata tra Energesco e il cittadino.L’impianto da 3kw è destinato all’uso domestico: è in legno, occupa una superficie di circa 25mq, assume la forma di un gazebo e può essere utilizzato come arredo da giardino. I gazebo fotovoltaici potranno essere installati in seguito alla stipulazione di una scrittura privata tra Energesco e il cittadino....continua...
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PALATA
<>"LA FONTE" Associazione Culturale di Palata, continuando a perseguire i propri obbiettivi, pianificando attività culturali e ricreative, organizza per sabato 17/04/2010, in collaborazione con la FIDAS Molise, un incontro dibattito dal tema:  "donazione e prevenzione......la solidarietà come atto di amore". con la partecipazione di:Dr. Guerino Trivisonno (Dirigente Medico del Centro Trasfusionale di Larino); Dott.ssa Rita Palma (Dirigente Biologa del Centro Trasfusionale di Larino); Carmine Perugini (Presidente del Consiglio Provinciale di Campobasso);Francesco Ianiri (Fondatore Fidas MoliseCAPRACOTTA<>
Capracotta, le V classi dello Scientifico di Agnone promotrici di un'iniziativa contro lo spopolamento.
Hanno scelto Capracotta per dar vita ad un'iniziativa che intende erigere un argine concreto all'ormai progressivo spopolamento delle aree interne. Le V classi del Liceo Scientifico di Agnone si sono fatte promotrici di un incontro, che si terrà giovedì 15 aprile p.v. a partire dalle ore 9.30 nella Biblioteca Comunale di Capracotta, finalizzato alla realizzazione di un progetto attraverso il quale fare sistema, mettendo finalmente da parte quegli atavici campanilismi che si sono dimostrati il peggior nemico dell'Alto Molise. Un nemico quasi invisibile, ma che tuttavia ha scavato quel solco profondo all'interno del quale sono sistematicamente cadute le poche speranze di veder unito un territorio devastato dal depauperamento socioeconomico.  

CERCEMAGGIORE-USA

Una figura poliedrica che ha mantenuto i legami tra Cercemaggiore ed i  tremila oriundi  di Waterbury, Watertown, Oak Villa e Litchfield. Vincenzo è stato tra le rare figure che hanno trascorso la propria vita a scavalco tra il CONNECTICUT   ed il nostro paese. E’ stato un testimone dell’emigrazione recandosi a Waterbury dove fu tra i protagonisti della fondazione del Club Of Cercemaggiore di Oak Villa, tornando per molti anni in Italia e trasferendosi nuovamente in America dove aveva trovato moglie e si era inserito brillantemente.

ROTELLO
Sagra Medioevale. Tradizionale sagra della "Benedizione degli animali & sostituti". La Sagra trae origine dall'usanza medioevale della sfilata della forza lavoro dei vari feudatari. Ogni signorotto faceva addobbare i suoi villici ed i suoi animali per concorrere alla proclamazione del miglior feudatario. Dopo la seconda guerra mondiale, con la meccanizzazione dell'agricoltura, hanno iniziato a partecipare alla sfilata anche i trattori, i camion e le varie attrezzature semoventi delle aziende agricole. Abbinata alla sagra vi è la solenne benedizione, certamente di origine pagana, e la Fiera con tante bancarelle e chioschetti.

 

 
 

 

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