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 rIvisiTiAmO IL PASSATO

Da leggere su questa pagina

 

 Franco Nicola  :  Un piacevole incontro con un immigato molisano

 Giuseppe Ruffo  :                 Marcinelle, cronaca di una tragedia

Enzo Anchise  :        La sbronza memorabile; nozze nel convento

R. Colella :         Riscoprire il passato per intervenire sul presente

Ugo d'Hugo, Poeta :                                Mulisane p'u munne

 Emigrazione  :                             Sui sentieri dell'esodo illegale

 Emigrazione  :           I figli deli immigrati a New York; una strage

Notizie  :                                        Dal Molise e dei Molisani

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ci raccontano il passato
 
La Sbronza memorabile (Nozze in convento, 1965) Enzo Anchise e Vincenzo Ferrara
Si dice maliziosamente a Toro che abbiano procurato più danni i monaci all’antico convento, che i vari terremoti succedutosi nel corso degli anni, a partire dal 1592, anno di fondazione dell’edificio sacro. Ogni volta che arrivava un nuovo Padre Guardiano, si progettavano nuovi lavori di ristrutturazione. Ma le entrate modeste dei frati non bastavano a pareggiare i conti.
 
Per incrementarle, i monaci, agli inizi degli anni Sessanta, pensarono di affittare il grande salone per i pranzi nuziali dei toresi.
Al lauto pranzo non provvedevano i monaci, ma il valente cuoco Zio Gennaro Evangelista. Davanti al suo spezzatino in brodo, o alle sue gustose braciole, non resisteva nessuno.  Il pranzo lo si preparava fin dalla vigilia delle nozze utilizzando gli utensili del cuoco, che venivano sparpagliati per stanze e corridoi e lungo il chiostro.  Era consuetudine che coadiuvassero il cuoco gli stessi parenti degli sposi o semplici invitati che, durante il pranzo nuziale, si trasformavano in camerieri.
 
Era un viavai continuo e frenetico e molto allegro.   Spesso, grida e imprecazioni, se non rumori indicibili, arrivavano fino in chiesa, durante le celebrazioni.  Durante il pranzo nuziale il servizio era fin troppo efficiente. Senza aspettare che finisse il vino, la bottiglia iniziata veniva subito rimpiazzata da un’altra piena.  Il chiostro accoglieva gli avanzi e molte bottiglie semivuote di ottimo vino fatto in casa.
 
Era tentazione irresistibile per noi ragazzi, portarci in convento per “raccogliere gli avanzi”.  Fu in tale circostanza che mio fratello, a soli otto anni, esagerò.  Più per sfidare i compagni che per sete, scolò diverse bottiglie di vino, bianco, rosso e rosato, fino a quando qualcuno non lo ritrovò riverso dietro una colonna del chiostro, che dormiva russando fortemente: si era ubriacato. Appresa la notizia, la nonna andò a prelevarlo in convento e lo riportò a casa in braccio. Lungo la discesa del convento, il ragazzo ebbe a vomitare più volte, sbiancando in volto. La nonna, molto apprensiva, si allarmò. Qualcuno le consigliò di far prendere al ragazzo molta aria e lei eseguì il consiglio alla lettera. Trascinò fuori all'aperto il lettino, lo sistemò davanti casa, in Viale San Francesco, e vi depose l’ubriaco, che sembrava più un cadavere che un ragazzo addormentato.
 
Alla fine del pranzo nuziale, era consuetudine degli invitati passeggiare lungo il viale, per digerire il gran peso dello stomaco. Passando, presso il letto del ragazzo, che dormiva tranquillamente, molti non riuscivano a trattenersi dal ridere.  A chi le chiedeva perché il ragazzo dormisse in strada, mia nonna rispondeva senza scomporsi: “Non sta bene, deve prendere molta aria”.Continuando nella sua opera di recupero della memoria collettiva del paese, Il figlio del fornaio ci ha inviato un racconto molto divertente. Protagonista è il compianto Vincenzo Ferrara, fabbro e maniscalco di primordine, alle prese con un discepolo incapace. Vincenzo Ferrara e Enzo Anchise

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Un piacevole incontro con un immigrato molisano
 
Poche settimane fa ebbi la piacevole sorpresa di rivedere un compagno della prima infanzia. Ero entrato nel caffé Italia per un caffé et per farmi quattro chiacchiere con gli abituati del luogo, quasi tutti molisani.  Notai presto un viso che mi sembrò riconoscere.
 
Vinto dalla curiosità, m'accostai e gli chiesi :
"Scusatemi, sono convinto di conoscervi; sareste di Casacalenda, per caso "?
"Sì, un puro casacalendese - mi rispose-; Colantonio, per servirla".  
"E tu chi sei ? - Chiese incuriosito pure lui".
"Sono Franco, anch'io casacalendese, figlio di un tale e tale...; abitavo il palazzo Casilli...; ebbi come maestri don Giovanni Cerri, la Signora Scocchera, don Ettore...; ho frequentato il circolo della gioventù cattolica della Chiesa Madre...."
"Ma guarda un pò ! Anch'io - aggiunse entusiasmato- ho avuto gli stessi maestri ed ho frequentato il circolo giovanile di Santa Maria Maggiore.  I miei genitori abitavano la "Terra Veccchia" e possedevano alcuni campi nella vallata sottostante al paese." 
 
E man mano che andavamo precisando alcuni ricordi, ci siamo accorti che non solo avevamo frequentato le stesse classi, ma che avevamo giocato insieme e che bambini eravamo buoni amici.   In brevi momenti - non più di dieci minuti- indietreggevamo di sessant'anni e più, per ritrovare la nostra amicizia infantile.  Il più commovente in tali circostanze, é non solo il fatto di ritrovare un viso dimenticato, ma di tuffare nei ricordi della infanzia, che sboccano nella memoria vertiginosi come l'acqua d'un torrente.

"E come va che ti trovi in America ? - gli chiesi - .  Mi sembra che la tua famiglia possedeva una bella casa, parecchi animali d'allevamento, in più delle terre che vi permettevano di vivere a vostr'agio; mi sbaglio?" 
 "Non ti sbagli , Franco. Ma tu sai che la famiglia era numerosa e che le proprietà sarebbero state insufficienti per permetterci un avvenire normale.  E nel dopo guerra - come ben sai - non c'era da sperare un altro impiego, né nel paese, né fuori."
"Giuseppe, - scusami se t'interrompo - posso offrirti un bicchierino o un caffé?" 
"Volentieri, Franco".  
 
E dopo aver brindato al nostro ritrovo, Vincenzo s' é messo a raccontarmi, con spontaneità e nostalgia, gl'avvenimenti del passato, a cominciare dal 1949, anno in cui arrivò in Canadà. 
 
"Sai, Franco, sono più di cinquant'anni che vivo in Canadà; ho cresciuto una famiglia; ho incoraggiato tre figli a diventare professionisti; e come lavoratore ho raggiunto obiettivi soddisfacenti.   Eppure ho sempre rimpianto la vita del mio paese."
"Cos'é, Giuseppe, che ti fa rimpiangere il paese ?"  ''Ebbene, non rimpiango tanto che la famiglia abbia dovuto vendere casa e proprietà, ma piuttosto d'aver perso la grande libertà e l'indipendenza in cui vivevo e in cui avrei potuto continuare a vivere.  Lo so che avrei dovuto lavorare lunghe giornate nei campi e che i guadagni sarebbero sati magri; però avrei lavorato sentendomi padrone del mio sudore. Quì invece mi son dovuto sottomettere a questo sistema astringente nord anericano.  Non so che lavoro hai fatto tu, Franco, ma io ho lavorato come uno schiavo."

"In che settore hai lavorato, Giuseppe? " 
 "A principio, come tutti gl'immigrati, non ho potuto scegliere.  Un conoscente m'ha incoraggiato a presentarmi presso una compagnia specializzata per lavare i vetri sugl'edifici pubblici.  Ottenni subito il lavoro e vi lavorai un anno.   Ma abbandonai presto il lavoro, volontariamente, dopo essere stato testimone della morte tragica d'un mio compagno."
" Spero che ti sei trovato qualcosa di meno pericoloso, dopo il tragico incidente? 
"Si - grazie a Dio - !   Qualcuno m'a presentato al padrone d'una impresa tessile, dove cominciai come semplice operaio, ma presto passai a " foreman" e negl'ultimi dieci anni ebbi la responsabilità della produzione."   Bravo!  Hai fatto un bel percorso nel tuo lavoro. Sono sicuro che sei orgoglioso di tale riuscita.  "Si, ma non ho dovuto contare le ore.  Prima da operaio, perché avevo bisogno di soldi; poi da "foreman", per oltrepassare gl'obiettivi della produzione; e poi come responsabile dell'officina per risolvere i problemi quotidiani."
"Mi rendo conto, Giuseppe, che pure se hai lavorato arduamente, hai potuto utilizzare e far riconoscere i tuoi talenti d'organizzatore."   
"Hai ragione, Franco.  E grazie a quest'ultimo lavoro, ho potuto in coraggiare i miei figli negli studi universitari. Oggi i miei figli sono la mia più grande gioia e il mio orgoglio".

Quel mattino, al caffé Italia, Giuseppe mi parlò a lungo dei suoi figli, della sua famiglia, delle sue occupazioni di pensionato e, sopratutto, del suo sogno di rivedere il
 paese natio e il Molise prima di morire.   Nicola Franco.

  
Riscoprire il passato per intervenire sul presente di Roberto Colella
 
La memoria storica deve essere salvaguardata e tutelata. La storia non serve a nulla se non indica un sistema di vita per il presente. Quindi alla base vi deve essere un collegamento tra il passato e il presente. Esempio, io devo ricordare dove ho messo le chiavi perché mi servono per aprire adesso la porta di casa.

A tal proposito è stata lodevole l'iniziativa svoltasi il 24 agosto scorso a Morrone del Sannio sull'argomento seconda guerra mondiale in Molise. Un video ha tracciato le storie di sei protagonisti di quel periodo così tanto caro a molti molisani ma così poco studiato e analizzato. Parte da Morrone l'obiettivo di costruire una banca dati di testimonianze relativa alla guerra in Molise. A Ripabottoni, comune limitrofo, si sta ripercorrendo la medesima strada. Inoltre a distanza di pochi giorni, l'8 settembre a Guardialfiera ci sarà la rievocazione storica di quell'8 settembre 1943, che segnò una svolta nella storia d'Italia.

Ci sarà un vero e proprio processo all'8 settembre con la partecipazione di un nugolo di molisani che ha vissuto quell'esperienza. Anche in questo caso le testimonianze saranno registrate e saranno utilizzate per la pubblicazione di un opuscolo affinché la memoria storica non vada perduta. Sarà occasione anche per rivedere in Molise Enzo Antonio Cicchino programmista regista della Grande Storia RAI 3. E' questa la storia che ha bisogno assolutamente di essere ripercorsa, quella relativa ai grandi avvenimenti del XX secolo, vedi fascismo e guerra, affinché si possa arrivare a quella completezza della storiografia molisana che a molti esperti o pseudo esperti sembra quasi generare fastidiosi pruriti. Si tratta della piccola storia molisana, che fa da sfondo alla grande storia che ha influenzato e non poco la mentalità della gente relativamente a questo secolo e soprattutto al precedente.

E' necessario ricostruire percorsi storici che devono necessariamente partire dal contesto locale, dal territorio comunale o provinciale in cui la classe vive. Soltanto così la storia potrà essere utile a comprendere alcune dinamiche legate alla realtà molisana. Altrimenti resta argomento per cattedratici che non interessa alla gente comune, che invece vuole raccontarsi ed ha bisogno di proposte concrete. Stesso discorso va fatto nelle scuole. Fino a questo punto il progetto "Storia del Molise" ha trovato scarsa sensibilità. Eppure dove è stato attuato ha riscosso risultati inaspettati. Vedere ragazzi che si appassionano maggiormente alla storiografia regionale e non a quella nazionale o internazionale è un dato che deve far riflettere.

E' compito poi dell'insegnante far si che l'allievo riscopra le vicende storiche legate ala nostra terra in moda che possa sentirsi cittadino attivo e parte del sistema di vita in cui vive. 
Roberto Colella
 


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 I ricordi dell'emigrazione

 

Marcinelle ( Belgio): Cronaca di una tragedia.
Marcinelle, ovvero la catastrofe che si abbatte improvvisa sui più desiredati, su coloro che si guadagnano la sopravvivenza giorno per giorno, tra sacrifizi incredibili e mille difficoltà, su chi vive nell'avversità e nel pericolo, sostenuto dalla speranza di stare costruendo un furuto migliore.  Marcinelle, una tragedia sopratutto italiana.  Marcinelle sobborgo operaio di Charleroi.  Miniera di carbone Bois du Cazier.  Pozzo Saint Charles, ore 8 del mattino, o poco più. 
 
Nella corsa di risalita alla superficie la gabbia, cui é stato malamente agganciato un carrello pieno di materiale di scavo, sbattendo contro le pareti del pozzo sradica una putrella, trancia i fili della corrente eletrica e la condotta dell'olio.  É l'inizio dell'inferno.  Les scintille innescano il fuoco che si propaga velocemente dal luogo dell'incidente alle impalcature di legno delle gallerie, involontariamente alimentato dai ventilatori che immettono aria nel pozzo e ne aspirano il gas.  Un macchinista addetto all'ascensore, sentendo che il cavo non risponde ai comandi e vedendo del fumo, dà immediatamente l'allarme.
 
É già troppo tardi.  Come si accerterà poi, la tragedia é ormai compiuta.  I minatori di turno quella mattina sono bloccati nelle gallerie senza possibilità di scampo.  Sperando di trovare dei sopravvissuti al fuoco e salvarli dall'asfissia, i soccorritori tentano di raggiungere la galleria più bassa.  Il caldo terribile, la caduta di pietre e il cavo del pozzo di uscita dell'aria che si sta fondendo impedisce l'inizio dei lavori.  La comunicazione tra superficie e fondo é completamente interrotta.  Solamente il 12 agosto sarà possibile raggiungere il livello 907.  Di bocca in bocca la notizia si sparge a Marcinelle e dintorni dove vivono le famiglie dei minatori che occorrono immediatamente. 
 
Man mano che passano le ore senza che nulla accade la folle s'ingrossa.  Resterà giorni e  notti aggrappata al cancello di quella miniera, ferma e  muta nell'attesa di notizie anche quando la parola speranza non sarà che un suono vuoto di ogni significato.  Alla mezzanotte di quel tragico 8 agosto sono stati riportati in superficie 9 morti, 6 sopravvissuti e 6 feriti.  Nei giorni successivi dalla miniera non usciranno che dei corpi senza vita.... Secondo la lista della miniera i morti sono 262.  L'unica certezza é il numero dei minatori italiani che non sono tornati vivi da quel tragico pozzo : 136, di cui ben 40 provenienti da Manoppello, paese abruzzese  in provincia di Chieti. 
 
Le ''Pays noir'', il ''paese nero'' é cosi' tristemente salito per la prima volta agli onori delle cronache mondiali, uscendo da una normale quotidianità.  Per farlo ha voluto un rito sacrificale che ha coinvolto lavoratori belgi, tedeschi, olandesi, polacchi, greci, e tanti italiani che avendo creduto all'offerta di lavoro in Belgio, promessa dall'accordo bilaterale italo-belga del 23 giugno 1943, avevano lasciato i loro paesi con il cuore stretto ma sorretto dalla speranza di un avvenire migliore per se e per le proprie famiglie.  Dal libro di Giuseppe Ruffo, Da Marcinelle a San Giuliano di Puiglia'', 2007. 
 

  Mulisane p’u munne

Désidèrie ‘nganne
e speranze cuvate:
u pane.
Tu vai luntane
pe’ paisce sperdute
o mulisane.
Sule,
sènza na mamma
che te recumponne u liétte.
Sule,
sènza surrisce de ninne
ché t’appiccia u piétte
.

Ugo d'Hugo 2002, Campobasso

 

 

Sule,
sènza na sposa
che te vascia ‘mmocca.
Trište,
trište e sule
chiagne nnascuoste
e nn’ lu dice maie.
Luntane,
luntane tu štaie.
U paése nell’uocchie
l’amore mpiétte
e le speranze cuvate.
Luntane tu štaie
pe’ t’abbuscà u pane.

 

I bambini dei nostri immigrati della città di New York : una strage !

Spiega Augusta Molinari ne "La storia dell'emigrazione italiana" edita da Donzelli, che il viaggio nel nuovo mondo si concludeva spesso per i piu piccoli in una strage <Sono soprattutto le epidemie di morbillo e varicella a provocare decessi di massa. La mancanza di cure appropriate, il degrado ambientale dei dormitori, spesso l'incompetenza del personale medico, facevano assumere a quella che era una normale patologia infantile il carattere di una pericolosa epidemia. I giornali sanitari di bordo registrano, nei primi anni del Novecento, alti tassi di morbilità e di mortalità infantile per epidemie di morbillo e di varicella. Sul piroscafo "Bologna" in rotta verso l'Argentina, scoppia nel febbraio 1909 un'epidemia di morbillo. Ne restano contagiati duecento bambini e una ventina di adulti. Dei bambini molti sono neonati che non sopravvivono alla malattia. Su di un totale di cinquanta decessi, venti sono di neonati e quindici di bambini>. 
Sui sentieri dell'esodo illegale
Nella foto di Jack Le Cuziat, pubblicata dall'"Europeo" il 5-3-1963, una lunga fila di italiani che passano clandestinamente il confine con la Francia. I sentieri alpini erano battuti da secoli. Il 9-2-1958, sul "Giorno", il grande Tommaso Besozzi aveva scritto che ("anche se il lettore stenterà a crederlo"), erano stati almeno diecimila dalla sola Calabria a varcare clandestinamente il confine nella seconda metà degli anni Cinquanta "con una lunga marcia sui nevai della Vasubie". Per entrare in Francia bastava allora la carta d'identità ma "non potevano credere che gli uomini potessero andare da un paese all'altro con così poche formalità".