COMUNICAZIONE MOLISANI

(Una newsletter per i Molisani all'estero o in Italia)

   

      

MOLISE E MOLISANI

Franco Nicola: Ritornate alla vostre origini

Michael Santhers: Molise terra maledetta, poesia

 

Oggi Il Molise

   Franco Nicola : Società e cultura, notizie 

 

RIVISITIAMO IL PASSATO

Adam Vaccaro : Microcosmi e globalizzazioni....

 

ABRUZZO E ABRUZZESI 

 Antonio Bini: La battaglia di Pizzoferrato

 

Oggi L'Abruzzo

 Franco Nicola : Società e Cultura, notizie

 

L'ANGOLO DELL' EMIGRATO

Matteo SanFilippo : Gli Emigrati Italiani in Brasile (n/ro 7) 

Franco Nicola: I nostri nel mondo

 

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''Torniamo con l'Abruzzo''



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RIVISITIAMO IL PASSATO

 

 

Adam Vaccaro : Microcosmi e globalizzazioni....(03)

 


III – BONEFRO : Dalla protostoria al periodo romano


Per lo sviluppo delle riflessioni che seguono, trarremo ampie sollecitazioni dalle tracce e dai qualificati contributi forniti dal libro “Binifero, una storia millenaria” (edito in proprio, Milano 1999, in seguito BM), di Michele Colabella, studioso locale che ha dedicato diversi testi alle fasi storiche succedutesi nell’area bonefrana, prima e dopo la fondazione del paese. Pur con qualche riserva sulla sua struttura3, il testo è notevole per l’insieme di elementi, notizie e deduzioni, riguardanti il lungo arco di una storia minima di quasi tremila anni4. Nei primi tre capitoli del libro troviamo, fra l’altro, preziosi documenti originali: un diploma di donazione del 1049, che consente di collocare, per la prima volta e con una certa precisione, ad almeno mille anni fa l’incastellamento (e con esso la nascita del paese) da parte dei Longobardi; un Capitolato e due transazioni relativi ai secoli XVII e XVIII (Cap. II), più tutta la documentazione (Cap. III) dedicata al periodo (XVIII sec.) sotto il segno del vescovo di Larino Giovanni Tria.
A cominciare dal periodo relativo ai primi insediamenti (X-VIII sec. a.C.), il volume offre una catalogazione completa dei contributi finora dati alla ricomposizione di uno scenario così nebuloso e lontano. Il territorio relativo all’agro bonefrano è collocato all’interno del triangolo costituito dai torrenti Cigno e Tona (che formano una sorta di vertice verso nord-ovest) e dal fiume Fortore (che forma una base inclinata da sud-ovest a nord-est). In corrispondenza del vertice nord-ovest si trovava, nell’epoca romana, Gereonium (Gerione, di cui ora ci sono solo resti); e poco oltre si collocava Larinum (l’attuale Larino). Tutta l’area era poi attraversata dal tratturo Celano-Foggia e, sempre in epoca romana, da una strada detta Larinense, di cui si sono perse le tracce.
Tracce invece dei primi insediamenti umani nell’area risalgono fino al X secolo a.C.; e le stesse tracce indicano una indubbia prevalenza etnico-culturale sannitica. Le deduzioni sono derivate, ad esempio, da una prevalenza di statuine del culto di Ercole, tipico dei Sanniti, rispetto a statuine di Athena, riconducibile all’iconografia di culto dei Dauni; da caratteri inscrittorii in lingua osca (sannita) su lapidi, tavole (vedi quella di Agnone) (MB, p.30), strumenti e monete. Ma “la prova decisiva”(MB, p.23) più determinante è stata la pratica del rituale funerario, con camere tombali che prevedevano la postura distesa del cadavere, e non accucciata come era presso i Dauni – come sempre è il rapporto con la morte che rivela di più la vita e l’identità di chi la incarna. Il rilevamento di queste tracce archeologiche, relative non solo alla ristretta area indicata, ma a tutta la provincia di Campobasso e all’intero Molise, è dovuto come si accennava a parecchi studiosi. I quali hanno rinvenuto e catalogato oggetti risalenti fino alle età del ferro e del bronzo, e testimonianti il lungo processo di acquisizione di una stabile padronanza del territorio.


Seguendo allora anche noi tali tracce, possiamo dire che il processo di insediamento avvenne per opera di gruppi di Sanniti, i quali hanno continuato a espandere il proprio territorio fino all’incontro-scontro con il movimento espansivo dei Romani. Con questi ultimi lo scontro era ineluttabile: due culture e due concezioni dell’organizzazione sociale, amministrativa e militare. Da un lato i Romani, con una guida centralizzata e imperiale del movimento espansivo e della struttura statale; dall’altro i Sanniti, che affidavano la propria espansione a un movimento migratorio spontaneo, non governato da un centro, ma da ogni gruppo sulla base delle elementari sollecitazioni dettate dalla capacità di sostentamento del territorio già occupato. Il mezzo era il rito arcaico del ver sacrum o “primavera sacra”, con cui alcuni componenti di una comunità venivano spinti “a cercare nuove sedi sotto la guida di un animale sacro”(BM, p.23): ne derivava, nel bene e nel male, un movimento non coordinato, di tipo anarchico, con forme di autogoverno dei vari gruppi, raccordati agli altri in una sorta di primordiale rapporto federativo.
È stata questa modalità irradiante a creare presumibilmente nel tempo – da una partenza unica comunemente attribuita all’area umbro-sabina e nord-picena – ben cinque gruppi di Sanniti: Caudini, Irpini, Pentri, Carricini e Frentani6. Tuttavia, riguardo ai Frentani si sono manifestate, tra gli studiosi, diversità di opinioni. Già tra Plinio e Strabone sono rilevabili discordanze, con il primo che tende a escludere e il secondo che invece  ne riconosce, l’appartenenza ai Sanniti. Sopra abbiamo parlato di indubbia prevalenza di reperti attestanti alfabeto, culti e riti, comuni a tutti i Sanniti. Qual è stata allora la causa delle incertezze, antiche e recenti, relative ai Frentani? Il fatto è che, prima di tutto, lungo il versante adriatico il territorio frentano raggiungeva la linea estrema della frontiera verso sud dell’area sannitica. Poi, dopo le tre lunghe guerre con i Romani (durate ben 57 anni, dal 347 al 290 a.C.), le cose si sono ulteriormente complicate.

 

I Frentani furono i primi a essere sconfitti (nel 319 a.C.), e a chiedere (nel 304 a.C.) la pace separata con un patto di fedeltà e alleanza – foedus – con Roma (MB, p.24). Come può essere letto questo fatto, come segno di diversità dei Frentani rispetto agli altri gruppi sanniti?, o come successo della strategia militare romana, applicata all’anello più debole della catena avversaria?, come senso prammatico comune a tutti i gruppi sanniti, o come segno specifico di inaffidabilità e minore coesione dei Frentani rispetto agli altri gruppi? Gli storici migliori sanno che il loro sapere resiste a ogni tentativo di collocarlo tra le scienze esatte, come esso proceda in una progressione senza fine, capace sì di scartare per sempre alcune ipotesi, mai però riuscendo (per fortuna) a eliminare la ricchezza della sua problematicità priva di risposte definitive. Ma, riguardo ai Frentani, i riscontri di lungo periodo tendono a smentire (come vedremo) le ipotesi di una loro prammaticità levantina o di un opportunismo svincolato dall’origine sannita.


Ad ogni modo, dopo il patto di pace e alleanza con Roma, Larinum si ebbe in cambio, con (in)volontaria perfida ironia, lo status di civitas foederata (MB, p.32). Cioè: il sostanziale precedente rapporto federativo tra i gruppi sanniti venne formalmente mantenuto, persino apparentemente rafforzato –quasi come le promesse di carta, proprio sul federalismo, fatte da certi politici di oggi. In realtà si trattò di un  federalismo (solo) nominale per i Sanniti, relativo o di una qualche sostanza per i latifondisti romani, che nel frattempo erano diventati i padroni dell’agro larinense. Così Roma non ebbe problemi a dare lo status di Municipium, con anfiteatro e tutto il resto, al nuovo Centro della Bassa Frentania; tutta l’autonomia di quest’ultimo era quella di un pianetino messo a orbitare nell’economia della Daunia Apula, basata sulla pastorizia, e secondo una ripartizione globalizzata più confacente agli interessi dei Romani. Nessuna meraviglia se poi gli storici facessero fatica a vedere ancora Larinum come dei Frentani, e la vedessero invece più facilmente come città dell’Apulia.Gli stessi fatti possono essere letti in modo del tutto opposto. Ad esempio, i Romani fecero di tutto per far perdere l’identità al popolo insistente sull’area in cui poi nacque Bonefro; si potrebbe anche dire – con  un’enfasi intinta in un veleno preconcetto – che fecero di tutto per imbastardirlo. Ma si potrebbe anche dire che li fecero uscire dalla protostoria e dall’animalità, per internazionalizzarli e renderli moderni; ”internazionalità, comprovata dall’uso di tre alfabeti, l’osco, il greco eil latino” e “strettamente correlata all’indipendenza politica”, come sottolinea Adriano La Regina (MB, p.34),  favorendo scambi e incroci con altre etnie e culture, che poi – rappresentate dalla Daunia Apula – erano lì a due passi.


Del resto, c’era quella sorta di autostrada del sole, quale era allora il tratturo Celano-Foggia, un’arteria di intensi scambi di oggetti. Ma questi non sempre vengono traslati insieme alle culture: quanti oggetti dell’artigianato africano (o filippino, cinese, mediorentale, giapponese) sono nelle case europee, solo per esotismo e nient’altro. Per cui ci andrei cauto ad accettare l’affermazione di Elena Antonacci Sanpaolo, la quale rovescia la tesi precedente fino a sostenere che “attraverso il tratturo si deve essere realizzata la sannitizzazione di Tiati – osco di Teanum Apulum (MB, p.33). Io credo che non si possa parlare né di sannitizzazione dell’Apulia, né di daunizzazione, neppure limitata all’area larinense, della Frentania. Certo, con gli scambi ci furono reciproche influenze, ma penso siano state parziali e a macchie di leopardo. Lo stesso Cesare, nel Bellum civile dicendo: “per fines Marrucinorum, Frentanorum, Larinatum in Apulia pervenit” (MB, p.34) (attraverso i confini Marrucini, Frentani e Larinensi giunsi in Apulia) distingueva ancora, almeno in senso geografico, Larino dall’Apulia. Mi pare perciò lucida la notazione di Gianfranco De Benedettis, che fa derivare dal patto di pace e alleanza del 304 a.C. lo “spostamento dell’asse economico e culturale di Larinum verso il sud”(MB, p.34); col che si sviluppò una tale “comunanza di interessi” che fece sempre più diventare Larino città dei Dauni, come annota Stefano Bizantino nel VI secolo d.C. (MB, p.32).   Ma è questa una tesi da assumere come completamente vera e definitiva?


I Romani avevano capito, pur vincendo, la pericolosità dei Sanniti. Questi erano stati sopraffatti da una macchina da guerra e da una cultura più avanzate ed efficienti, ma avevano dimostrato una incredibile resistenza, non solo militare, al loro assorbimento nella cultura e nel modello statuale romano. I Sanniti erano come un tessuto a larghe maglie con buchi e concentrazioni di nuclei, relativamente coordinati e organizzati tra loro. Dov’era dunque la fonte di una resistenza così pervicace? Credo stesse nell’esperienza quotidiana di una vita abbastanza povera di mezzi, ma ricca di autonomia; la prospettiva con i Romani era invece l’indubbio asservimento a un potere estraneo. Queste ed altre considerazioni mi spingono a sintetizzare l’anima e la cultura sannite nell’ossimoro di un’arcaica modernità, espressa in forme (vedi reperti di statuette di culto, di vasellame d’uso o ornamentale, o certe modalità inscrittorie) di raffinato barbarismo.
Il modello romano alla fine ebbe comunque la meglio, dimostrando di essere in ogni caso più efficace e superiore nella sua logica imperiale di divisione e distruzione. Applicando tale logica, nel corso dei due secoli successivi alle tre guerre, il territorio sannita (con le sue genti) venne saccheggiato, confiscato, diviso, comprato e anche reinventato (quanto alla sua utilizzazione) dai Romani; i quali con la brutalità e l’acume economico-politico del loro modello non stettero a guardare etnie e precedenti colture o destinazioni territoriali. Guardarono alle esigenze della loro globalizzazione – la quale implica sempre una forma di impero. Perciò di cinque aree sannitiche ne fecero tre, dividendo chi voleva stare unito e unendo chi voleva restare separato: delle colture agricole fecero pascoli, rispetto ai quali i latifondisti e coloni romani (che nel frattempo si erano appropriati dei terreni) ne guadagnavano in facilità di gestione, raccordo con i territori della Daunia settentrionale, e più affari con la capitale – che chiedeva montagne di filati, sia per le inesauribili esigenze dell’esercito che per le raffinate vesti del lusso patrizio…insomma un bel mercato, che raccordava dominio e soldi.

 

Entro tale quadro Larinum fu scelto e sviluppato dai Romani come bastione e centro di diffusione della propria cultura, intesa non in senso libresco, ma come complesso di modalità d’essere e di rapportarsi tra i soggetti di una comunità, comprensivo quindi delle relazioni di carattere economico. Lo status di autonomia del comprensorio larinense non fu certo istituito per magnanimità o per una improvvisa conversione romana alla cultura di un’organizzazione federale. Si potrebbe dire che l’obbiettivo dei Romani era…diviso in due. Verso l’area larinense, era quello di un suo assorbimento nella cultura e nell’economia romanizzate del sud e della Daunia Apula; mentre, rispetto al nord sannita, consisteva in un’irradiazione di inviti a seguire un esempio foriero di vantaggi e privilegi. Tuttavia i Sanniti potevano essere rozzi, ma non fessi.
Gli alleati di Roma (i cosiddetti socii) erano sempre subordinati e tenuti in un limbo di seconda linea: in una perenne lista in attesa di diventare cittadini romani, con pienezza cioè di diritti e di possibilità di partecipare allo stesso grado di distribuzione della ricchezza sociale. La corda tesa per quasi trecento anni (dopo le prime tre guerre dal 347 al 290 a.C.) alla fine si spezzò, provocando una vasta insurrezione che coinvolse tutta l’area centromeridionale e vide (dall’89 al 91 a.C.) combattere di nuovo assieme tutti i gruppi Sanniti, compresi i Frentani! Nel corso di tali scontri la rilevanza municipale e l’internazionalità di Larinum non commosse né esaltò troppo: la città venne devastata come segno di un potere estraneo, mentre i Romani presenti nelle zone coinvolte, come rappresentanti di quel potere, furono oggetto di violenze e massacri.
Roma reagì a sua volta con ferocia, con stermini di massa e vere e proprie pulizie etniche da parte di Silla, che secondo Strabone decretava: “ per i Romani non ci sarà pace né sicurezza, finché i Sanniti saranno una comunità”. E l’imperatore Augusto, tra il 9 e il 14 d.C., si mosse secondo tale principio informatore, dividendo e rimescolando in tre regiones le comunità sannitiche, facendo in modo che il Samnium come entità geografica e sociale non dovesse “più esistere” – V. A. Sirago (MB, p.46). Di Adam Vaccaro : Microcosmi e globalizzazioni
  

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MOLISE E MOLISANI

 

 

 

                                                                

MOLISE, TERRA MALEDETTA

 

Oh! Molise

terra maledetta

cenerentola

tu sai che il principe

non troverà mai

la tua scarpetta

e ti sveni per una bomboniera

al gatto sazio

e una trappola d'oro al topo

 

Terra di lingue biforcute

raffreddate nei ruscelli

un tempo gonfi al mendicante

piscio d'asini

or di veleni d'uomini

convertiti a serpenti

 

michael.santhers@virgilio.it

                                                                 

striscianti all'ambito trono

degli allocchi

sazi alla miseria

prestano al male gli occhi.

 

Molise

dado smussato

dai lanci del potere occulto

di nefasti governanti

nel ruzzolare mostrerai

ogni faccia con lo stesso numero

per il baro dello zero in condotta

sotto il rimprovero dei carcerieri padri 

per l'osar alla fortuna

dimentichi dell'orgasmo

di un voto che per l'attimo

vi considero' alla luce

anche se scarsamente......umani

 

Michael Santhers, in Vetriolo,Vitale Edizioni

 

 

 

Oggi Il Molise

 
SOCIETÀ

 

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ABRUZZO E ABRUZZESI 

 


Sui luoghi della battaglia di Pizzoferrato

Scheda a cura di Antonio Bini, curatore dell’edizione italiana del libro Wigforce Story.

.....''Il Maggiore Lionel Wigram e la WIGFORCE: Wigforce era l’iniziale denominazione attribuita dalle truppe alleate alla formazione comandata dal maggiore inglese, che amava l’Italia e aveva imparato la nostra lingua e che si era adoperato perché fossero accolti nella propria compagnia i patrioti della Maiella, di cui aveva compreso le sofferenze e al tempo stesso il valore. La storia della Banda “Patrioti della Maiella” (in seguito Brigata Maiella) ha origini nel dicembre 1943 nell’area della Maiella più colpita dalla ferocia tedesca, quella dell’Aventino, sul fronte della Linea Gustav: la c.d. “terra di nessuno”, con numerosi paesi evacuati e fatti saltare in aria. Wigram fu il primo a fare proprie le istanze dei patrioti sostenute dall’avv.to antifascista Ettore Troilo, superando la diffidenza del comando alleato, che aveva liberato Casoli il 5 dicembre 1943.   I partigiani combatterono a fianco dell’VIII° Armata indossando divise inglesi, ma senza stellette. Una scelta mantenuta anche dopo la ricostituzione dell’esercito italiano. Una curiosità: quando Sulmona fu liberata, i sulmonesi prepararono una festosa accoglienza con manifesti di saluto in inglese, pensando che arrivassero gli alleati. Scoprirono poi con sorpresa che la prima formazione ad entrare nella Sulmona liberata altri non erano che i patrioti della Maiella......

L’eroico maggiore Wigram sarà colpito a morte il 3 febbraio 1944 a Pizzoferrato. L’evento non fermò l’inarrestabile processo di aggregazione dei patrioti (due erano i giovani di Pizzoferrato: Amelio De Iulis e Giuseppe Di Cesare), che - aggregati all’VIII° Armata – contribuirono alla liberazione dell’Abruzzo e dell’Italia. La sua storia è stata raccontata da un suo amico il maggiore Denis Forman, che fu in quel periodo comandante del presidio di Casoli, con un libro dal titolo “To reason why”, che ha avuto tre edizioni in Inghilterra. Nelle scorse settimane, il libro ha visto finalmente l’edizione italiana, autorizzata dal novantacinquenne sir Denis, che ha suggerito il titolo “WIGFORCE STORY” (ed. D’Abruzzo-Menabò, 2012).

Nella notte tra il 2 e il 3 febbraio 1944 la Wigforce – attaccò il presidio tedesco di Pizzoferrato, posto nelle ultime case sullo sperone che sovrasta il paese, raggiungendo l’altezza di 1251 m. I durissimi scontri videro inizialmente soccombere gli uomini della Wehrmacht, tanto che fu manifestata l’intenzione di arrendersi. Ma un colpo raggiunse mortalmente il Maggiore. Il comando delle operazioni fu assunto dal tenente Exell, che poco dopo rimase gravemente ferito. L’esito del confronto cambiò. Diversi inglesi e patrioti cercarono riparo asserragliandosi nella chiesetta del Madonna del Girone, che si trova sulla sommità della rocca –in cima alle tre case occupate dai tedeschi, come da mappa. Seguì l’irruzione tedesca nella chiesa non risparmiò quasi nessuno di quanti erano riparati dietro l’altare sotto il crocifisso, ai cui lati sono ancora visibili i colpi. Tra questi fu ferito a morte il tenente Exell, che fatto prigioniero, morirà qualche giorno dopo. Cinque furono gli inglesi a perdere la vita. I tedeschi subirono pesanti perdite e lasciarono Pizzoferrato il giorno successivo. Almeno 20 uomini caddero. Dieci volontari della Maiella rimasero uccisi. Tra questi Giosia Di Luzio, padre di sette figli. Altri 3, fatti prigionieri, furono trucidati nei giorni successivi dagli uomini della Wehrmacht. Questi i loro nomi, con l’indicazione dei paesi di provenienza ed età:   Mauro Piccoli (22 anni), Giuseppe Fantini, (18), Giosia Di Luzio (44) di Torricella Peligna, Nicola Di Renzo (24), Lorenzo D’Angelo (20) e Luigi Di Francesco (22) di Pennadomo, Gaetano Di Gregorio (20) di Gessopalena, Angelo Rossi (21) di Colledimacine, Alberto Pavia, (21) di Villa S.Maria, Mario Silvestri (22) di Pacentro. L’elenco va integrato con i nominativi di Alfonso Piccone (21) di Torricella Peligna, Domenico Madonna (22) di Lama dei Peligni e Nicola De Rosa (27) di Casoli.........''

NOTA: Wigram riposa ora a Pizzoferrato, accanto ai miei prodi volontari, caduti in quella dura battaglia. Accomunati nello stesso destino. Essi saranno ricordati e onorati come si ricordano e si onorano i più fulgidi Eroi di questa santa crociata antitedesca. ll Maggiore Wigram è stato poi sepolto presso il cimitero di guerra Moro River di Ortona, mentre i resti mortali dei partigiani sono ritornati nei paesi di provenienza.Scheda a cura di Antonio Bini, curatore dell’edizione italiana del libro Wigforce Story. Di Antonio Bini,del libro Wigforce Story. 

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Nasce a Gissi l'ospedale di comunità Gissi. Un modello di assistenza inedito, che assume una dimensione ibrida mettendo insieme caratteristiche differenti. Nasce con queste caratteristiche l’ospedale di comunità, la nuova formula adottata dalla Asl Lanciano Vasto Chieti che sceglie Gissi per ripartire dal territorio con una proposta assistenziale mai sperimentata prima in provincia di Chieti e destinata a pazienti affetti da patologie croniche...
L'Aquila, la Provincia manda gli anziani alle terme  L’Aquila. Anche il 2012 sarà l’anno dei soggiorni termali che l’amministrazione Provinciale metterà a disposizione delle donne over 60 e degli uomini over 65. Con delibera n.69, infatti, la Giunta provinciale ha approvato la spesa per i soggiorni che porteranno gli anziani della Provincia dell’Aquila a Riccione, Chianciano Terme e Montecatini Terme, previsti per il prossimo settembre...
Abruzzo: domani Chiodi a Penne per i nuovi maestri sarti
Domani il presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, partecipera', nella sede della fondazione ForModa di Penne, alla cerimonia di consegna degli attestati di qualifica professionale agli studenti del corso ''Operatore ...
Abruzzo/Enti locali: Masci, Comuni verso gestione associata funzioni
 Da qualche settimana e' partita l'indagine conoscitiva delle forme associative di funzioni e servizi comunali promossa della Regione Abruzzo, con il supporto di Formez Pa. L'indagine riguarda tutti i 305 comuni abruzzesi...
 Chiodi: "L'Abruzzo ha anticipato la spending review e nel 2013 ...
 L'Abruzzo e' un esempio su scala nazionale per aver adottato, in anticipo di tre anni, la spending review rispetto al governo Monti: una regione...

Francavilla, dal 6 al 12 agosto 'Mostra d'arte di solidarietà'

 Francavilla al Mare. Il Caffè Letterario di Francavilla al Mare presenta la seconda edizione della Mostra d'arte di solidarietà che si terrà presso la sala dei Marmi del Palazzo Sirena, dal 6 al 12 agosto 2012, con inaugurazione 6 Agosto ore 19...
Cuore dei Parchi, la prima associazione turistica del Centro Abruzzo
Stefania Tollis - coordinatrice del progetto - ha sottolineato nella ricca, particolareggiata ed esaustiva presentazione in slides - l'importanza e la ricchezza della nostra regione Abruzzo, piena di paesi e borghi medievali, ricca di prodotti eno-gastronomici, ...
Province, addio a Pescara e Teramo Salve L'Aquila e Chieti
Lo stesso decreto dice che il territorio dovrà esprimersi attraverso i Consigli delle autonomie locali, un organismo che in Abruzzo si insedierà solo nel mese di settembre. Dobbiamo cogliere l'occasione - continua Masci - per costruire un Abruzzo in linea con ...
Francavilla, al via il 63° Premio Michetti  Francavilla al Mare. Si aprirà domani, con la mostra "Popism. L’arte in Italia dalla teoria dei mass media ai social network", al Museo Michetti di Francavilla al Mare, la 63esima edizione del Premio Michetti, curato dala Luca Beatrice e presentato questa mattina dall'assessore comunale alla Cultura Pina Rosato....
Nasce a Gissi l'ospedale di comunità Gissi. Un modello di assistenza inedito, che assume una dimensione ibrida mettendo insieme caratteristiche differenti. Nasce con queste caratteristiche l’ospedale di comunità, la nuova formula adottata dalla Asl Lanciano Vasto Chieti che sceglie Gissi per ripartire dal territorio con una proposta assistenziale mai sperimentata prima in provincia di Chieti e destinata a pazienti affetti da patologie croniche...
L'Aquila, la Provincia manda gli anziani alle terme  L’Aquila. Anche il 2012 sarà l’anno dei soggiorni termali che l’amministrazione Provinciale metterà a disposizione delle donne over 60 e degli uomini over 65. Con delibera n.69, infatti, la Giunta provinciale ha approvato la spesa per i soggiorni che porteranno gli anziani della Provincia dell’Aquila a Riccione, Chianciano Terme e Montecatini Terme, previsti per il prossimo settembre...
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CULTURA

 

Mondo d'Autore: quattro appuntamenti a Sant'Omero dedicati all'abruzzesistica   Sant’Omero. Mondo d’Autore si occupa di abruzzesistica. Dopo il successo di pubblico e di critica della 2^ edizione con “Morire di Pace”, rassegna che si è svolta tra marzo e maggio vedendo, tra gli altri, la presenza di importanti ospiti quali Cecilia Strada, Lucia Goracci ed Erri De Luca, è ora la volta della “Sezione di abruzzesistica – Giuseppe Di Domenicantonio”....

 Un “Mondo d'Autore” sulle tradizioni abruzzesi per la Biblioteca Delfico
... a Giuseppe Di Domenicantonio questa rassegna culturale che rinnova a S. Omero l'incontro di tanti cittadini con autori e libri è parso doveroso omaggio ad uno studioso serio e fecondo della storia materiale della sua Val Vibrata e dell'Abruzzo intero...

Il canto delle pietre de L'Aquila Fabrizio Gifuni. L'AQUILA – Raccontare un Abruzzo magico e nascosto è stato sin dall'inizio il programma del Festival di Musica “Pietre che cantano”, che ha fatto riscoprire ad un vasto pubblico le gemme preziose dell'arte abruzzese con i suoi concerti ambientati...

Abruzzo forte e contemporaneo  Qui ha inizio la scoperta del progetto "Cultura Contemporanea nei Borghi", una manifestazione multidisciplinare che oltre a presentare tre mostre di grande qualità offrirà per tutta l'estate un programma ricchissimo di appuntamenti con il cinema, la letteratura, ...

Mondo d'Autore: quattro appuntamenti a Sant'Omero dedicati all'abruzzesistica   Sant’Omero. Mondo d’Autore si occupa di abruzzesistica. Dopo il successo di pubblico e di critica della 2^ edizione con “Morire di Pace”, rassegna che si è svolta tra marzo e maggio vedendo, tra gli altri, la presenza di importanti ospiti quali Cecilia Strada, Lucia Goracci ed Erri De Luca, è ora la volta della “Sezione di abruzzesistica – Giuseppe Di Domenicantonio”....

 Un “Mondo d'Autore” sulle tradizioni abruzzesi per la Biblioteca Delfico
... a Giuseppe Di Domenicantonio questa rassegna culturale che rinnova a S. Omero l'incontro di tanti cittadini con autori e libri è parso doveroso omaggio ad uno studioso serio e fecondo della storia materiale della sua Val Vibrata e dell'Abruzzo intero...

Il canto delle pietre de L'Aquila Fabrizio Gifuni. L'AQUILA – Raccontare un Abruzzo magico e nascosto è stato sin dall'inizio il programma del Festival di Musica “Pietre che cantano”, che ha fatto riscoprire ad un vasto pubblico le gemme preziose dell'arte abruzzese con i suoi concerti ambientati...

Abruzzo forte e contemporaneo  Qui ha inizio la scoperta del progetto "Cultura Contemporanea nei Borghi", una manifestazione multidisciplinare che oltre a presentare tre mostre di grande qualità offrirà per tutta l'estate un programma ricchissimo di appuntamenti con il cinema, la letteratura, ...

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''Torniamo con l'Abruzzo''

 
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L'ANGOLO DELL' EMIGRATO 

 


La nuova emigrazione degli anni cinquanta e sessanta nel Brasile

di Matteo Sanfilippo , dal sito web ASEI

Nel secondo dopoguerra l’emigrazione italiana verso il Brasile registra nuovamente un consistente saldo positivo. Nel 1946 l’emigrazione è appena pari a 603 unità (contro 97 rimpatri), ma già l’anno successivo varca le 4.000 (contro 1.142 rimpatri) e nel 1951 le 9.000 (contro poco più di 2.000 rimpatri). Nel frattempo è risolto il contenzioso tra Italia e Brasile sui beni sequestrati a cittadini italiani durante la guerra e nell’accordo ratificato a Rio de Janeiro l’8 settembre 1949 è prevista la costituzione di una compagnia di colonizzazione e immigrazione mista, finanziata dall’Italia utilizzando anche i capitali appena sbloccati in Brasile. Nel 1952-1954 partono dalla Penisola rispettivamente 17.026, 14.328 e 12.949 emigranti, mentre sommando i dati dei tre anni i rimpatri non superano complessivamente le 10.000 unità. Il movimento delle partenze inizia a scendere dal 1955 (8.523 emigranti contro 2.592 rientri), ma si mantiene sopra le 1.000 unità sino al 1962, quando, però, i rientri sono 1.477. Nel corso dei restanti anni sessanta il saldo migratorio è sempre negativo e le partenze dall’Italia sono inferiori al migliaio. Questa cifra è nuovamente superata soltanto alla metà degli anni settanta, quando il saldo migratorio torna brevemente attivo.


Nel secondo dopoguerra il Brasile è il terzo polo d’attrazione latino-americano, preceduto da Argentina e Venezuela, per gli emigrati italiani. Tuttavia la comunità italo-brasiliana non riesce a rimpinguare realmente i propri effettivi. Dal censimento del 1950 risultano 44.678 italiani naturalizzati e 197.659 immigrati con il passaporto italiano. I tre quarti di questa presenza sono concentrati nello stato di San Paolo, il restante quarto si divide tra distretto federale, Rio Grande do Sul, Minas Gerais e Paraná. Dieci anni dopo la percentuale è più o meno la stessa, anche se l’età della popolazione di origine italiana è lievemente diminuita, pur restando comunque preponderanti gli ultra-cinquantenni.
Di fatto la nuova ondata immigratoria non ottiene grandi risultati, anche perché fallisce il tentativo di riavviare la colonizzazione agricola. La disorganizzazione dello stato brasiliana e la durezza delle condizioni di vita nelle fazendas o sulla frontiera impediscono infatti di portare a buon fine qualsiasi sforzo. Gli unici flussi immigratori che quindi funzionano sono quelli legati ai settori industriali e commerciali e al ricongiungimento dei nuclei familiari. L’esperienza migratoria è comunque assai meno lucrativa che nel passato e le fughe verso l’Italia sono numerose.

In questo fallimento, che non esclude ovviamente casi di riuscita individuale, giocano anche le divisioni all’interno della comunità. Ai contrasti ormai incancreniti tra antifascisti e fascisti (questi sono tra l’altro rafforzati dai molti che hanno abbandonato l’Italia non appena finita la guerra per evitare ritorsioni e hanno cercato una nuova patria nell’America Latina) si aggiungono quelli fra i nuovi e i vecchi emigrati. I primi non credono nei valori dei secondi e soprattutto sono emigrati per fare fortuna rapidamente, non hanno quindi intenzione di cedere a ricatti occupazionali e vogliono strappare subito le migliori condizioni possibili di lavoro. Inoltre non aderiscono alle associazioni dei vecchi, considerate avanzi di un’epoca ormai scomparsa, soprattutto quelle a carattere più campanilistico. In cambio le vecchie associazioni assistenziali non si preoccupano di chi è appena arrivato e in molti casi si rifiutano persino di soccorrerlo. Gli unici momenti di coesione tra vecchi e nuovi, ma non senza contrasti, sono legati ad iniziative umanitarie a favore dell’Italia, come la raccolta di fondi per le vittime dell’alluvione nel Polesine.


D’altra parte l’inserimento nel Brasile dei nuovi arrivati è osteggiato non soltanto dalle difficoltà economiche, ché in fondo il paese, anche nei suoi momenti peggiori, è comunque considerato di grandi potenzialità e quindi gli immigrati non si spaventano per le ricorrenti crisi, ma anche e soprattutto da quello politico. Nel 1950 Vargas è rieletto presidente e lancia una serie di piani di sviluppo, che, però, non decollano. Quattro anni dopo si suicida, aprendo un nuovo periodo di grande confusione. Nell’agosto del 1961, per esempio, Janio Quadros, eletto neanche un anno prima, si dimette, dichiarando che le forze della reazione gli impediscono di intervenire in qualsiasi decisione importante. Nel 1964 infine le forze armate depongono il presidente João Goulart (già vice di Quadros), accusandolo di simpatizzare con i comunisti, e aprono una vera e propria fase dittatoriale.
I rivolgimenti politici brasiliani e il tipo di brutale sviluppo, imposto al paese dalle multinazionali a capitale americano ed europeo o da un ceto capitalistico di scarsissima sensibilità sociale, hanno certamente influenzato la natura dell’immigrazione italiana. Negli anni sessanta non arrivano più contadini alla ricerca di terra, ma artigiani e operai specializzati che vogliono far fortuna nel giro di pochi anni e rientrare al proprio paese. Nel decennio successivo l’immigrazione è ancora più qualificata e a breve termine, poiché è direttamente collegata ai contratti firmati dalle imprese italiane, che operano in Brasile.
La comunità italiana vera e propria va quindi verso all’estinzione: già nel censimento del 1980 gli italiani in Brasile risultano soltanto 108.790, di contro, però, a una popolazione di origine italiana (lontana o vicina) che potrebbe raggiungere i 7-8 milioni. Nel caso di questi ultimi i valori e le tradizioni italiane non sono state dimenticate, ma sono fortemente influenzate dalle esperienze americane e hanno dato vita a una cultura etnica ormai lontana dall’antica madrepatria, anche se non l’ha scordata. di Matteo Sanfilippo , dal sito web ASEI

                                                                                                                                                                                          

I NOSTRI NEL MONDO 

 

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La probabilita' di migrare per studio e' piu' elevata per i giovani provenienti da famiglie con elevato reddito e con genitori ...

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