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 RIVISITIAMO IL PASSATO

Da leggere su questa pagina

 

Dott. Nicola Picchione : Piccola Cronaca.La tassa

Feste in famiglia :         Le Nozze a Cercemaggiore

Michael Santhers :                      Amarcord, poesia

Dal Web :                        Sfilata in costumi d'epoca

G. Castellotti :                             Proverbi Molisani

Dal Web :                 Le donne italiane in Argentina

Nicolina Montagano :          La mia seconda Patria

Notizie :                           Dal Molise e dei Molisani

Ugo d'Hugo :                           La 'ndratura, poesia

Notizie :                                    Decadenza in Italia

kalendese@gmail.com


 

 

 

                                                                                                                                                        

                                 

                                      CI RACCONTANO IL PASSATO                                     

 

Piccola Cronaca. La tassa

 Dott. Nicola Picchione

 

 

Un giorno d’estate trovai solo due uomini vicino alla vasca, in piazza. Un vecchio era seduto sulla panchina rotonda di ferro. Magro, con un cappelluccio scuro e vecchio calcato sulla fronte, il viso scarnito solcato da venuzze; aveva una giacca malgrado il caldo e una camicia forse bianca che tendeva in avanti, ripiegati, i pizzi del colletto. Di fronte a lui uno più giovane in camicia, robusto. Erano miei clienti, ci conoscevamo. Mi sedetti vicino a loro. Era tempo di lavoro nei campi, poco dopo mezzogiorno e in piazza c’era poca gente. Eravamo solo noi tre attorno alla vasca. Un paio di  altri gruppetti era lontano da noi. I due discutevano di campagna e di raccolto. Il vecchio cominciò a parlare di quando lavorava nelle Puglie. Ebbe la brutta di idea di dire : “Tu non puoi ricordare…”. Fu interrotto dall’ altro che chiamerò giovane ma che aveva superato i quarant’anni: “ Io mi ricordo e c’è un fatto che non dimenticherò finché campo e tu ne sei il protagonista”. Il vecchio chiese incuriosito a quale fatto tanto straordinario si riferisse. Il giovane raccontò. 
            “Avevo una decina d’anni. Andai con mia madre nella campagna della  Puglia per rimanervi alcuni giorni. Voi avevate là la masseria”
            “Non era nostra, magari”.
            “Un giorno tua moglie entrò da noi allarmata. Disse a mamma che il figlio di pochi mesi aveva la febbre alta e mandò me a chiamarti perché lo riportassi in paese per curarlo. Non ricordo come si chiamava il bambino”
            “ Tonino, come mio fratello”
            “ Comunque io lo avevo visto varie volte e qualche giorno prima lo avevo anche cullato. Mi guardava con i suoi occhi grandi e chiari e mi sorrise. Mi avviai. Ti vedevo piccolo e lontano sulla linea dell’orizzonte. Affrettavo il passo tra le stoppie anche se mi graffiavano le gambe. Tua moglie mi era sembrata molto preoccupata. Avevo l’impressione di non arrivare mai e tu mi sembravi sempre più lontano. C’ era un profondo silenzio che mi opprimeva interrotto solo dal frinire delle cicale, da qualche improvviso volo di un eccello che spaventato dai miei passi si alzava in volo verso un cielo senza una nuvola. Fruscii  mi facevano trasalire, forse di  lucertole che a me sembravano di serpi. Quando ti portai l’ambasciata, tu rispondesti: “Dille che debbo finire e poi torno”.  Mi rispondesti seccamente senza nemmeno smettere di lavorare come se a comandare non fossi tu ma il mulo che tirava l’aratro e anche te. Ricordo che mi meravigliai della risposta. Mi aspettavo di vederti tornare con me.  Riferii la tua risposta e tua moglie mi sembrò ancora più preoccupata. Non aprì bocca. Passò un’ora e lei tornò da noi. Disse che il bambino era peggiorato, aveva la febbre alta. Mi mandò di nuovo da te e ripetette più volte di  insistere perché tu venissi per portare il bambino in paese. Attraversai di nuovo i campi. Ti vedevo come un puntino dietro il mulo. Ripetei l’ambasciata. Tu bestemmiasti la madonna fermando l’aratro. Quasi urlasti: “ Le donne non fanno che piangere e vedere guai”.  Confermasti la decisione di finire il lavoro e poi tornare. Quando finalmente ti vidi tornare, verso sera, il bambino era morto. Tua moglie si disperava piangendo ma tu le comandasti di smettere di urlare e piangere con un tono così perentorio che lei smise. Forse sapeva che ai tuoi ordini bisognava solo ubbidire, l’avevi domata bene. Quello che accadde dopo non lo ricordo con precisione ma una scena non me la dimenticherò mai. Caricasti la bisaccia sul mulo mettendoci dentro un fagotto coperto da un panno. Lei ti disse: “Fammelo portare in braccio”. Tu con parole secche le ordinasti di montare sul mulo. Lei singhiozzava in silenzio. Partiste. Sentii da mia madre che avevi messo il bambino morto nella bisaccia. Quel fagotto messo nella bisaccia era Tonino. Ricordo che provai un brivido. Ancora lo provo nel raccontarti tutto questo. Quella notte tardai ad addormentarmi. Sognai il bambino che mi guardava con i suoi grandi occhi chiari immersi in un grande buio; non vedevo il suo volto né il suo corpicino ma solo due manine protratte nel buio come a volerlo dissolvere. Da allora ti vidi sempre come un duro, senza cuore, senza umanità. So che sei una persona onesta e sei stato un gran lavoratore ma questo non basta per fare un uomo.  Anche se sono passati molti anni non dimenticherò mai quel giorno e ho voluto ricordartelo per togliermi un peso dallo stomaco”.
Il giovane aveva parlato senza pause e con voce forte senza distogliere gli occhi dal vecchio e quasi dimenticando la mia presenza o forse ritenendo che il medico è tenuto al segreto. Mi guardò e puntando il dito verso di lui mi chiese come sperando in un mio commento: “Hai capito che razza di tipo è questo?”.
Il vecchio lo aveva ascoltato senza guardarlo. Alzò un po’ il suo vecchio cappello e lo fissò in viso con occhi che mi parvero piccoli. Erano chiari. Come quelli di Tonino, mi venne in mente. Sembrò pensare per un poco poi disse:
“ Ricordo bene tutto. E’ proprio come lo hai raccontato. Tu eri un ragazzo e capisco la tua impressione. A volte i grandi si comportano come se i piccoli non fossero presenti a ciò che essi dicono e fanno, sicuri che non ne debbono rendere conto a loro. E’ un grosso errore. I piccoli vedono, sentono e capiscono. Soprattutto, ricordano.  Non possono sapere tutto, però. Voglio aggiungere qualcosa al tuo racconto. Ora sei grande e può darsi che mi capirai anche se non ne sono certo. Oggi non si può capire come era il bisogno a quei tempi. Pancia piena non crede al digiuno, come si dice”
Si fermò per un po’ poi riprese:
 “ E’ vero, sottovalutai l’avvertimento di mia moglie. Allora le febbri erano frequenti e se ci si fermava ogni volta il lavoro non andava avanti. Avevo comprato un po’ di terra mettendo debiti e sperando nel raccolto ma da due anni non riuscivo a mettere da parte nemmeno il grano per mangiare e per la semente. Ero assillato dal debito e dal bisogno. Quando tornai alla masseria,  lei si disperava e urlava. Allora i morti si piangevano con urla che spesso erano solo di facciata ma quella volta venivano dal cuore. La morte di un figlio ti strappa il cuore e le viscere. Come puoi pensare che la morte di un figlio non dia dolore anche al padre? Per riportare il bambino morto a Bonefro     ( si interruppe un attimo quando pronunciò “ u cit’l’ “ forse incerto se usare il nome del bambino), dovevamo attraversare il Comune di S. Croce e bisognava pagare una tassa. I morti pagavano una tassa per attraversare un Comune. Io non avevo quei soldi. Per questo imposi a mia moglie di non urlare. Nessuno doveva sapere della disgrazia. Dovevamo riportare il bambino di nascosto. Quel ritorno fu  doloroso e  sembrò lungo. Quando entrammo a casa, a Bonefro, misi il bambino sul letto con grande delicatezza quasi a farmi perdonare per quella brutalità forzata. Aprii il panno col quale lo avevo avvolto. Gli diedi una carezza. Guardai mia moglie. Non sapevo che dirle, non avevo nemmeno il coraggio di giustificarmi. Le dissi soltanto: “Ora piangi quanto vuoi”.
    Rimanemmo tutti e tre in silenzio. Il vecchio aggiunse:
“ Ti assicuro che non sono stato né un cattivo marito né un cattivo padre. Abbiamo avuto altri quattro figli e ho mandato avanti la famiglia meglio che potevo. Erano tempi brutti”.
Si fermò per un pò e aggiunse:
“ Allora i sentimenti erano un lusso”.

Dott. Nicola Picchione

 

Le Nozze a Cercemaggiore


 

Secondo il folklore cercemaggiorese i preparativi al matrimonio tra due giovani avevano inizio già la settimana che precedeva la celebrazione delle nozze. Questi giorni erano dedicati alla stima del corredo nuziale della sposa che veniva trasferito alla casa dello sposo.
La tradizione vuole che la mattina della funzione un messo si recasse dalle rispettive famiglie degli sposi e qui, con una frase velata, consegnava i doni precedentemente affidatigli: cappelli e scarpe per la donna e camice e legacce per l'uomo.
Subito dopo parenti ed invitati affollavano le case degli sposi fino all'inizio della celebrazione segnalata dal suono della campana della chiesa.

La gente presente nell'abitazione dello sposo formava un corteo e si dirigeva verso la casa della sposa.
Qui, dopo i convenevoli, il padre della fanciulla la "consegnava" al futuro marito, ripetendo frasi di raccomandazione ed ammonimenti: Vulèteve bene, non facète fa a rise 'a gente (Vogliatevi bene, non fatevi deridere dalla gente).
A questo punto gli invitati si univano formando un solo ed unico corteo capeggiato dagli uomini, in coda ai quali vi era lo sposo affiancato da 2 giovani, seguito dalla sposa, anch'essa in mezzo a 2 ragazze.
Poi, a seconda del tipo di matrimonio (sfarzoso o comune), la composizione della coda del corteo differiva.
Nel primo caso vi erano subito coppie di remutate, donne maritate che indossavano gli abiti di gala portati il giorno delle loro nozze, nel secondo caso, la processione era chiusa dallo stuolo di tutte le altre donne.
Celebrato il rito, all'uscita dalla chiesa, gli invitati, che avevano preso parte al corteo, gettavano confetti e soldi sulla coppia.
Invece, amici e parenti che non vi avevano partecipato gettavano a piene mani sui novelli sposi, dalle finestre e dagli usci delle loro case, la rascia (il grano) ed offrivano vassoi pieni dello stesso cereale e, qualche volta, anche tazze di caffè o bicchierini di liquore.
L'usanza prevedeva, quindi, che i 2 coniugi facessero cadere sui vassoi vuoti delle manate di confetti.
Sull'uscio della nuova dimora coniugale li aspettava la madre dello sposo che baciando ed abbracciando la nuora, le ricopriva la testa con una candida tovaglia consegnandole la rocca avvolta dalla canapa.
Dopo aver fatto gli onori di casa con gli invitati, lo sposo accompagnato dagli amici più intimi o dai parenti più stretti si recava a casa della sposa, da lì conduceva i suoceri nella propria dimora, accompagnati dallo stuolo dei parenti che recavano il regalo di nozze.
Questo consisteva in un cesto di rascia sul quale venivano posti gli oggetti (di ornamento o di cibaria).
Le coppie che restavano in paese offrivano la cena e tenevano il festino.
Ma per poter dirsi conclusa questa usanza, bisognava aspettare il primo giorno festivo dopo la celebrazione del sacro rito, dove gli sposi si recavano a messa accompagnati da un ristretto corteo.  Così avevano termine gli otto iuorne d'a zita (gli otto giorni della ragazza).
Dal sito  Monti del Matese.

 

 
Sfilata in costumi d'epoca a Bagnoli del Trigno.

Tradizione e leggenda rivivono il 18 agosto di ogni anno in una manifestazione unica nel suo genere a Bagnoli del Trigno, paese situato in Molise e più precisamente nella provincia di Isernia.  Si tratta della rievocazione storica di un evento che vuole rappresentare lo spaccato di un’epoca, compresa tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800, vissuto da Bagnoli del Trigno. In pratica, per un giorno, Bagnoli torna indietro di due secoli riproducendo nei minimi dettagli ciò che avveniva durante la festa di ringraziamento in onore di Santa Caterina. Il duca del paese, infatti, in occasione di quella festa sfilava in corteo nel pomeriggio con tutti gli altri nobili e le autorità dirigendosi nell’antico rione di Santa Caterina per dare inizio alla suggestiva serata in onore della Santa in piena e coinvolgente allegria tra musiche, canti, fuochi, fantasie e degustazioni di piatti tipici. La leggenda vuole che sin da tempi antichi, passata la mezzanotte, dal castello che sovrasta la roccia posta al centro del paese, si librassero delle fate, per cui, chi l’avesse avvistate ed espresso un desiderio, lo avrebbe di sicuro realizzato.

                                                                        

 AMARCORD


Nacqui in un paese si montagna
a sud del sapere,a Nord dell'ignoranza
a est d'abbandoni,a ovest del destino
-Ove
-vecchi passano giornate a contare mosche
-oziosi cani fungono da strisce pedonali
-galline intentano telenovelas
-maiali unico affetto redditizio di contadini
-buoi con corna fasciate ad arte
a censura di simbolo d’adulterio,
-asini addobbati a distinzioni di prestigio
-pecore marchiate a rammendo di possesso
-macchine fiat a ricordare limiti meccanici
e scarpe vanno ai piedi non alle lamiere

                                                                                   

 

 

-frequenze cardiache a inseguire sbadigli
-preti e politici a contendersi miracoli
-bimbi a gareggiare con secrezioni nasali
-peperoncini piccanti antidoti a letargie
-giradischi a testimoniare che con voci
si può fare altro e non solo sproloqui
-balli su aie a conciare ossa disarticolate
-fienili sognati letti a cinque stelle
per viaggi di nozze senza partenze
-libri considerati tomba inviolabile del sapere
-Matrimoni,contratti a guardia d’averi riuniti
-Stagioni,procedure celesti per colorare il lavoro
-Sofferenza e morte,premio di casa oltre le nuvole
 
 
Da:Destini E Presagi, Michael Santhers 
http://www.santhers.com

 

 

Torrid - The Alternative For Sizes 12 - 26

                                                                                                                                                                                        

L'ANGOLO DELL'EMIGRATO

 

Le donne italiane in Argentina tra storia e letteratura
 
I più significativi studi storiografici sull’emigrazione al femminile permettono di tratteggiare un quadro delle diversificate situazioni e dei molteplici stili di vita che nel nuovo contesto le donne emigranti si sono trovate ad affrontare e di valutare se, come e in che misura le loro identità e spazi d’azione siano stati influenzati e stimolati in direzione di un rinnovamento.
La ricerca di Romolo Gandolfo sulle donne di Agnone, nell’alto Molise, immigrate a Buenos Aires alla fine dell’Ottocento, mostra l’ambivalenza dell’esperienza migratoria femminile . Il tipo di società che le donne di Agnone incontrarono nel nuovo Paese, infatti, non presentava le condizioni favorevoli per mettere in discussione la loro secolare condizione di subalternità, tuttavia non le condannava più alla tradizionale sottomissione. Nel quartiere del Carmen, dove gli agnonesi si concentrarono, sopravvissero a lungo tratti culturali legati alla tradizione molisana; una concezione più moderna del ruolo della donna si ebbe grazie alle nuove generazioni nate in Argentina. Se da un lato le agnonesi a Buenos Aires non ebbero la possibilità di raggiungere l’indipendenza economica, vista come disdicevole, da evitare per una donna sposata, e dovettero sottostare a valori e norme che imponevano loro l’esclusione dalla vita sociale della comunità, dall’altro poterono però accedere all’istruzione primaria, ciò che aprì uno spiraglio alla possibilità futura di acquisire nuovi ambiti di autonomia.
L’emigrazione transatlantica rappresentò per le agnonesi un momento importante nel lento processo di emancipazione, ma scatenò anche tensioni e contraddizioni nuove nel rapporto uomo-donna, che portarono in molti casi al disgregarsi delle famiglie.
Le ricerche condotte nella provincia argentina di Santa Fe da Alicia Bernasconi e Carina Frid de Silberstein analizzano comparativamente due scenari urbani con caratteristiche diverse, ma interessati entrambi dal fenomeno migratorio tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento . Le città prese in esame sono Rosario, la più grande e popolosa della provincia, con un importante porto sul fiume Paraná, e San Cristóbal, piccola città rurale. I risultati di questi studi permettono di confutare le tesi sulla marginalità della donna nel processo di integrazione nel mondo professionale del Paese d’accoglienza: le italiane si inserirono nel mercato del lavoro di Rosario e di San Cristóbal come domestiche o dedicandosi alla confezione di abiti. Il quadro occupazionale rioplatense non impose alle donne una rottura rispetto al loro universo domestico; le reti sociali costituitesi nella nuova società contribuirono a mantenere una continuità affettiva con il paese d’origine. Tuttavia operarono anche elementi di innovazione: non vi fu più spazio, ad esempio, per l’attività di filatura, fondamentale nell’industria domestica del nord Italia.
 
 
La mia seconda Patria
di Nicolina Montagano
 
Una testimonianza toccante, nel ricordo di chi ha “subito” l’emigrazione, il momento clou del Convegno “La mia seconda Patria”, che si è tenuto a Ripabottoni, nella ricorrenza della tragedia di Marcinelle, organizzato dall’Associazione Tito Barbieri, con il patrocinio del Comune di Ripabottoni e della Comunità Montana “Cigno Valle Biferno” di Casacalenda. La signora Nicolina Montagano ha raccontato la propria esperienza di figlia di emigranti, con il papà costretto a partire per la Germania negli anni ’60. Una ricerca condotta presso gli alunni della Scuola Elementare di Bonefro ha raccolto le storie di papà, di nonni, zii, parenti espatriati, i lunghi addii, la visita medica, i documenti che vietavano l’espatrio siglati da una S per scabbia, una P per donna incinta, una X per deficienza mentale. Si è commosso anche il Presidente dell’Associazione socio-culturale “Tito Barbieri”, Domenico Ciarla, che ha introdotto i lavori del convegno spiegando la scelta della data dell’8 luglio, in concomitanza con la ricorrenza di Marcinelle. “Un fenomeno, quello dell’emigrazione italiana – ha spiegato – che è purtroppo di grande attualità. Dovremmo ricordare, quando parliamo dei tanti immigrati che hanno invaso il nostro Paese, di essere stati, fino all’altro ieri, zingari noi stessi”. E il convegno è entrato nel vivo, introdotto dal consigliere Cristofano Vincenzo. La ricercatrice e giornalista Mina Cappussi ha portato i saluti del Responsabile del Servizio per i Rapporti con i Molisani nel Mondo della Regione Molise, Teresio Onorato. “Un saluto di benvenuto – il messaggio del quale ha dato lettura – a tutti i molisani di Ripabottoni rientrati in questo periodo. Impegnato nell’organizzazione della missione in Argentina per il prossimo mese di settembre, in vista della 1^ Conferenza dell’America latina a mar del Plata e dell’incontro con le Associazioni di Molisani in Argentina, vi sono vicino col cuore. Come sempre”. E la Cappussi ha relazionato sulla grande ondata migratoria che ha sconvolto il tessuto sociale italiano tra gli anni ’70 del 1800 e la prima guerra mondiale, ripresa con maggior vigore nel secondo guerra, quando l’Italia usciva da un conflitto che l’aveva fiaccata. “Di recente – ha ricordato la studiosa – sono stata a Bedford, in Inghilterra, dove gli italiani hanno lavorato nella fabbrica di mattoni London Brick. Gli italiani, i molisani, i bussasi, cocevano i mattoni che sono serviti a costruire la nuova Inghilterra”. Ed è andata indietro nel tempo, alla legge sull’emigrazione del 1888, varata dal Parlamento italiano il 30 dicembre di quell’anno, che riconosceva il diritto ad emigrare. Ha parlato dell’opera di Monsignor Bonomelli, mostrando un libricino originale del 1910, delle compagnie di navigazione, dei truffatori che facevano commercio di carne umana abbandonando gli emigranti al loro destino, della Legge sulla Frode in Emigrazione approvata dal Governo di Mussolini nel 1931, del provvedimento degli Usa del 1917 che vietava l’ingresso negli States degli italiani analfabeti, delle quote del ’21, abolite nel 1965. Un cenno agli schedati di Ripabottoni, De Julio Luigi Maria Arsenio, Di Julio Tito, Giovannitti Arturo. “Sono convinta – ha concluso – che per quanto possiamo fare per rimediare all’oblio in cui abbiamo relegato i molisani all’estero, non faremo mai abbastanza per restituire loro l’abbraccio della Terra d’origine”. Coinvolgente, a tutto tondo, forte e appassionata la relazione di Antonio D’Ambrosio, già Presidente del Consiglio Regionale del Molise, fondatore dell’Associazione “Pro Giovannitti”, firmatario della proposta di Legge che istituisce il Museo Regionale dell’Emigrazione intitolato ad Arturo Giovannitti. Il suo intervento ha affrontato le ragioni della massiccia ondata migratoria, facendola risalire all’Unità d’Italia, quando l’aristocrazia viene soppiantata dalla borghesia mangiatutto. “I contadini si organizzano dopo la vittoria di Garibaldi, che aveva promesso loro la distribuzione delle terre in cambio dell’arruolamento – ha sottolineato – e vengono trucidati. Fanno la rivoluzione, anche da noi, per l’occupazione delle terre; quelle terre demaniali che avevano sempre coltivato prima dell’Unità”. Il convegno è stato inserito nella splendida cornice di una mostra documentaria sull’emigrazione curata dall’Associazione culturale.
Ripabottoni. (26-08-2008). Dal giornale Eco del Molise: http://www.ecodelmolise.com/

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PROVERBI MOLISANI

 

Nen va alla messa pecché è ciuopp e va alla cantina chian chian.

Non va in chiesa perché è zoppo ma riesce a raggiungere la taverna piano piano.

Quann' 'r puorc' nn' vò cchiù, vot'ca la secchia"

Quando il maiale non ne vuole più, ribalta il secchio dove mangia"

Femmena rerarella, mesa puttanella

Donna che ride, mezza puttana

Femmena pelosa, femmena uljosa

 Donna pelosa, donna vogliosa

Nè femmene, nè tele ze guardane a lume de cannele

Le donne, si guardano a lume di candela

La cumedetà fa la femmena puttana

 Le comodità rendono la donna puttana

Casa de mugliera, casa de galera

Casa dove comanda la moglie è come la prigione

Tanta tiempe pozza campà la socera meja, quanne dura la neve marzaiola

Che mia suocera possa vivere quanto la neve di marzo

Che mia suocera possa vivere quanto la neve di marzo

Che mia nuora possa vivere quanto impiega la posta a cuocere

 

A cura di Giampiero Castellotti - Associazione "Forche Caudine", Roma