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CI RACCONTANO IL PASSATO

 

Da leggere in questa pagina :

 

   Michael Santhers  :   I Contadini nel Molise negli anni sessanta  

  Nicola Picchione  :         A cosa somigliava una casa nel Molise

                                                                     Emigrazione :                                      Nel Mattatoio di Montréal

  Emigrazione :                      Alpi 1946;disperati in fila nella neve

   Emigrazione :                                       Quanti figli questi Italiani

                                                                     Notizie :                                                dal Molise e dei Molisani

                                                                     Notizie :                                                 dall'Italia e degli Italiani

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CONTADINI IN MOLISE

Erano gli anni sessanta di uomini fuori tempo,
in camera da letto con galline,aprivano la botola
e lasciavano cadere misurati pugni di fieno all'asino
e non tutti avevano simile fortuna,
spesso la misera stanzetta dei più poveri
si trovava distante dal tesoro stalla
e in rigido inverno, semiscalzi sfidavano neve e gelo
per pasturare stenti all'animale
-Anni nefasti al raccolto vincevano sui benevoli
e tanti torchiati dalla fame emigravano in America
in speranza a nuova futura luce di sazietà
ma spaesati in rumori di lingua in promiscue razze
mendicavano i più umili lavori o presagi
e dimoravano in lerce baracche sovraffollate
ove topi mosche e violenze proliferavano
in sporcizie così nauseabonde
che persino il vento schifato a disperderle
-Sto parlando dei contadini Molisani
selvaggi, prototipi umani eruttati da orgasmi
indottrinati in superstizioni e orgoglio analfabeta,
ai gesti tozzi incollavano sputi e rumori di bocche
copiati a ghigni d'eterna difesa al fato
                                                                                     

                                                                                                         

 

UN MOLISE SCOMPARSO 

 

-Avevano sempre mimiche arcigne

su brecciati visi infilzati da falasche barbe
e non era raro che s'ammazzassero
per un confine o un ceppo di legno
-Pezze saldate a tamponare multistrati sudori flautolenti
si chiamavano vestiti, abbinati a berretti bisunti
a cui attecchivano accennati funghi a tettoia di buonumore
quando affiorava in mostra fuligginosa dentatura
simile a muraglia qua e là abbattuta da invasori
-A guardia del niente spelacchiati cani
in eterni inchini a seguire tozze mani al pranzo
a sperare uno starnuto sparasse briciole
-Con spuntati aratri tirati da scheletriti animali
scorticavano arida impigrita terra
per un raccolto di grano che se abbondante
restituiva seme e un piatto in più
-Paglia era premio quasi certo
martoriate ossa in nuovo calendario
della vita , il senso

 

Da:Destini E Presagi
http://www.santhers.com

 



                                                                                                                                                                                                                                             

A COSA SOMIGLIAVA UNA CASA NEL MOLISE         
La Casa.
Un testo del Dott Nicola Picchione

Ho tentato prima di descrivere brevemente la strada e la piazza di Bonefro.  Ora proviamo ad entrare in una casa. Scegliamone una media di un contadino. Ce n’erano tante diverse da quella che proverò a descrivere, più grandi o più piccole. Chi era solo e non aveva grandi risorse, spesso viveva in una sola stanza. Ricordo donne anziane vedove con la sola risorsa di una piccola pensione (mia nonna, vedova di guerra, aveva una pensione di 5 mila lire nei primi anni ‘50. La mia bicicletta- quella che ancora uso quando sono a Bonefro- costava 32 mila lire. Vivevano in una stanza d’affitto. C’erano il camino, il tavolo, il comò con il vecchio ritratto del marito morto, una piccola credenza, il letto sotto il quale erano conservate le patate; qualcuna ci nascondeva anche la bara per non dar fastidio dopo la fine. Le mele caitenell’ erano messe al fondo del comò per profumarlo. Oggi tutto questo può suscitare meraviglia e chiedersi come si poteva vivere in una sola stanza senza gabinetto ma non era un problema e non era certamente questa condizione a  togliere serenità alla vita. Una stanza col camino, la madia per il pane, il letto e il comò bastavano. Poi ci siamo caricati di tanti bisogni; tanti oggetti e tanto spazio ci sembrano oggi indispensabili ma a ben pensarci siamo circondati da una gran quantità di oggetti che ci complicano la vita anche se ormai non possiamo rinunciarvi. Cominciamo a rendercene conto nel sentire delle tonnellate di monnezza che produciamo e che ormai non sappiamo dove collocare. Non solo abbiamo gonfiato i nostri bisogni ma essi ci hanno tanto asserviti da indurci a pensare che la vita sarebbe intollerabile senza le nostre “comodità”. Non ci è bastato il frigorifero ( ma posso assicurare che l’acqua fredda di cui disponiamo non ci dà lo stesso piacere di quando si andava alla fontana di Mastro Cosimo a riempire la giarra  e si beveva l’acqua fresca), molti di noi si sono forniti anche di freezer. Una volta c’era il problema della mancanza del necessario e della fame; ora quello dell’eccessivo e dell’obesità.

Nella nostra casa immaginaria c’è a pian terreno un grande spazio ( u v’ttar) con la stalla, la botte per il vino ( a t’nell’) , qualche damigiana di vino, l’ alto cassone di legno del grano ( u chescion’), gli attrezzi agricoli, la rimessa per la paglia ( a pegghier’). C’ è anche una piccola stia per i polli ( u masciunar’) che durante il giorno girano all’aperto davanti casa.
La casa che stiamo visitando non ha in questo spazio il posto per il maiale (a roll’) ma una piccola conigliera, una gabbia di legno con una rete metallica a larghe maglie. Avvicinandoci a questa casa avremo sentito un cattivo odore: proveniva dalla roll ricavata dal sottoscala esterno del vicino ( a roll sott’ u m’rell ). Forse nulla emana cattivo odore come gli escrementi del maiale che lungo le strade di Bonefro si sentiva ogni tanto. Una porta immette dal v’ttar alla scala molto ripida che porta al piano superiore, evitando di uscire fuori e rientrare dalla porta principale. Salgono verso la cucina anche i non gradevoli odori del piano basso. Saliamo ed entriamo nella cucina ma prima notiamo che affianco alla porta esterna, a livello del pavimento, c’è una piccola buca: serve al gatto per entrare e uscire liberamente. Il gatto, come tutti gli altri animali, non è tenuto per compagnia ma per l’utilità: i topi non mancano. Limiteremo la nostra visita alla cucina evitando di entrare nelle altre stanze- una o due- per rispetto della riservatezza. Non troveremmo disordine: le donne di Bonefro erano molto ordinate e di regola non rinviavano le faccende, non andavano a letto se non avevano messo a posto tutto e pulito ( n’n z’ sa mai che t’ po’ cap’tà a’ nott’: la gente non dovrebbe trovare disordine). La cucina, del resto, è il cuore della
casa. In essa si svolge la vita della famiglia, si mangia, si accolgono gli amici sia quando vengono a trovarci nei giorni normali che in quelli di festa. Qui li accogliamo, per esempio quando facciamo la festa del maiale il giorno che l’uccidiamo. La cucina era anche una sorta di officina degli alimenti da conservare. In quella economia quasi autarchica con scarsa circolazione di danaro era importante preparare alimenti da conservare, tenuto anche conto che non c’era la possibilità di conservarli in frigorifero.  Il passato di pomodoro d’estate e la preparazione delle carni di maiale d’inverno erano procedure fondamentali nella vita familiare. Era anche uno dei tanti modi per la vita sociale con scambio di aiuto tra amici. 

La cucina è piuttosto grande. C’ è il camino, fondamentale per la vita di casa. Non è soltanto il luogo del fuoco. E’ quasi un luogo magico non solo per quello che ne può uscir fuori se andiamo a guardare tutto ciò che contiene ma perché esso dà vita e calore a tutta la casa, anche se non è grande come gli antichi camini toscani in pietra che occupavano tutta una parete e consentivano a più persone di sederci dentro. I Romani avevano il culto dei Lari protettori del focolare e della casa. Non c’è ancora il gas, nemmeno nelle bombole, e nel camino prepariamo la cucina, la brace da mettere nel braciere di rame tenuto in un piede circolare di legno e quella da mettere nello scaldino per il letto d’inverno, tenuto dal monaco di legno. Attorno al camino ci si raccoglie d’inverno. Sulla spalletta notiamo il mortaio, la lucerna ad olio, la scatola gialla dei fiammiferi allo zolfo. Una corta tendina limita la fuoriuscita di fumo nelle giornate di vento. Serve a poco, specie se il tiraggio è difettoso: il fumo invade la cucina ne ingiallisce le pareti, irrita gli occhi. Se la cenere è stata spinta indietro, notiamo che il focolare è fatto di mattoni ben tenuti: per cuocere la pizza di granturco o di grano è necessario che non abbia crepe. Se il fuoco è acceso notiamo la pignata con i fagioli.

Serviranno a condire la sera la pizz’ d’ rendinie ma la nonna sa che al piccolo nipote piace molto il pane bagnato con l’acqua dei fagioli e condito con olio e sale. Gli dirà di avere pazienza: i fagioli debbono cominciare ad essere cotti perché l’acqua di cottura insaporisca. Dall’alto del camino pende una grossa catena di ferro annerita dalla fuliggine che serve per appendere a cuttor’ di rame anch’essa nera di fuliggine all’esterno ma dentro brillante: la padrona di casa tiene alla pulizia e la strofina ogni tanto con la sabbia. Non ci sono ancora detersivi. Affianco notiamo appesi alla parete interna del camino alcuni treppiedi e una piccola fornacella di ferro che serve per preparare il sugo. C’ è un tegame con i piedini (u puznett’) e la coppa di ferro che stasera sarà messa sull’ impasto di granturco appoggiato sul focolare rovente e coperta di brace affinché la pizza cuocia uniformemente; non mancano nell’armamentario del camino a pelell’ o u sciuscefoc’ e a scuperell’ d’ muggh’idini’e per pulire il focolare. La cenere non verrà buttata via (quasi nulla si butta via in questa casa) e servirà per la biancheria quando si farà a culat’; servirà anche per abbrustolire i ceci e renderli morbidi.Vicino al camino c’ è un piccolo vecchio banco di legno fatto costruire dal falegname per i bambini e una sedia bassa riservata spesso al nonno. Se il padrone di casa è buon bevitore di vino, affianco al camino ha una piccola nicchia dove entra u butt’gliuncell’ da 2 litri e sulla spalletta del camino u v’cal’ du vin’. Al lato del camino vediamo la batteria dei tegami di rame ben lucidati appesi a strisce di legno infisse sul muro. Lungo una parete c’è la madia per il pane. E’ fatta di legno povero, col ripiano ribaltabile per scoprire la vasca dove si prepara il pane. Nella parte inferiore ci sono due sportelli più grandi dove si conservano i grandi panelli di pane e tra loro uno sportello più piccolo per riporre a cantr’llucc’ della salsiccia conservata nella sugna.

In un’altra parete troviamo un alto ripostiglio ricavato dal muro, coperto da una tenda. Se proviamo a sollevarla notiamo sul ripiano ad altezza d’uomo la tina di rame dell’acqua alla quale è appeso u manier’ per attingere l’acqua e per bere. In basso, sul pavimento, poggia a serol’ della riserva d’acqua, fatta di creta grigia e coperta da un coperchio di legno. Non somigliano per forma e colore agli orci toscani (preziosi e costosi quelli dell’ Impruneta vicino Firenze), hanno un aspetto più umile. Comunque, a serol che usava mia madre nel dopoguerra non fa brutta figura nel mio giardino accanto a qualche orcio toscano. Affianco c’è a giarr’ oppure  u c’c’nat’ pure di terracotta grigia. La terracotta lascia evaporare l’acqua conservandola fresca. A casa non c’è ancora l’acqua corrente e bisogna andare alla fontana pubblica per rifornirsene. A volte bisogna fare la fila, qualche volta si finisce anche col litigare; perciò è meglio avere una piccola riserva. Bisogna anche dire che fatte alcune eccezioni non c’è nemmeno il gabinetto. Per i bisogni corporali c’è u p’scetur di ferro smaltato. Gli uomini si arrangiano nei campi. C’è anche un posto poco fuori del paese, u Ciarellitt’ deputato a questi bisogni. Ovviamente, riservato agli uomini. Oggi tutto questo ci sembra preistorico e segno di arretratezza ma non dobbiamo meravigliarci. Anzi, Bonefro si è affrancata da simili situazioni prima di altri paesi. Mi raccontavano negli anni 60 che in un paese non lontano ancora c’era un luogo simile al nostro ciarellitt’ dove era possibile vedere, la sera tardi, uomini in fila accovacciati discorrere tranquillamente. Del resto questi usi erano diffusi. Nella civile America il gabinetto era detto backhouse, cioè dietro casa, perché era una modesta costruzione fuori casa, una sorta di baracchina. E molti ricorderanno la battuta di Benigni in una trasmissione di Biagi. Raccontava il comico che quando il su’  babbo sentì che Berlusconi scendeva in campo se ne meravigliò molto: un uomo tanto ricco scendeva ancora in campo – come si diceva da loro per indicare quell’atto fisiologico-  per i suoi bisogni corporali? Dunque, anche in Toscana vigeva la stessa usanza.

Torniamo a visitare la nostra ipotetica (ma non troppo) cucina bonefrana. Lungo l’ultima parete vediamo una fila di sedie di legno impagliate e un tavolo. Se la nostra visita avviene d’inverno verso i primi dell’anno, notiamo la pertica della salsiccia appesa ad asciugare. Tutte le case avevano molti ganci di ferro infissi sulla volta ( i ‘ngin’) per appendere alimenti da conservare. Da un gancio pende anche il cerchio di legno al quale sono attaccate le soppressate. Sotto i salumi freschi c’è il braciere. La brace è coperta dalla cenere perché il calore eccessivo farebbe rincuocere la salsiccia. Sono anche appesi una vescica di maiale piena di sugna, la ventresca e il lardo che è molto massiccio, indice di un maiale grande e grasso. Presto lardo ventresca e vescica saranno portate in basso nel v’ttar’ dove già  su assi di legno appesi al soffitto per evitare la concorrenza dei topi pendono due forme di formaggio comprato dai pastori bruzzesi  passati nel tratturo. Il lardo servirà tutto l’anno sia come condimento sia per preparare i cicul’ fritti che faranno da companatico da portare in campagna e mangiare col pane o con la pizza di granturco (mi raccontava un vecchio contadino: u cicul’ gli serviva solo per strofinarlo sulla pizza e darle sapore; la sera lo riportava a casa ai figli).  Diamo anche uno sguardo al lampadario: un semplice piatto ondulato di vetro colorato appeso al filo elettrico ritorto e coperto da molti escrementi di mosche o dalla carta moschicida. Sotto la finestra che è sulla stessa parete del camino c’è un fascio di ceppe e qualche tacc’r’ . Se gettiamo un rapido sguardo dal vetro della finestra notiamo a crast’l  fissata a un piede di ferro: è piena di terra e contiene una pianta di garofano che d’estate fiorirà e profumerà; dalla parte opposta della finestra, in un’altra crast’l  sarà coltivata a vasen’col’, il basilico.  Infine, in un angolo della cucina c’è una stretta e alta angoliera chiusa in basso da due sportelli e in alto da una vetrina dalla quale si possono notare bicchieri, qualche bottiglia e qualche tazza. Nella scanalatura della cornice di legno della vetrina è stato fissato un santino di S. Antonio o S. Nicola.

 

In questa casa i rifiuti sono pochi, quasi tutti vengono riutilizzati. I rari giornali servono per impacchettare, per accendere il fuoco; anche per fare le sigarette al posto delle cartine da comprare dal tabaccaio. Finanche le lattine possono servire: se sono grandi per farne contenitori per i fiori o le piante di uso in cucina, se piccole servono ai ragazzi per farne le eliche da far volare. Si imparava da piccoli a riciclare: i rocchetti vuoti di legno del filo diventavano  piccoli carrarmati con le ruote dentate e spinti da un elastico ritorto nel buco del rocchetto; un vecchio cerchione di bicicletta era addirittura un lusso per giocarci. Anche i noccioli di oliva riempivano le nostre tasche: servivano come punti quando si giovaca a voc e sticc che non erano altro che pietre ben scelte tra quelle che si trovavano per strada. Pochi mezzi, molta fantasia. Rimaneva poco da portare nei piccoli munn’zzar’ fuori dal paese. Abbiamo promesso di essere discreti e di non entrare in camera da letto o in qualche altra eventuale camera. Anzi sentiamo il rumore degli zoccoli dell’asino sul selciato sconnesso e la voce del padrone che sembra piuttosto stanco e nervoso. Sgomberiamo il campo.

 Naturalmente non esisteva una casa tipo e quella descritta era una delle tante. C’era chi aveva le rimesse ben divise dalla casa abitata e non comunicante con essa; chi, invece, aveva la stalla dietro la cucina che doveva attraversare con l’asino. Molti potevano disporre di locali adiacenti all’abitazione dove allevavano i polli e il maiale. Siamo usciti dalla casa ma ci torneremo per ricordare alcuni aspetti della vita di allora. Dott. Nicola Picchione

 

 

 

                                                                                                                                                                         

L'ANGOLO DEGLI EMIGRATI
 

Nel Mattatoio di Montréal.

Per orgoglio......di non apparire agli occhi di qualche malevole parente il mantenuto di mia moglie, ero deciso......ad adattarmi ad una qualsiasi sistemazione.  Un bel giorno, di buona mattina, mi accompagnai a mio suocero per andare a parlare col ''manager'' del mattatoio di Montréal., dove lui in quel periodo faceva il guardiano.  Desideroso di accontetare un suo solerte dipendente, il ''manager''. appena dopo le presentazioni, fissandomi bene negli occhi, mi apostrofó: '' Are you really willing to work?''... Ovviamente risposi di si, ignaro peró di quello che mi sarebbe capitato subito dopo.  ''Bene'', aggiunse '' vai al piano interrato e li' ti spiegheranno cosa c'é da fare.  Non é un lavoro pesante.  É solo che ci vuole un pó di stomaco.  Ti sistemeremo meglio non appena si presenterà l'occasione''.

Dopo pochi minuti, calato in ascensore al piano interrato, mi trovai davanti ad una enorme caldaia che effondeva un calore enorme... Nella bocca di quella caldaia venivano gettate tutte le interiora delle bestie macellate per essere saponificate.  Vestito, come ero, con indumenti pesanti per far fronte al freddo mattutino, mi sentii soffocare dal caldo e dal sudore che mi appiccicava i vestiti addosso.  Il capo reparto mi consegnó due coltellacci di diverso formato e con tono professorale mi spiegó come tagliare e sezionare i pezzi da buttare poi nella caldaia.   Non so come sia riuscito a resitere alla puzza di quelle fetide budella fino alla conclusione della giornata, evitando di vomitare.  .... La sera, nell'attesa di riprendere il tram per caaa, il freddo mi agghiacció tutto il sudore che avevo accumulato accanto a quella fornace. ...
 
Osservando nel tram gli italiani e stranieri, che con il tipico panaro porta-colazione sulle ginocchie apparivano altrettanto mesti ed affaticati, un fremito di indignazione insorse dentro di me contro tutta la massa dei politici e sindacalisti di casa nostra, che si impegnano e si agitano strenuamente solo per migliorare le condizioni di chi già ha un lavoro.  La loro scarsa sensibilità al problema della disoccupazione, che é drammatica per chi ne viene colpito, appariva ai miei occhi, in quel momento, la causa principale della necessità di emigrare....
... Giunto a casa, prima che mi togliessi il cappotto, Papà Donato, con evidente imbarazzo, disse : ''Peppino, non preoccuparti di tornare al macello domani.  Speravo che ti avrebbero offerto un lavoro più adatto per te.  Non mancherà una migliore occasione''.  Da l libro '' Per il mondo in cerca di fortuna'', di Giuseppe Molino, 2001, pg 233.


Alpi, 1946: disperati in fila nella neve
Nella fotografia tratta da una rivista francese del 1946 conservata al "Corriere della Sera", un gruppo di emigranti italiani percorre in fila indiana un sentiero di alta montagna, già coperto dalla prima neve, per passare in Francia. Spiega la storica italo-francese Simonetta Tombaccini nel saggio La frontière bafouée che nell'immediato dopoguerra le autorità francesi fermavano (poi c'erano quelli che riuscivano a sfuggire ai controlli) almeno un'ottantina di immigrati clandestini al giorno solo sui monti dietro Ventimiglia. Tanto che furono costrette ad aprire un centro d'accoglienza che Nice Matin descriveva così: "Un immondo casermone dove le camere offrono come confort un po' di paglia umida, vento gelido garantito a tutti i piani, vetri alle finestre serviti come obiettivi a tutte le artiglierie del mondo".
 
Quanti figli, questi italiani!
Nella foto del febbraio 1934 distribuita dall'agenzia Stefani con la dicitura "Le belle famiglie pugliesi", Domenico Tritta (la cui camicia è stata dipinta di nero da qualche solerte censore) con la moglie e i tredici figli. Una "dotazione" abbastanza normale, che confermava la prolificità degli italiani, proprio perciò accusati nei paesi in cui emigravano di "fare troppi figli". Alla vigilia di Natale, racconta Edoardo Pittalis nel suo "Dalle Tre Venezie al Nordest", il fascismo "festeggia la giornata della madre e del fanciullo con premi alle coppie più prolifiche. Davanti al duce sfilano un anno 93 madri con complessivi 1310 figli, una media di 14 a testa!". Dieci in meno, comunque, di quelli avuti dal nonno di Luigi Pirandello: 24. Tutti dalla stessa moglie.

 

 

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