RIVISITIAMO IL PASSATO

 

Da leggere in questa pagina

 

Dott. Nicola Picchione  :           Luce,buio e fantasia

Antonio Marro :                  Il mestiere dei Carbonai

Emigrazione :                        Emigrazione Molisana

Emigrazione :          Emigrazione Italiana in Europa

Emigrazione :      Emigrazione Italiana in Argentina

Emigrazione :            Come raggiunsero l'Auistralia

Notizie :                             Dal Molise e dei Molisani

Notizie :                              Dall'Italia e degli Italiani

 

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LUCE, BUIO E FANTASIA

 

                                                                    Prima dell'elettricità, intorno al focolaio

Un testo del Dott. Nicola Picchione


Sappiamo che il progresso tecnologico ha modificato la nostra vita rendendoci allo stesso tempo più liberi ma anche più dipendenti. L’elettricità e la luce artificiale, la radio e la TV hanno cambiato anche il nostro modo di rapportarci non soltanto con il mondo e conoscerlo meglio ma anche con familiari e amici e conoscerli meno.
Bonefro ebbe presto l’elettricità, prima di tante città. Già nel 1910 (come ci informano i libri di Michele Colabella) esisteva una rudimentale illuminazione pubblica, anche se a quell’epoca le donne che andavano alla prima messa quando era ancora buio, per vedere la strada- o i vicoli con strade rudimentali- dovevano ancora portarsi un tizzone acceso che agitavano davanti a loro per ravvivare la brace e fare un po’ di luce. Lo depositavano davanti alla chiesa per  riprenderlo dopo. Nel dopoguerra l’uso dell’elettricità era ancora limitato. Non esistevano elettrodomestici e solo pochi avevano una radio (mio padre ne comprò una nel 1937, una Philips che ancora conservo e che porta una targa fascista con la dicitura: “prodotto autarchico”; costava 1000 lire- quando la canzone recitava: potessi avere mille lire al mese- e la pagò a rate). Solo negli anni 50 venne di moda il radiogrammofono da esibire come segno di benessere, col mobile bar luccicante di specchietti quasi a moltiplicare le poche bottiglie che racchiudeva. In molte case, nel dopoguerra, l’erogazione dell’elettricità era limitata: in alcune c’era ancora  il collegamento a cottimo, senza contatore; era sufficiente per qualche lampadina a basso consumo come quelle dette a carbone con una luce giallastra, fioca.  I lampioni nelle strade erano appesi a un cavo sotteso da lato a lato della strada, da un muro di casa all’altro: al centro un piatto di ferro smaltato che proiettava sulla strada una debole luce oscillante al vento che animando il piatto faceva ondeggiare le ombre ed emetteva cigolii e rumori da film del terrore.  I lampioni erano molto distanziati tra loro. Era ancora possibile osservare in paese la meraviglia del cielo stellato e riconoscere il grande e il piccolo carro, la stella polare, la via lattea. 


Spesso d’inverno l’elettricità veniva a mancare, bastava un piccola tempesta di neve o un temporale. Di solito la riparazione richiedeva poco tempo ( z’ V’ngenz’ u’ l’ttr’cist’ era pronto ad accorrere alla cabina) ma a volte mancava per interi giorni. Poco dopo la guerra era stato aperto il cinema nell’allora ultima casa del paese ( era di’  Colelall’).  Ne accenno solo per riferire che cosa accadeva quando veniva a mancare la corrente durante la proiezione ma non sarebbe male scriverne a parte e più a lungo. Ricordo che era una grande attrattiva per ragazzi ed anziani che ne godevano anche se erano pronti alle critiche peraltro limitate a giudizi secchi: in genere le commedie erano ‘na  mrechènat’ , le tragedie  nu meton’; si salvavano i film che commuovevano, quelli attualmente chiamati melò (Catene, I figli di nessuno, La cieca di Sorrento, La muta di Portici), quelli storici e pseudostorici, quelli d’avventure. Torniamo all’elettricità. D’inverno erano frequenti le interruzioni della proiezione; sollevavano un coro di protesta tra i ragazzi che iniziavano a urlare a ripetizione: luce-luce! Se tornava poco dopo i ragazzi avevano quasi la suggestione che il loro reclamare fosse stato efficace ma in realtà quel gridare era un piccolo spettacolo in attesa che riprendesse la proiezione.

Se invece mancava la luce nelle case, poco male. Spesso si faceva anche a meno di accendere la candela o a luc’ dell’ olio bon’. D’estate il contadino andava a letto presto per alzarsi prima dell’alba. D’ inverno, con le notti più lunghe e il minor lavoro, si rimaneva seduti intorno al fuoco. L’anziano raccontava ai piccoli di tutto: qualche cunt  della sua vita militare magari in Africa. I ragazzi gli credevano anche se abbelliva il racconto con avventure inventate. Solo uno, a Bonefro, aveva la fantasia di raccontare episodi del tutto incredibili, capace però di offendersi se non qualcuno ne rideva. Così raccontava, tra l’ altro, che un giorno il generale Spadaccino (Bonefro aveva parecchi generali) lo aveva invitato- in Africa- a una partita a tressette con Montgomery e Churchill. A lui era toccato come compagno Montgomery ma quando aveva bussato a spada il generale aveva risposto a bastoni; allora lui, il nostro paesano, si era alzato e con un braccio alzato e minaccioso gli aveva gridato: cretino fess! buttandogli le carte in faccia. Non bisognava ridere a questi racconti ai quali forse egli stesso credeva. Quando vado al cimitero,  vedo il suo ritratto sulla lapide e gli mando un silenzioso saluto. No, i nostri vecchi raccontavano invece il vero della loro vita; le invenzioni le lasciavano ai reccunterell’. Chi era stato in America ne riferiva gli aspetti positivi – indugiandosi soprattutto a evidenziare la grandi proporzioni di tutto: le strade, le auto, i grattacieli – e quelli negativi soprattutto per un emigrato. Se però osava dire che il lavoro era tanto e si faceva una vita dura, erano poco creduti: chi tornava dall’ America ( i ‘mrcan’) erano privilegiati, avevano messo da parte i dollari e avevano potuto comprare un campo o magari vasti terreni e farsi una casa grande. L’ex emigrato usava alcune parole americane  spesso aggiustate al nostro dialetto. Alcune finirono anche per entrare nel parlare comune ( a fenz’ per indicare la rete metallica; fare schecchènz per fare conoscenza; secne-enz per dire di seconda mano ma anche di scarso valore; facòf per mandarsi a quel paese; salmebéch per ingiuriarsi; ecc..)

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Ma ciò che affascinava noi ragazzi erano i cunt dei briganti o dei fantasmi che nelle sere d’inverno venivano raccontati intorno al focolare. I briganti diventavano eroi romantici; Salvatore Giuliano era trasformato in una sorta di Robin Hood che rubava ai ricchi e dava ai poveri anziché uno che aveva sparato ai contadini a Portella della Ginestra. Si raccontava anche di briganti locali che venivano descritti con simpatia come giustizieri, anzi con orgoglio si faceva risalire Bonefro ad antichi briganti dei quali rimaneva qualche lontana traccia in alcuni soprannomi. Una mia discendenza era dei “Mussnir”: si raccontava che un brigante era stato sorpreso dai carabinieri. Protetto da un masso, per sparare più velocemente tirava fuori le cartucce con la bocca. Quando tornò al covo, gli amici notarono il muso nero di polvere da sparo e da allora fu “Mussnir”. I briganti (poche volte si pronunciava il nome “bandito”) erano ribelli ai soprusi dei ricchi, decisi a farsi giustizia da soli o in gruppi.
Da fantasmi e “paure” noi ragazzi eravamo attratti e spaventati. Non c’era carrettiere che non andasse in giro a raccontare di aver visto qualche fantasma o che passando davanti al cimitero non avesse a stento tenuto il cavallo che si fermava e si impennava nitrendo spaventato per un’ombra che si muoveva. Poco oltre il nostro cimitero c’era sino a non molti anni fa una piccola masseria  abbandonata chiamata a masseri’e da peur’ per i fantasmi che ospitava e che mettevano a dura prova uomini e animali. Le streghe, si diceva ai più piccoli, erano pericolose ma era facile neutralizzarle: poiché esse il sabato sera non andavano in giro, per essere al sicuro bastava recitare la frase: messer è sab’t ‘na case mi. Mai le streghe avrebbero osato entrare in quella casa dal calendario particolare. Questi racconti rientravano nella tendenza al fantasticare che portava a molte credenze. Ad esempio, si diceva ai bambini che il 2 novembre a mezzanotte non bisognava affacciarsi perché c’erano i morti in processione. Così ascoltavamo con serietà e fede altre credenze. Chi nasceva a mezzanotte di Natale era lupo mannaro e chi nasceva maschio dopo 6 maschi (il settimo fratello) era ceraul’ e poteva prendere con le mani tutti i serpenti senza danno. Ancora più strano è che persone incapaci di dire bugie raccontavano di case dove vivevano “paure”, fantasmi che si impadronivano della casa quando nonc’era nessuno facendo grandi rumori che si udivano anche fuori e spostando mobili e sedie.

 

Noi piccoli eravamo molto colpiti da questi racconti che spesso erano detti in una scenografia che sembrava creata per sottolineare il mistero e il timore. Immaginate una serata d’inverno. Fuori nevica e tira vento ( a f-lippin’) che non solo agita  i lampioni appesi suscitandone lamenti metallici ma penetrando tra le case nei vicoli sparge nell’aria sibili e fischi minacciosi e infilandosi nei camini ributta dentro il fumo con brontolio cavernoso e prolungato. Qualche bambino sta vicino al fuoco nella stanza senza luce. Ogni tanto la fiamma si ravviva e proietta  contro i muri le ombre che ondeggiano lunghe e spaventose. Un anziano o un ragazzo grande racconta, lentamente, seriamente di briganti, di streghe, di fantasmi. Non hai nemmeno il coraggio di guardarti dietro anche se lo desideri tanto per essere sicuro che una di quelle “paure” non stia per prenderti alle spalle. Per te diventava un problema se ti si ordinava di andare a prendere un oggetto in un’altra stanza. A meno che non avessi un protettore che ti rassicurasse. Nella casa del mio amico d’infanzia, c’era Tat F’rcucc’, un fantasma nemmeno tanto cattivo. Era nascosto nella grande tinella per la vendemmia che era nella stalla, uno stanzone comunicante con una porta con la cucina. Andare a prendere la legna nella stalla significava passare vicino la tinella ma la paura era attenuata da Ciurcìll che non era lo statista inglese ma semplicemente il grande asino sul quale montavamo quando il padre del mio amico tornava dal campo. Bastava che Ciurcìll si girasse verso di noi per rassicurarci.

Quando le strade e la case furono invase dalla luce, quando i carretti che circolavano anche di notte furono sostituiti dalle auto, scomparvero fantasmi e paure. Venne meno la fantasia. Vennero meno il racconto dialettale, la possibilità di fare domande e avere risposte, di fare commenti.  In realtà  quei fantasmi  e paure sono stati sostituiti da altri fantasmi e paure. Più in carne, più pericolosi. E quel raccontare e chiedere e fare commenti è stato sostituito dal freddo elettrodomestico che incatena molti con le sue immagini e voci elettroniche lontane da noi al quale non puoi porre domande. Il buio s’è portato via stelle paure e fantasia. La luce che lo ha sostituito ha dilatato la realtà, prolungato il giorno, riempito le case di  suoni e visioni provenienti da molto lontano. Da un altro mondo.   Dott. Nicola Picchione

 

LA FAMIGLIA MARRO E IL MESTIERE DI CARBONAI

 

Uno testo di Antonio Marro, Montréal

 

L'inziatore del mestiere di carbonaio nella famiglia Marro fu Francesco Marro. Francesco, era originario di Cervinara, in provincia d'Avellino. E Cervinara, come tanti altri paesi del meridione, avendo una sovrabbondanza di mano d'opera, vide alcuni dei suoi dedicarsi, all’arte  - antica -  della produzione del carbone vegetale. Il carbone vegetale è un prodotto derivato dalla legna boschiva, fabbricato con metodi tecnici particolari, affine di ricavarne un carbone che contiene il 100/% delle sue energie calorifiche.  Antonio Marro e la moglie Anna Zullo ebbero otto figli maschi tra cui Francesco, il quale, a sua volta, sposó Maria Cocozza anche lei  proveniente da una numerosa famiglia di undici figli.

 

I carbonai si recavano nei boschi per la carbonizzazione due volte all'anno, in particolare nei periodi e nei luoghi in cui le leggi comunali permettevano il taglio degli alberi; in estate carbonizzavano nei boschi situati a più di mille metri al disopra sul livello del mare  e in inverno nelle zone boschive al disotto dei mille metri.  Tradizionalmente i carbonai operavano nell'Italia centrale e meridionale, in particolare in Calabria, nel Cilento, nel Lazio, negli Abruzzi e sopratutto nel Molise.  Quando, tuttavia, nel 1939 scoppió la seconda guerra mondiale, i carbonai furono requisiti dal governo per assicurare nelle province la produzione del carbone, un prodotto di prima necessità per la cucina, il riscaldamento e il funzionamento delle locomotive. 

 

Francesco Marro si trovava in quegli anni a Carovilli (Prov. di Campobasso) e si spostava per il lavoro da un paese all'altro, da Sessano a Agnone, a Mafalda, a  San Felice del Molise e a Castelmauro da dove raggiunse i boschi di Guardialfiera il 18 marzo 1943.  La guerra era alle porte; come carbonai assistevamo alle feroci battaglie dei nemici e degli alleati.  I soldati ci passavano affianco; alcuni di loro passando ci sorridevano e accarezavano i capelli dei miei fratellini, mentre io, novenne, ( classe 1934) li seguivo con gli occhi, incuriosito.  Restammo nel comune di Guardialfiera fino all fine della guerra (1945) dove avemmo la possibilità di carbonizzare in diverse zone, alte e basse. 

 

Nel 1945 eravamo fuori pericolo e quindi avremmo potuto tornare nel nostro paese d'origine.  Peró siccome tutte le vie di comunicazione, ponti, strade,  ferrovie erano in un grande sfacelo, decidemmo di rimanere sul posto, di non muoverci più, come avevamo fatto per anni e ci adattammo a carbonizzare i prodotti dei boschetti e altri alberi sparsi sui terreni agricoli, vendendo il prodotto al dettaglio e all'ingrosso.  Aprofittammo in quei tempi del riposo estivo, ma riuscimmo ad assicurarci i bisogni quotidiani col ricavato del prodotto boschivo. 

 

Nel 1948 la nostra presenza fu richiesta dalla vicina cittadina di Casacalenda, ricca di legna da abbattere.  Ció si ripeté nel 1949 e nel 1950, cosicché nel 1951  i miei genitori comprarono una casa di tre piani a Casacalenda, della quale il primo piano era un piano commerciale, il secondo e il terzo erano piani abitabili e che fu utile pure come deposito del nostro prodotto che vendevamo in dettaglio e all'ingrosso.  Casacalenda era ricca di legna e noi ne aprofittammo per la nostra produzione, ma lo facenmmo con metodi ecologici per permettere il rimboschimento delle diverse aree di taglio.  Ricordo che fummo costretti ad abbattere pure querce enormi, se non secolari, che erano in gran deperimento, sia perché i contadini ne avevano tagliato i rami per ricuperare le foglie per alimentare gli animali durante il periodo invernale, sai perché erano invase da milioni di termite.

 

Con gli anni le cose cambiano, e infatti per la nostra famiglia ci fu un gran cambiamento negli anni 1968-1970. Dopo aver provato la coltivazione di terreni agrigoli e dopo aver venduta la propria casa a Cervinara( 1953/54),  pur avendo cercato ad ampliare il commercio usuale, vendendo legna, carbone, carbonella, gas liguido e accessori, Casacalenda non riesciva più a farci vivere.  Il paese conosceva un grande esodo, centinaia d'abitanti del paese emigravano ogni anno, raggiungedo gli Stati Uniti d'America , il Canadà o l'Australia.
 

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Anche i miei dovettero risolversi alla partenza.  Parti' Benito, poi Agnello e Ascezio che vennero in Canadà e dove da anni esercitano il mestiere di macellaio.  Io (Antonio) cercai di trovarmi un lavoro prima a Roma (1954) nella polizia; poi tentai la fortuna a Milano. Ma la fortuna non mi arrise. Finalmente nel 1965 decisi di raggiungere i miei  fratelli in Canada .   Negli anni successivi, mio padre Francesco e mia madre Maria lasciarono pure loro Casacalenda per raggiungere tutti noi in Canadà.  Qui, dove viviamo da anni, ricordiamo Casacalenda  e i dolci ricordi della gioventù e la cordiale fratellanza dei casacalendesi.  In questo nuovo paese d'adozione dove viviamo (io e i miei fratelli viviamo a San Leonard; i miei genitori riposano della pace eterna a Montréal) manteniamo sempre vivo i legami col paese di Casacalenda e con la comunità casacalendese di Montréal.  Questa la storia di una famiglia di carbonai che hanno servito per anni tanta gente nel Molise e che ora, dopo anni di duri lavori in questa vasta contrea, ricordano il passato di cui hanno fatto la storia.  Antonio Marro, Montréal

 

 IL SITO PER I MOLISANI E ITALIANI ALL'ESTERO

 

 

 

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L'ANGOLO DEGLI EMIGRATI

 

 

Da leggere su l'emigrazione Molisana

 

La recente emigrazione italiana in Europa

 

 

 

EMIGRAZIONE ITALIANA IN ARGENTINA

Mi emigro per magnar...'' In uno dei più importanti libri sull’emigrazione, Sull’Oceano, di Edmondo De Amicis, pubblicato nel 1889, un emigrante lo dice in maniera molto efficace: “Mi emigro per magnar”. Lo avevano esortato a restare, perché il governo avrebbe bonificato la Sardegna, la Maremma e l’Agro romano. Ma lui aveva risposto: “Ma se intanto mi no magno! Come se ga da fare a spetar o no se magna?”‘. Indubbiamente, non era questa la sola ragione. Molti giovani emigravano per sottrarsi alle famiglie, altri speravano di fare fortuna, altri, infine, erano costretti ad allontanarsi dall’italia per ragioni politiche. Ma la grande maggioranza di coloro che lasciarono l’Italia negli ultimi decenni dell’ottocento e nei primi del novecento lo fece perché non riusciva più a viverci. L’emigrazione ha rappresentato una valvola di sicurezza che ha impedito l’esplosione di rivolte nelle campagne. Ma in un primo tempo le classi dirigenti guardarono ad essa con preoccupazione, e non solo per motivi umanitari. Il 23 gennaio 1868 fu diramata ai prefetti una circolare in cui si ordinava di non lasciar partire i lavoratori italiani che non mostrassero di avere un’occupazione assicurata e sufficienti mezzi di sussistenza. La questione fu discussa alla Camera il 30 gennaio. Un deputato affermò che la gente espatriava non “per vaghezza di far fortuna”, ma “piangendo e maledicendo ai signori e al governo”; un altro, ligure, sostenne invece che il problema non doveva essere posto in questi termini. Gli emigrati contribuivano al benessere della Liguria.   Accanto a poveri contadini partivano per l’America meridionale “persone indurite ed abituate al lavoro”‘, che accumulavano laggiù un discreto capitale, fondando case di commercio e fabbriche. Sia coloro che sostenevano l’utilità dell’emigrazione sia quelli che la condannavano avevano dietro le spalle interessi di determinati gruppi economici da difendere. Gli armatori respingevano ogni limitazione. Quelli genovesi, in crisi per la concorrenza della flotta mercantile inglese nel commercio dei grani del Mar Nero e del Mediterraneo orientale, vedevano nel trasporto degli emigranti al Plata un rimedio alla crisi. In questi ambienti, a opera di Jacopo Virgilio, nacque la teoria dell’espansione fondata sull’emigrazione: il commercio tra Italia e Sudamerica era aumentato proprio grazie alle case commerciali fondate dagli italiani in Brasile, Cile, Guatemala, Haiti, Guiana, Perù, Venezuela, e soprattutto Argentina e Uruguay. 

Sull´oceano” e verso l´America Il viaggio era un’esperienza traumatizzante, o almeno molto dura. E non solo per quei contadini che non avevano mai visto il mare, ma anche per gli altri. Nel 1888 sul piroscafo “Matteo Bruzzo”, partito da Genova per il Brasile, morirono 18 emigranti per mancanza di viveri; altri 27 morirono per asfissia nel 1889 sul “Frisca”. Nello stesso anno, un giovane medico, Teodoro Ansermini, che prestava servizio sulla nave “Giava”, in viaggio per Buenos Aires, rilevò l’assenza di pulizia, l’affollamento dei malati in uno spazio troppo ristretto, la mancanza di acqua e aria. Durante la navigazione, vi furono ammalati di tifo, di vaiolo, di difterite. Una commissione nominata dal ministero della Marina trovò vere solo in minima parte le accuse del medico e ne censurò il comportamento. Ma proprio nel 1889, con la sua opera Sull’oceano Edmondo De Amicis portò anche questo problema all’attenzione della più vasta opinione pubblica.Una volta arrivati in Sudamerica gli immigrati erano ospitati nelle “case d’immigrazione”.

A Buenos Aires, l’Asilo era un immenso baraccone di legno, dove ricevevano una razione sufficiente di cibo, dormivano in ampi cameroni e venivano curati, se ammalati. Ma le donne erano separate dagli uomini, e la separazione aumentava il senso d’insicurezza. Inoltre, dopo cinque giorni, gli immigrati dovevano cercarsi un’abitazione e un lavoro. E qui intervenivano spesso altri speculatori.In Sudamerica gli immigrati italiani non dovettero affrontare gravi problemi di carattere etnico o razziale, anche se l’inserimento non fu sempre facile. Le società sudamericane, e quella brasiliana ancor più di quella argentina, erano società in formazione, dove i nuovi venuti non venivano a scontrarsi contro strutture consolidate. E non si sentivano nemmeno portatori di una civiltà superiore, se non, talvolta, nei confronti degli Indios.

In Argentina l’immigrazione italiana fu più scelta che in Brasile. Nel 1896 un deputato, il radicale Pantomo, affermò alla Camera che le sue condizioni morali e materiali erano assai migliori che in Brasile, ma che, per certi aspetti, restavano gravi: “i facchini, i lustrascarpe, i menestrelli da strapazzo” erano reclutati tra gli italiani che accettavano, di fronte agli altri emigranti, questo stato di inferiorità. Ma questo rischiava di diventare un luogo comune. Lo ritenevano falso, nel 1910, due osservatori della realtà argentina, Cittadini e De Duca, scrivendo a proposito dell’operosità italiana in Sudamerica: “Non è vero che l’italiano all’estero faccia soltanto quelli lavori minori”. E già nel 1896 un altro pubblicista, Scardin, aveva ricordato che in Europa chi nasceva povero, quasi sempre moriva povero. In Sudamerica, invece, c’erano molte occasioni da cogliere 

EMIGRATI ITALIANI VERSO L'AUSTRALIA

Via verso l'estremo oriente
Il Candernagore, il veliero che portò nella inesistente Nouvelle France i coloni della prima spedizione: lungo il viaggio la metà dei passeggeri venne decimata da incidenti e malattie.

 

Una spada con fitta nel ventre

Con quella "terribile spada confitta nel ventre", come avrebbe scritto nella sua analisi il comandante Giovanni Roncagli, il piroscafo restò giorni e giorni con la poppa affondata e la prua che ancora emergeva totalmente dall'acqua, al punto che la nave sarebbe stata saccheggiata dagli sciacalli. Avrebbero potuto salvarsi tutti o quasi tutti, ma i momenti successivi allo schianto furono dominati dal panico e dal caos.

 

 
Quei corpi sulla spiaggia
I corpi di alcuni emigranti italiani sulla spiaggia di Cartagena. Secondo il Lloyd i morti furono 292 morti ma il bilancio fu contestato dalle controparti che, accusando gli armatori d'aver caricato più persone di quante dichiarate, stimarono le vittime tra le 440 e le 500.

E fondarono Cea Venessia
Costretti a restare per un anno divisi l'uno dall'altro, i nostri emigrati riuscirono infine a fondare un paese tutto loro e lo chiamarono "Cea Venessia", cioè Piccola Venezia (o meglio Piccolo Veneto), vicino a Lismore, a sud di Brisbane. Eccoli orgogliosi in posa nel 1890. Da sinistra a destra, dietro Luigi Antoniolli, Franco Roder, Domenico Spinazè, la signora Felicetti, Giuseppe Tedesco, la moglie di Antonio Bazzo, Natalia Fava, la moglie di Angelo Roder, Angelo Roder. Nella fila di mezzo Franca Roder, Agostin Pallizzer, la signora Pellizzer, Lorenzo Cappellin, la moglie di Domenico Spinazè, Teresa Bertolli, la signora Roder, Alessandro Roder, la moglie di Lorenzo Cappellin, la moglie di Antonio Piccoli. In prima fila Antonio Piccoli, la moglie di Santo Gava, la moglie di Pietro Sanatti, il signor Felicetti, la signora M. Martinuzzi

 

 

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