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RIVISITIAMO IL PASSATO

Da leggere su questa pagina

 

Kerres :                            Agnone antica fonderia del rame

Enzo Anchise :                                          L'innamoramento

Antonio Di Tommaso : Venafro 1944, momenti di terrore

G.Antonio Stella :                     Emigrati Italiani in Svizzera

MIchele Pirone : La chiave al collo. Famiglie montrealesi


SCRIVETEMI

kalendese@gmail.com


 

                                                                                                                                                                                            

                                                     RACCONTANO IL PASSATO                  

 

Agnone, Antica Fonderia del Rame

 

 Le antiche fonderie del rame di contrada S. Quirico, situate lungo il corso del fiume Verrino, sono indubbiamente da considerarsi un posto stupendo, dove natura e storia si fondono per dare vita ad un connubio straordinario. Molto probabilmente tali fonderie risalgono agli inizi del 1500 (come ci testimoniano antichi documenti conservati presso la Biblioteca Comunale di Agnone) e per circa 350 anni hanno ricoperto un ruolo fondamentale per l'economia della Città di Agnone, in quanto, assieme ad altre quattro fonderie presenti nel territorio, rifornivano le oltre 180 botteghe degli insostituibili semilavorati che successivamente venivano rifiniti dai ramai agnonesi.

 

Nei periodi di massima attività la struttura dava lavoro a svariate decine di persone, alternate in due turni e tutte con un delineato compito: si partiva dal semplice garzone fino ad arrivare agli addetti alla fornace (responsabili dei delicati procedimenti di fusione) e ai maglianti (che lavoravano il rame appena fuso e in via di raffreddamento per ottenere i prodotti desiderati).

 

Anzichè portare alla rovina le antiche fonderie, lo scorrere del tempo le ha rese ricche di fascino e capaci di rapire il visitatore sin dal primo sguardo, facendogli compiere un autentico tuffo nel passato. Ancora oggi si possono ammirare gli strumenti e le macchine azionate dalla forza dell'acqua, i canali, i magli e le fornaci, i martelli in legno di ulivo, le enormi forbici, le tenaglie e la forgia... tutto ha una collocazione precisa e funzionale in modo da ridurre al minimo i tempi di lavoro e ottimizzare l'intero processo di fusione e lavorazione del rame.

 

Delle cinque antiche fonderie del rame esistenti nel territorio di Agnone nei secoli addietro, soltanto le antiche fonderie di contrada S. Quirico sono sopravvissute fino ai giorni nostri (grazie ad un restauro promosso nel 1986 dall'allora amministrazione comunale sfruttando fondi erogati dall'Unione Europea), a testimonianza della storia industriosa di Agnone, per secoli vera e propria capitale dell'artigianato dell'intero Regno delle Due Sicilie. Dal sito : Ass. Culturale Kerres.  

 

Venafro 1944: momenti di terrore

 

Un testo di Antonio Di Tommaso, Scuola Elementare -Venafro.  L'uomo si é sempre distinto dagli animali in quanto essere intelligente e dotato di grande sensibilità.  Molte volte peró sa essere cattivo e vulnerabile e crea intorno a sé sofferenza e distruzioni; basti pensare all'ultimo conflitto mondiale che abbiamo avuto.  É stato un periodo amaro per l'umanità che ha visto atrocità e nello stesso tempo anche gesti di umanità tra fratelli.  Venafro ha avuto momenti di terrore e di sgomento qunado, per sbaglio, il 15 marzo 1944 stava per essere distrutto dagli americani; infatti, gli alleati, dovevano netralizzare l'abbazia di Monte Cassino, base dei tedeschi; seguendo la mappa peró soldati americani hanno scambiato Venafro per Monmte Cassino e hanno iniziato a sganciare le loro bombe fino a quando non si sono accorti dell'errore.

 

Le bombe colpirono i monti, la città e la pianura dove erano situati gli alleati francesi, polacchi, inglesi, marocchini, americani e altri.  Ci furono molti morti, tra cui 80 civili e diversi soldati alleati.  Proprio in questa occasione si é verificato un fatto (raccontatomi da mia nonna) sensazionale per alcuni ma anche non attendibile per altri.  Mio zio Luigi si trovava presso la chiesa vescovile a giocare quando cadde una bomba nelle vicinanze; tutti gli altri bimbi scapparono.  Lui che era il più piccolo, non sapeva cosa fare quando un soldato romano su un cavallo bianco lo prese e lo portó in salvo.  Il seguito il bambino riconobbe quel soldato in una figura di San Nicandro, martire venefrano.  Oltre a questo avvenimento ce ne sono stati altri; per esempio quello di un soldato tedescho che vedeva in una mia prozia la sua figlioletta lontana e, prima di andare a combattere, le lasció un pezzo di carne; fu come se avesse sfamato sua figlia.

 

Solo in queste circostanze si sente l'amore per la propria famiglia e i sentimenti di amicizia profonda come quel soldato che, trovato un gruzzoletto d'oro in un palazzo abbandonato, loconsegnó ad una anziana signora affinché lo custodisse fino alla fine della guerra: solo allora avrebbe diviso a metà.  Purtroppo il soldato mori' in guerra; l'anziana signora aspettó il suo ritorno per dieci anni, ma poiché non tornava, li usó personalmente rimpiangendo quell'uomo tanto gentile e premuroso.  Spero tanto che la guerra non torni m,ai più, ma non credo che l'uomo abbia imparato la lezione perché ancora adesso nel mondo si combatte. Dal libro : Le Storie diventano Storia  di Giuseppe Ruffo,  2005, Edizioni Enne.

 

 L 'Innammoramento dei giovani molisani di una volta

 

C 'erano una volta, non molti anni fa un mucchio di case, molti animali nelle stalle e tante piccole viuzze; e c'era allora una bella atmosfera per innamorarsi.     I nostri paesi non concedevano grosse distrazioni, perciò chi si innamorava era molto fortunato, non solo perché si innamorava, ma anche perché gli si presentava una bella occasione, forse l'unica per esercitare la sua fantasia.   Pensare alla ragazza che si ama era davvero molto bello; questo pensiero alleviava anche il peso delle fatiche, specie a chi diceva:"forse potrebbe dirmi di si"; ciò dava spazio alla speranza, a quella speranza tante volte delusa.Innamorarsi era qualcosa di esclusivamente bello, ecco perché tra tante cose che mancavano c'erano... una volta, l'attesa, il timore, la speranza di essere amato.

Ma come accade per tutte le cose, questo periodo di innamoramento era di breve durata, ed erano di solito i genitori della ragazza a stabilirlo. Essi pensavano che la gente non dovesse chiacchierare molto e specie di queste faccende, per cui prestavano molta attenzio­ne alle proprie figliole, che, dopo tutto, erano ligie alle regole della tradizione. Noi non sappiamo il perché, forse per consolidare un modello di comportamento, o per rispetto ai propri genitori o forse, come dice qualcuno, per timore di qualche scappellotto.I primi sguardi tra innamorati erano quelli scambiati per lo più in chiesa, l'uno cercava di scorgere l'altro e il segno d'amore era un lungo sguardo, un cenno che passava da una colonna all'altra segretamente .

 

La ragazza di solito sembrava non rispondere, ma per chi aveva in cuore l'amore la risposta c'era stata.Dopo questo primo timoroso approccio, il successivo era quello di passare e ripassare sotto la finestra della ragazza amata, cercando di far udire il suo passo o il suo fischio. Questa frettolosa comunica­zione, fatta soprattutto di segni, non escludeva qualche incontro nei pressi delle fontane, o per le strade di campagna. Ma i giovani non potevano continuare a vedersi di nascosto, era un'avventura troppo rischiosa, perciò dopo un breve periodo di tempo, quello che era rimasto segreto stava per passare di bocca in bocca, di casa in casa.

 

Tutto stava per cambiare e ciò che sarebbe stato più importante non era più il sentimento dell 'uno verso l'altro; ma una certa ragione, quella che dava all'amore sembianze materiali.Il lavoro, la casa, la terra, il bestiame ed altri simili cose erano la parte determinante del consenso.Erano soprattutto i genitori della ragazza a badare più alla forma materiale, che a quella spirituale; l'amore era importante, ma più importante allora era una buona sistemazione, una buona dote.

All 'amore si sostituiva il bisogno di affrontare la miseria, la fame, e ogni sorta di sofferenze.  A volte capitava che i genitori non erano d'accordo, anzi si opponevano energicamente ad una determinata scelta dei giovan; ma per essere sinceri più che i genitori, era iuna certa condizione sociale ad emettere certi giudizi ad opporsi a delle scelte o a certi desideri.Le opposizioni più dure avvenivano maggiormente quando un giovane contadino si innamorava della figlia di un proprietario o di un benestante.In questi casi si presentavano ai giovani innamorati grosse difficoltà emesse da un rigido sistema sociale.  Enzo Anchise,Toro



 

 

                                                                                                                                                                                            

 L'ANGOLO DEGLI EMIGRATI

 

Condizioni degli emigrati Italiani in Svizzera. Gian Antonio Stella

«Non ridere, non piangere, non giocare». I 30 mila piccoli italiani illegali in Svizzera.  Quando Berna ostacolava i ricongiungimenti familiari dei nostri emigranti. E i mariti assumevano le mogli come domestiche per farle arrivare.

Le mogli e i bambini degli immigrati? «Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d'una congiuntura lo stesso benessere dei cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello». Chi l'ha detto: qualche xenofobo nostrano contro marocchini o albanesi? No: quel razzista svizzero di James Schwarzenbach. Contro gli italiani che portavano di nascosto decine di migliaia di figlioletti in Svizzera. E non nell' 800 dei dagherrotipi: negli anni Settanta e Ottanta del '900.........

Leggi durissime che Schwarzenbach, il leader razzista che scatenò tre referendum contro i nostri emigrati, voleva ancora più infami: «Dobbiamo respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s'ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell'operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l'ex guitto italiano». Marina Frigerio e Simone Burgherr, due studiosi elvetici, hanno scritto un libro in tedesco intitolato «Versteckte Kinder» (Bambini nascosti) per raccontare la storia di quei nostri figlioletti. Costretti a vivere come Anna Frank. Sepolti vivi, per anni, nei loro bugigattoli alle periferie delle città industriali. Coi genitori che, terrorizzati dalle denunce dei vicini, raccomandavano loro: non fare rumore, non ridere, non giocare, non piangere. Lucia, raccontano Burgherr e la Frigerio, fu chiusa a chiave nella stanza di un appartamento affittato in comune con altre famiglie, per una vita intera: «Uscì fuori per la prima volta quando aveva tredici anni». Un'altra, dopo essere caduta, restò per ore ad aspettare la mamma con due costole rotte. Senza un lamento. Trentamila erano, a metà degli anni Settanta, i bambini italiani clandestini in Svizzera: trentamila. Al punto che l'ambasciata e i consolati organizzavano attraverso le parrocchie e certe organizzazioni umanitarie addirittura delle scuole clandestine. E i nostri orfanotrofi di frontiera erano pieni di piccoli che, denunciati dalla delazione di qualche zelante vicino di casa, erano stati portati dai genitori appena al di qua dei nostri confini e affidati al buon cuore degli assistenti: «Tenete mio figlio, vi prego, non faccio in tempo a riportarlo a casa in Italia, è troppo lontana, perderei il lavoro: vi prego, tenetelo». Una foto del settimanale Tempo illustrato n. 7 del 1971 mostra dietro una grata alcuni figli di emigranti alla Casa del fanciullo di Domodossola: di 120 ospiti una novantina erano «orfani di frontiera». Bimbi clandestini espulsi. Figli nostri. Che oggi hanno l'età di Grimoldi e della Bertolini.

Dicono: la legge è legge.  Ma qui il principio dei due pesi e delle due misure nella Costituzione non c'è. E la realtà dice che almeno un milione di italiani vivono oggi in condizioni di sovraffollamento nelle sole case popolari senza essere, come è ovvio, colpiti da alcuna sanzione: non si ammanettano i poveri perché sono poveri. A un immigrato regolare e a posto con tutti i documenti che sogna di farsi raggiungere dalla moglie e dai figli esattamente come sognavano i nostri emigrati, la nuova legge chiede invece non solo di dimostrare un reddito di 5.142 euro più altri 2.571 per la moglie e ciascuno dei figli ma di avere a disposizione una casa di un certo tipo. E qui la faccenda varia da regione a regione. In Liguria ad esempio, denuncia l'avvocato Alessandra Ballerini, in prima linea sui diritti degli immigrati, occorre avere una stanza per ogni membro della famiglia con più di 14 anni più un vano supplementare libero (esempio: il salotto) più la cucina e più i servizi igienici. Il che significa che una famiglia composta da padre, madre e quattro figli adolescenti dovrebbe avere una casa con almeno sei stanze. Quanti italiani hanno la possibilità di vivere così? Quando vinse la Coppa dei Campioni, coi soldi dell'ingaggio e del premio per la coppa, Gianni Rivera comprò un appartamento a San Siro. Il papà e la mamma dormivano nella camera matrimoniale, il fratello nella cameretta e lui in un divano letto in salotto. Se invece che di Alessandria fosse stato di Belgrado, sarebbe stato fuorilegge. Ed era Gianni Rivera. Il campione più amato da un'Italia certo più povera. Ma anche più serena di adesso. Gian Antonio Stella

La chiave al collo. Famiglie d'immigrati a Montréal Michele Pirone, Montréal

La figura dell'emigrato, nel Paese di origine, viene rappresentata in una falsa luce. Una stonatura. Specialmente di quelli che immigrarono in Nord-America, si pensa che abbiano accumulate tutti favolose fortune; come se qui i dollari si ramazzassero per le strade. "Soldi con la pala " è un modo dire ed è, forse, anche vero; nel senso che la pala non serve per raccogliere danaro, bensì per far sopravvivere spalando la neve o scavando la terra!


Il personaggio tipico dello " zio d'America ", viene associato, per errata analogia, ai grossi capitalisti; come se ogni povero Cristo sbarcato oltre oceano, dovesse diventare, per effetto di magia, un petroliere texano od un ricco armatore.
E quando l'immigrato ritorna al Paese di origine, con un "biglietto escursione 22-45 giorni", o con un viaggio di gruppo charter, la sua apparizione non fa che avvalorare il convincimento preconcetto che si son fatto di lui. Gli è che non sanno, al paese di origine, che quel biglietto gli costa lunghi sacrifici e sudati risparmi; sempre che, addirittura, non abbia dovuto sobbarcarsi ad un pagamento rateale, ad un " piano di credito " con una banca, per saldarne il costo.


Al paese di origine non immaginano che qui l'immigrato deve lavorare tutta la vita, per pagare le rate del "duplex"; perché se ha la fortuna di avere un certo numero di figli, non gli sarà facile ottenere un appartamento in locazione. Così egli sarà proprietario per forza, contro la sua volontà, e dovrà pagare tante tasse, compresa quella scolastica anche se non ha figli che frequentino scuole, poiché qui le tasse sono a carico dei proprietari.  Ma per pagare le rate e le tasse, oltre che per provvedere al sostentamento della famiglia, il suo lavoro non basta; per cui dovrà lavorare anche sua moglie.
Al paese di origine la moglie non lavorava, perché lì le mogli si occupano delle faccende di casa; ma qui è necessario il loro contributoeconomico al menage familiare, che ha una importanza prioritaria rispetto alle faccende di casa.


E così, al mattino, il marito va al lavoro, la moglie va al lavoro, i figli vanno a scuola. Quando la lezione sarà finita i figli torneranno a casa; ma non vi troveranno i genitori, che sono ancora al lavoro. Se hanno fame, non avranno che da aprire il frigorifero, nel quale è custodito il rifornimento settimanale, fatto al "supermarket", tra il venerdì e il sabato.
Ve ne sono di piccolissimi, ai quali non si può nemmeno affidare la chiave di casa, senza il rischio che la perdano: a questi i genitori la legano al collo. Invece della catenina d'oro, con l'immagine di un santo, come negli altri Paesi del mondo, qui i bambini hanno al collo un nastro di stoffa, con la chiave infilata.
Se sosti al mattino dinanzi ad una scuola, li vedi arrivare, questi piccoletti, uno dietro l'altro, con una grossa cartella e la chiave al collo. Ti passano dinanzi, con lo sguardo spento, come schiavi alla gogna.
La chiave al collo del figlio, è il prezzo più alto che l'immigrato sia costretto a pagare, per la sopravvivenza, alla nostra epoca consumistica. Essa è il simbolo del sacrificio, della soggezione, della rinunzia.
Michele Pirone Giornalista, Montréal



                                                                               

 

Transumanza

Ché è ‘štu rumore de passe
‘štu scampanijà leggiére
che férma u suonne e u penziére
e štraporta l’anema pe la vija?
Ché è ‘šta museca doce e antica
ca me rapisce e me métte
na gulija de cerca’ la natura?
So’ le pašture ché da la Puglia
puortene le bèštie a la muntagna.
Passene lamentose vacche pècure e crape
appriésse a u capemandra.
                                      

 

                                                                           

 

 

 

Štanne attiénte le cane
a la pècura sbandata.
Arréte u mule sbatte le zuocchele
ferrate e ségna u passe e dà core
all’ajne frische nate
ché chiama ancora mammamè.
Voce ze richiamene ne la nuttata
e penziére vanne luntane a la sposa lassata.
So’ le voce de le pašture
che vanne pe le tratture
secutanne u richiame fatate
e la voce de le patre
e fanne la transumanza
.
 

Ugo d'Hugo, Campobasso, 2002