Expedia.com

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            

RIVISITIAMO IL PASSATO

 

Contenuto di questa newsletter :

 

 Bonefro:  Le Donne di Bonefro=le Donne Molisane, Dott. Nicola Picchione................

 Poesia dialettale :  Tèrra mulesana (Ugo d'Hugo).........................................................

Emigrazione : An Italian Family Returns Home. di Jennifer Petrino............................

Macchia Valfortore : Ricordi di chi ha dovuto lasciare il Molise..................................

 Molise :  Notizie dal Molise e dai Molisani....................................................................

                            Italia :  Notizie dall'Italia e degli Italiani......................................................................

Informazioni : I tuoi giornali all'estero........................................................................

  Invito : Siete invitati a collaborare a questa pagina.......................................................!

  Scrivete a : Per commenti, collaborazione e suggerimenti...............................................

 

kalendese@gmail.com

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                 

LE DONNE DI BONEFRO & LE DONNE MOLISANE Dott. Nicola Picchione

''Tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina''.
Da Antologia di Spoon River

Se potessi erigere un monumento in piazza, lo dedicherei alle donne del passato di Bonefro: le nonne e le madri dei più anziani di oggi. Raffigurerei una donna piccola col capo coperto dal fazzoletto legato alla nuca, la camicetta scura, la gonna lunga e ampia coperta da un  zinale scuro, in testa una grossa, pesante cesta sospesa sulla “spar’n” e in braccio un bambino. La raffigurerei umile, col volto sereno  rassegnato alla sofferenza. Le donne della povertà si somigliano tutte nel mondo, cambiano solo il dialetto e il colore della pelle. Sarebbe un monumento a tutte le donne di tutti i Sud del mondo sulle cui spalle solo apparentemente deboli pesavano spesso gran parte dei matrimoni, i figli, le famiglie. Le donne dei Sud del mondo si somigliano: sembrano fragili ma sono forti, sembrano rassegnate ma sono decise; sembrano ignoranti ma sanno governare la famiglia.
          Non erano diverse dalle altre donne le nostre nonne non erano sante né tutte e sempre virtuose. Avevano, credo, i pensieri e i desideri di tutte le donne del mondo, la voglia di intrigarsi delle cose degli altri, le debolezze e i peccati che l’umanità si porta addosso. Se tu fossi andato a sentirle al forno mentre cuoceva il pane avresti sentito tanti pettegolezzi; e se le avessi viste in fila alla fontana con la tina di rame in mano avresti anche potuto assistere a liti.

          La sorte aveva affidato loro compiti pesanti ai quali si abituavano sin da ragazze. Già prima dei dieci anni imparavano a lavare, a fare il pane dritte su uno sgabello per arrivare alla vasca della madia, ad accudire a un fratellino. Dovevano aiutare gli uomini nei campi ma anche mandare avanti la casa, fare e allevare figli spesso numerosi che partorivano in casa e qualche volta nel campo in un pagliaio. Dovevano far quadrare i miseri bilanci nei quali ogni lira aveva valore. Dovevano ubbidire ai mariti e spesso ai suoceri se conviventi. Erano le custodi della pace di casa, a costo di bugie per nascondere le colpe dei figli e di vendere di nascosto qualche uovo per piccole spese che il marito non avrebbe approvato. Quando tornavano dai campi la loro fatica non era finita. Preparare la cucina, senza gas senza pasta confezionata che era un lusso riservato- ma non per tutti-  ai giorni di festa. Dovevano pensare ai bisogni delle galline e del maiale mentre l’uomo governava l’asino o il mulo. Dovevano comprare meno cose possibili, il sale lo zucchero. Non il caffè che veniva preparato, senza macchinetta, solo per portarlo col termos come “riconsolo” a chi aveva avuto una morte in famiglia. Con la “posa” si preparava il caffè per casa.

La donna rimaneva a casa quando doveva fare il pane ma prima doveva cernere la farina che aveva riportato dal mulino, prendere accordi col fornaio. Rimaneva in casa quando doveva fare il bucato al ruscello. Doveva saper lavorare d’ago, rattoppare calze, pantaloni, giacche. Le più brave facevano camicie e calze. Le donne di Bonefro erano famose nei dintorni per le loro capacità, per come riuscivano a risparmiare e a tenere la “rima della casa”, termine in disuso ma che indicava ordine pulizia essenzialità.  Molti anni fa un vecchio di S. Giuliano mi disse che mentre non avrebbe mai fatto sposare una figlia con un bonefrano (li riteneva, credo esagerando, rudi a volte violenti e avari) volentieri avrebbe fatto sposare un figlio a una donna di Bonefro. Molte virtù nascevano dalla necessità. Imparavano da piccole a ubbidire, lavorare, sopportare anche le violenze. Portavano segnato il loro destino sin dalla nascita. Avere una figlia non era gradito. Era considerato un peso. Non tramandava il proprio nome, non faceva il lavoro considerato remunerativo, richiedeva una dote.

 

. Un amico di famiglia non volle andare al matrimonio dei miei perché gli era nata il giorno prima una femmina: quasi un lutto, anche se poi fu quella figlia ad accudirlo nella vecchiaia e non il maschio che nacque dopo. Imparavano presto a fronteggiare la vita, a mandare avanti la casa. Molto presto dovevano mettere da parte la piccola bambola di pezza ( a pupiatt’). Le loro mamme erano analfabete; molte di loro non finivano le elementari. Molte imparavano a ricamare per preparare il corredo. Dovevano uscire di casa il meno possibile e spiare dietro i vetri delle finestre se passava l’innamorato. Qualcuna, mi diceva, gettava l’acqua della tina  solo per tornare alla fontana. Sapevano sopportare, le donne di Bonefro. Era questa la virtù che salvava molti matrimoni. Sopportavano se il marito si ubriacava, tolleravano i comandi. Anche da adulte, a molte il comando del marito arrivava con lo sprezzante epiteto: “Guegliò” come fosse ancora una ragazza da sottomettere. Alcune erano anche rassegnate alle percosse che subivano in silenzio. Mi raccontava recentemente un’ amica ormai anziana che un giorno trovò la suocera col volto tumefatto ed ecchimotico (“rann’rit”). Le raccontò di una inverosimile caduta ma poi dovette ammettere che la sera prima era stata colta dal sonno per la stanchezza e non aveva sentito bussare il marito che rientrava tardi dalla “cantina”. Fu punita con pugni e calci. Si raccomandò di non dire nulla ai figli, per la pace di casa. Mi raccontava un vecchio amico- di quelli che incontro in piazza quando torno e con i quali parlo con piacere- di un suo vicino. Un giorno aveva preceduto in campagna la moglie che aveva da fare a casa, ordinandole di portargli un pacchetto di tabacco. La moglie, finiti i lavori a casa, si avviò verso il campo distante, a Gerione, con una cesta piena in testa. Arrivò già stanca. Il marito da lontano le urlò di affrettare il passo, aveva gran voglia di fumare.  Solo allora la donna si ricordò del tabacco. “Non fare un solo passo- le ordinò il marito- posa la cesta e torna immediatamente a comprarmi il tabacco”. Sopportavano, lavoravano persuase che fosse la regola di vita, un destino inevitabile soprattutto se si nasceva povere. Si sposavano molto giovani, quasi sempre la mattina presto. Lo sposo nemmeno lo conoscevano bene. Quando da fidanzato andava a far visita alla famiglia di lei si dovevano sedere lontano l’uno dall’altro. Non si dovevano toccare e nemmeno parlarsi direttamente. Spesso dovevano accettare un uomo senza amarlo. Di una sola si raccontava che arrivata davanti all’altare, alla domanda del prete se voleva sposare quell’uomo ebbe il coraggio di dire di no e alla domanda del prete sul perché fosse arrivata all’altare, rispose: “Mi ci hanno portato”. Era un’eccezione. Non so come sia andata a finire.
Si sentivano guardate, giudicate: dalla suocera, dai vicini, da tutti. Dovevano misurare gesti e parole. Anche quando piangevano i loro morti erano giudicate: se sapevano piangere e recitare le lodi del morto anche se era stato un marito violento. Erano le ultime  a sedersi a tavola e le prime ad alzarsi. Le ultime ad andare a letto e le prime ad alzarsi. Sembravano fragili e arrendevoli invece avevano forza d’animo e senso della realtà. Se rimanevano vedove, sapevano affrontare i problemi. Alcune fecero grandi sacrifici per tenere i figli lontano dai campi, migliorarne la vita perfino mandarli a studiare a costo di debiti. Mia nonna rimase vedova (di guerra) a 23 anni ma si privò dell’aiuto del figlio pur di mandarlo a bottega.

    Oggi quella vita sembra assurda, inaccettabile. Da non raccontare, da rifiutare. Allora sembrava normale perché quelle regole erano antiche, si respiravano nascendo. Non se ne conoscevano altre e se anche si conoscevano sembravano estranee a quel mondo che era andato avanti così da generazioni. Era normale vestire in quel modo che oggi farebbe sorridere e non avrebbero accettato uno diverso. Gonna e camicetta scure, fazzoletto per coprire la testa (legato alla nuca salvo quello per le cerimonie e per andare in chiesa, più grande- il fazzolettone- da annodare sotto il mento). La femminilità, tuttavia, non era soffocata: le si concedevano alcuni sobri ornamenti: gli orecchini d’oro, la catenina al collo ( u lacc-ttin’) che non raramente portava il ritratto di un caro morto. Sulla camicetta una piccola spilla di poco conto dono di un’ amica in  pellegrinaggio a S. Nicola o S. Michele.  Del resto, basta guardare foto dell’epoca per capire che non erano le sole italiane a vestire in quel modo che oggi sembra appartenere ad un altro mondo. Sapevano quelle donne, però, che una persona deve sapersi adattare. Quando cominciarono ad emigrare per raggiungere il marito lontano seppero adattarsi alla nuova realtà.

 La sera prima della partenza erano pronte come le farfalle che escono dal bozzo. Sostituivano la gonna e camicetta con una veste sobria ma più moderna, tagliavano la treccia raccolta dietro il capo ( u tupp’), gettavano il fazzoletto della testa. Pronte ad affrontare la nuova vita. Molte non accettavano di finire come le donne che le avevano precedute: volevano uscire anch’esse, andare nelle città del mondo, lavorare e guadagnare anche per liberarsi da tante catene. Rifiutavano di rimanere sole con mariti e figli in altre terre come era accaduto nel lontano passato. Mi raccontava una zia che subito dopo la guerra andò a Napoli: il marito tornava ogni 3-4 anni dall’ America. Volle andare con lei una conoscente che chiameremo Maria. Tornava finalmente anche il marito emigrato in America appena dopo sposati, da più di vent’anni. Non era mai tornato. Aveva mandato a casa i risparmi ma mai una foto. Mia zia vide suo marito sulla nave e lo salutò poi gli andò incontro. Affianco a lui c’era un uomo che chiameremo, per dscrezione, Mario. Maria lo guardò dubbiosa poi gli chiese: tu sei Mario? E scoppiò a piangere. Come sei invecchiato, gli disse. Le rispose: perché non ti guardi allo specchio?, anche tu sei invecchiata. Un mondo ormai lontano e non so se sia bene scriverne apparendo incomprensibile, inaccettabile.
        Nel ricordarlo si rischia anche di dare un’idea imprecisa di quel mondo colmo di insoddisfazione e di tristezza. Non è così. Quelle stesse donne sapevano trovare momenti di serenità, sapevano dire battute, cantare, ridere, trovare momenti di grande socialità. Il bisogno di solidarietà, la necessità di scambiarsi attrezzi e manodopera favoriva legami e amicizie. Le donne più degli uomini riuscivano a creare legami non importa se intrisi di pettegolezzi. Sapevano essere solidali anche nella miseria. Mi raccontava una vecchia amica quasi novantenne che un giorno andò a casa sua un vicino, molto amico del marito che non era in casa. Le chiese un piccolo prestito. Non lo aveva mai chiesto prima. In casa, le disse, non aveva da dar da mangiare ai figli. Lei non aveva una lira era povera anche lei ed anche lei aveva molti figli ma non voleva mandar via quell’ amico senza un aiuto. Gli disse: svita i pomelli di ottone dal nostro letto e va a venderli, qualcosa ricaverai. L’uomo svitò i  pomelli ed andò via. “Mi aspettavo tante botte da mio marito che spesso me le dava ma quella volta, quando tornò e gli dissi tutto, non reagì”. Così era quel piccolo mondo, a volte carico di nuvole minacciose a volte sereno. A volte ti strappava una bestemmia per il cattivo raccolto e il bisogno, a volte ti donava l’allegria di stare insieme. Ho ricordo di mia nonna materna: non possedeva nulla se non l’usufrutto della casa e dell’orto dove piantava patate e fagioli (anche lei era rimasta vedova presto). Viveva facendo la spigolatrice. Eppure la ricordo sempre sorridente. Cantava “Campagnola bella”. L’unica volta che vide un film fu in piazza: era la vita di Gesù Cristo. Era vissuta in miseria ma non era mai stata malata. Andò via la notte dopo la partenza di mia madre per il Canada: si era addormentata e non si era più svegliata. Forse fu più fortunata di tante donne di oggi, libere ricche infelici. 
Quello strano mondo passato dal quale siamo venuti noi forse merita di essere ricordato. Perciò mi riprometto di farlo ancora, consapevole che ne darò un’idea parziale, imprecisa. I ricordi passano necessariamente attraverso filtri complessi e sono in ogni caso soltanto piccoli spezzoni  del passato spesso rigati macchiati ingialliti come una vecchia pellicola.
        No, quelle nostre nonne non erano né sante né eroine; non erano istruite e spesso erano del tutto analfabete; erano superstiziose. Avevano, però, per necessità e per tradizione le qualità che rendevano la vita umana, sopportabile anche tra tante difficoltà; erano il perno della casa senza pretenderlo di essere. Invecchiavano presto, piegate dalla fatica, dalla cattiva nutrizione, dalle scarse cure del proprio corpo ma spesso riuscivano a conservare sino alla fine la vitalità la capacità di fare e di  pensare al futuro anche quando non avevano più futuro.  Non avranno il monumento alla memoria. Ricordiamole, almeno, con gratitudine  Dott.
Nicola Picchione 

 


 Shop CoutureCandy for the Latest Fashion

 

                                                                                                                                                                                                                                                

I RICORDI DI CHI HA DOVUTO LASCIARE IL MOLISE
I racconti di coloro che hanno dovuto lasciare la propria terra sono sempre pieni di malinconia. E così, tra le lacrime, a Macchia Valfortore (Campobasso) la consegna delle pergamene ai macchiaroli nel mondo, lo scorso 10 agosto, è stata impreziosita dalle storie degli emigrati. Francesco Maddalena, docente all’Università di New York, è stato il primo ad intervenire.  “Quando torno a Macchia – ha precisato – faccio prima una visita al Cimitero, a trovare mio nonno e mia nonna. Quest’anno ho portato i miei nipotini per far conoscere loro la terra dove è nato il nonno”. Salvatore Carozza, da 47 anni in Svizzera, si è abbandonato ai ricordi. “Dimenticare il proprio paese è impossibile” ha ricordato alla platea. Giovanni Cinelli, partito nel ’57, ricorda la fame di quei tempi, quando la confezione di un abito costava 3.500 lire, si pagava a rate, e lui, che aveva una sartoria con il fratello, doveva attendere il raccolto per avere qualche soldo. Pasquale Giglio, emigrato in Francia, ha acquistato una casa, a Macchia, nella speranza di tornare con i suoi figli. “Sono 45 anni che ho lasciato Macchia per la Svizzera – ha raccontato piangendo Carmela di Nacci – e il mio pensiero va ogni istante al mio papà, Renato Salvatore, che ha fatto tanti sacrifici. Io avevo quattro anni quando sono partita lasciando per sempre Macchia Valfortore”. E la giovane orologiaia, dalle cui abili mani escono capolavori che valgono anche 150.000 euro, ha ringraziato l’Amministrazione perché “la seconda generazione conservi gelosamente, a memoria futura, il ricordo del sacrificio dei padri”. Zia Antonietta Pizzuto ha raccontato di essere partita nel 1955 e di essere tornata solo quattro volte. Maria Carmelina D’Elia, stabilitasi a Bologna ha voluto spiegare di non sentirsi un’emigrata, dato che torna ogni anno a Macchia, dove ha portato anche alcuni amici di Rapallo “diventati macchairoli pure loro”. Da Roma Nicolina Santullo è tornata indietro con la memoria al viaggio di papà Giovanni, quando lei aveva 7 anni. “Abbiamo portato mio padre quest’anno – ha aggiunto – In paese abbiamo una casa, realizzato con tanti sacrifici dai miei genitori emigrati in Germania”. Giuseppina Russo, 57 anni di emigrazione, prima in Svizzera e poi in Canada, come gli altri, non ha retto all’emozione. Nel 1961 era partita zia Rosaria Colavita in Mignogna. “Quest’anno – ha invece riferito orgogliosa Vincenza Di Nacci, sorella di Carmela – ho portato mio marito e le ragazze per mostrare loro la Terra del nonno e della nonna”. Particolarmente toccante la testimonianza di Florinda Cifelli, che ha raccontato di essere partita a 25 anni, lasciando in Italia, a Macchia Valfortore, un bambino di tre anni. “Credo che oggi – ha commentato – nessuna mamma farebbe un sacrificio tanto grande, lasciare un figlio piccolo per cercare lavoro, per offrirgli un futuro migliore”. Pure ogni anno torna “a casa” Nicola Zingaro, tipografo, da 50 anni in Emilia Romagna. Lungo e “creativo” l’intervento di Antonio Camapanelli, artista emigrato a Genova, che a Macchia ha inaugurato una personale di pittura presso la struttura polivalente di Protezione Civile, dono del popolo del Trentino. “Ho 100 anni – ha detto con ironia – anche se all’anagrafe me ne danno solo 80. Avevo solo dieci anni, infatti, quando il mio favoloso nonno mi ha raccontato per filo e per segno i 20 anni precedenti, che io conservo scolpiti nella memoria. Ricordo quando andavamo a cogliere i fichi alle 4 del mattino, così erano più freschi e gustosi, ed ero ammaliato dalla vista di Carlantino e del fiume Fortore che si illuminava alla luce dell’alba. Ecco, è stata quella luce, quel ricordo intangibile che si è impossessato del mio cuore, a fornirmi l’ispirazione per i miei quadri”. E Camapanelli ha raccontato di quando è partito, nel 1938, senza dimenticare mai il suo paese. Zia Maria Pizzuto all’estero non ci è mai andata, ma ha voluto portare il proprio saluto e il ricordo dell’ospitalità data agli emigranti. “Ringrazio chi è tornato – ha sottolineato – e auguro a tutti di poter realizzare i propri sogni, qui a Macchia e ovunque nel mondo”. Da : Un Mondo d'Italiani di Mina Cappussi.


Nelle baracche tra i grattacieli di New York
"Come vivono gli italiani nei peggiori bassifondi", foto di Jacob Riis, scattata in Jersey Street nel 1897 ed esposta al Museum of the City of New York. Scrive Adolfo Rossi, autore nel 1894 di Un italiano in America: "A New York c'è quasi da vergognarsi di essere italiani. La grande maggioranza dei nostri compatrioti, formata dalla classe più miserabile delle provincie meridionali, abita nel quartiere meno pulito della città, chiamato i Cinque Punti (Five Points). È un agglomeramento di casacce nere e ributtanti, dove la gente vive accatastata peggio delle bestie. In una sola stanza abitano famiglie numerose: uomini, donne, cani, gatti e scimmie mangiano e dormono insieme nello stesso bugigattolo senz'aria e senza luce. In alcune case di Baxter e Mulberry Street, è tanto il sudiciume e così mefitica l'atmosfera da far parere impossibile che ai primi calori dell'estate non si sviluppi ogni anno un colera micidialissimo."

 


Over 15,00 Items on Sale

                                                                                                                                                                                                                                                

      IL DIALETTO MOLISANO : CONOSCERLO, AMARLO, PROTEGGERLO  

 

Angolo Poeti  Molisani 

 

 Tèrra mulesana

Quant’è bèlla
la tèrra d’u Mulise,
pure s’è chiéne
de vrécce e malajèrva,
che le muntagne aute,
che la néva ghianca
e che lu mare pure,
sèmpe azzurre.
E la gènta, le paisane mije,
tutta gènta bona e bèlla.
Gènta ‘ngènua, attaccata
a la tèrra e a la fatija,
gènta ca scégne da la muntagna,
gènta cu core spezzate!
Sì, u sacce, o paisane mije,
la tèrra noštra è povera,
ma bèlla cumme a éssa
‘ntèrra nen ce ne šta
.

 

 

 

E vére ancora da la funèštra mia
chélla muntagna ghianca
d'andò na vota vedèa
u lupe ca scegnèa
chiane chiane
tutt’affamate
a ‘štu paése spaisate.
Ma la puurtà e la caraštija,
la fame e la ngurdenija d’u renare,
mannene ‘šta bona gènta
assai luntane
e ngopp’a ‘šta tèrra bèlla,
sana, aspra e forte
‘nce rèšta ché u lupe affamate
.


 

Autore: Ugo d'Hugo, Campobasso, 1960

Fondatore dell'Ass. Culturale

Francesco Jiovine onlous del capoluogo.
 

 
 TERRA MOLISANA

Quanto è bella/ la terra del Molise/ pure s’è piena/ di pietre e malerba/ Con le montagne alte/ con la neve bianca/ e col mare pure/ sempre azzurro/ E la gente, i paesani miei/ è tutta gente buona e bella/ Gente semplice, attaccata/ alla terra e al lavoro/ gente che scende dalla montagna/ gente col cuore spezzato/ Sì lo so o paesani miei/ la terra nostra è povera/ ma bella com’è essa/ in terra non ce ne sta/ E vedo ancora dalla finestra mia/ quella montagna bianca/ da dove una volta vedevo/ il lupo che scendeva/ piano piano/ tutto affamato/ a questo paese disabitato/ Ma la povertà e la carestia/ la fame e l’ingordigia del denaro/ mandano questa buona gente/ assai lontano/ e sopra questa terra bella/ sana, aspra e forte/ non ci resta che il lupo affamato.     

Poesia e Narrativa Molisana.

Una nuova pagina su  Personaggi storici molisani

 intestatari di OO.PP in Campobasso, a cura di Ugo d'Hugo.  

 

I libri che avreste voluto leggere da tanto li troverete da Enne Editore
 

 

Access Your PC from anywhere