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RIVISITIAMO IL PASSATO
 
 

                                                                                                                                               


Da leggere su questa pagina questa settimana
 

Nicola Franco: Bentornati alla Casa d'Italia di Montréal

Michael Santhers:                            Settembre, poesia

Gianni Spallone:                             Idendità e stereotipi

Nicola Picchione:                                    L'Emigrazione

 Nicola Franco: Storia deg l'immigrati italiani a Montréal

Notizie:                       Notizie dal Molise e dei Molisani

Notizie:                          Notizie dall'Italie e degl'Italiani



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BENTORNATI ALLA CASA D’ITALIA  DI MONTRÉAL !

 

‘’L’uomo che conosce la propria personalità e conosce bene le sue origini,

non ha bisogno d’altro per vivere su questa terra’’. (Giorgio Todde).

 

Poco tempo fà incontrai un appassionato personaggio con larghe vedute sull’importanza della cultura  per la comunità.  Un giorno chiesi a Pasquale Lino Iacobacci di rifarmi un pò la storia della Casa d’Italia.  La risposta fù magnanima,  poichè, con quaranta minuti  di videocamera, è riuscito a presentare alla comunità  un sommario  brillante sul passato  dei pionieri che scrissero le pagine della nostra storia a Montreal. 

 

Da questo incontro sono stillate altre idee, tra cui quella che vi sottometto.

Tra poche settimane le media v’inviteranno a varcare il soglio della nuova Casa d’Italia per ammirarne la sua magnificenza.  Nessuno di voi resisterà all’invito della Vostra Casa.  Ma l’invito non vuole essere solo per questo evento eccezionale, l’invito si vuole un invito duraturo.  Perciò, in stretta collaborazione col Direttore della Casa d’Italia durante i prossimi mesi  rievocherò  in questa rubrica alcuni momenti del passato di questo nostro simbolo storico. 

 

Vi parlerò  di coloro che fondarono la Casa d’Italia e con sacrifici di  tempo e denaro realizzarono il progetto.  Vi parlerò della generosità di umili lavoratori  e di quella delle autorità locali. Vi farò conoscere coloro che  guidarono la Casa con visione e rigore, attingendo gli obiettivi corrispondenti ai bisogni della nostra colonia.   Mi attarderò su alcuni fatti umilianti degli anni quaranta che afflissero  i nostri e sopratutto  le persone schierate  in prima linea.

 

Vi ricorderò le moltissime attività sociali e culturali della Casa : ufficio d’assistenza, eventi culturali, ritrovo d'associazioni, serate di ballo e banchetti annuali.  Che bei ricordi per molti di voi !   Sì, la Casa rinasce per voi e per i vostri giovani i quali  avranno l’opportunità di scoprirvi le traccia del passato e l’ispirazione per vivere il presente e inventare il futuro . Come sapete il  75esimo anniversario della Casa è alle porte, io mi auguro che ognuno di voi partecipi con generosità alle realizzazioni  e dia libero sfogo alla creatività per il benessere comune.  Nicola Franco

 

                                                                                                          



 SETTEMBRE

Foglie mosse
da respiri atterriti
mani d’addio
 
Nell’aria
pace attesa a sorprese
 
Valigie invisibili
d’animali verso dogane di spari
 
Rughe bruciate
ora svettano su pallori
pronti a vergogne

 

 

                                                                                                                    

 

Settembre
stazione del tempo
da resettare ai ricordi
 
Nuvole a pecorelle
gregge del volere Divino
sconfineranno
daranno in pegno agnelli
ad altari al carbonio
 
Frutti maturi
ostie di sole
alle bocche
a sedare sproloqui

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Da:Destini E Presagi
http://www.santhers.com

 

IDENDITÀ E STEREOTIPI MOLISANI

Un testo di Gianni Spallone

Negli ultimi anni le edizioni di il bene comune  hanno stimolato e raccolto la qui presente serie di contributi d’analisi relazionati con l’immagine molisana, raccordando un dibattito che, dal mio personale fallibile osservatorio, ho appena tratteggiato a grandi linee assumendo prospettive parziali in Identità e stereotipi. In realtà – come è sin troppo facile intuire – il volume collettaneo seguito all’inchiesta ha un taglio polifonico e i contributi allineati in ordine cronologico, di diversificati orientamenti, spesso dialoganti in fruttuosa polemica, mostrano sia la rielaborazione di luoghi comuni tradizionali, sia l’apertura di spazi concettuali nuovi per riformulare un’idea d’identità del Molise di oggi, intesa nella sua inattingibile complessità di presenza/assenza. Ora però, pur con tutte le riserve insite in una rassegna di comodo, forse qua e là persino arbitraria, che rende appena l’idea centrale degli articoli pubblicati, è il momento di ascoltare qualche passaggio direttamente dalla voce degli autori.  Il direttore Antonio Ruggieri, ideatore e propulsore del progetto, inaugura il dibattito formulando un auspicio in forma di dichiarazione d’intenti:  Il lavoro di questo giornale sull’identità del Molise contemporaneo allude a una sorta di rivoluzione culturale di cui abbiamo impellentissimo bisogno. Questa rivoluzione sarà giovanile o non sarà. Dalla piccola e marginale comunità che siamo, dobbiamo diventare aperti e comunicativi. Una regione/laboratorio nella quale l’innovazione rappresenti il profilo più leggibile di un modello di sviluppo che sappia mettere a frutto le nostre vocazioni più conclamate; quelle territoriali e quelle antropologiche.  Accampata al centro, quasi a fare da sorprendente fulcro suscitatore di risposte, la posizione del Presidente della Giunta regionale, Michele Jorio, il quale sostiene che il Molise “purtroppo, non ha ancora una sua specificità culturale che è ancora tutta da definire”:  Un’identità come si diceva ancora da definire. D’altra parte il Molise è una regione giovane; ha conquistato la sua piena autonomia solo da un quarantennio e ne deve passare ancora di acqua sotto i ponti per marcare e, possibilmente, allargare i confini di un invaso da riempire di contenuti di grosso spessore culturale.  Contro questa evidentemente insospettata posizione di Jorio si schiera (con Aldo Massullo, Domenico Di Lisa e altri) Rita Frattolillo. La quale all’incauta (?) affermazione del Presidente, secondo cui, inoltre, il Molise non ha avuto “la fortuna di avere un Silone, un Flaiano o uno Sciascia”, risponde retoricamente, con risentita grinta, se debbano essere considerati “nani i due D’Ovidio, Cardarelli, Igino Petrone, G. Boccardi, B. Labanca, A. De Lisio”. Aggiunge che il dialetto, contrariamente a quanto pensa Jorio - che ritiene le parlate locali “testimonianza di una lacerazione difficile da ricucire” - è un “condensato della storia della collettività”. E finisce in tono di vera e propria opposizione politica:  Facendo uno sforzo di onestà intellettuale e dando prova di capacità critica, occorrerebbe forse chiamare in causa altri fattori, se la regione stenta a decollare, se il dibattito interno è povero, se il confronto con la cultura nazionale è inconsistente. Si assiste, come sempre, al fermento, alla produzione culturale proveniente dal singolo, ma per quanti sforzi io voglia fare, non vengono alla mente iniziative regionali tese a coagulare o valorizzare le forze presenti sul territorio: niente che somigli neppure lontanamente a una seria politica culturale.  Di radici e sradicamento, di odio e amore, di paesaggi reali e paesaggi dell’anima (che sono notoriamente quelli che il raziocinio non riesce ad accettare) discutono, riannodando esperienze personali atteggiate in una sofisticata prosa finzionale, Leopoldo Santovincenzo, Antonio Casilli e Loredana Alberti. Sentiamoli.  Leopoldo Santovincenzo:  Non parlano volentieri gli amici di un tempo: forse credono che io sia passato al nemico dove il nemico è chiunque sia oltre quella misteriosa soglia. Gli dici che non è vero, che i sentimenti a volte ti riportano anche solo con il pensiero a quei posti e quelle stagioni (e a volte ti riportano anche a fondo) ma ti guardano scettici e diffidenti. Tutto quello che sembrava facile appena prima di tornare, ora appare difficile e penoso: ricostruire, reinventare, resistere. Alla fine più ti avvicini più la distanza che ci separa si allarga. Per restare molisani, come ci hanno insegnato generazioni di emigrati, bisogna andar via, non tornare più, sognare. Ma se torni, sia pure occasionalmente, è finita: allora hai il dovere morale di prendere le distanze e riprendi a immaginare come e quando fuggirai di nuovo...  CONTINUA  di Gianni Spallone



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L'ANGOLO DELL'EMIGRATO

 Parten' e' bastiment pé terre assai luntane
        Canzone napoletana(S. Lucia).

L'Emigrazione.  Un testo di Nicola Picchione

L’emigrazione iniziata a Bonefro nel dopoguerra ( seconda ondata) fu una vera emorragia che rese il paese anemico. Il bisogno muove le persone. Alcuni bonefrani erano andati “volontari” finanche nella guerra di Spagna e d’Africa per necessità. Si emigra, dunque, per bisogno. Occorre  però anche un’altra molla: la voglia di migliorare. A  parità di condizioni economiche c’è chi emigra e chi no. Il migrante è un insoddisfatto che cerca di progredire, anche a costo di sacrifici. Chi lasciava la terra o la bottega si avventurava in terre a lui sconosciute, non importava se fuori o dentro l’ Italia. Era insoddisfatto delle sue condizioni. Sapeva di andare incontro a difficoltà. Chi andò nel nostro Nord patì spesso gli stessi disagi e le stesse umiliazioni di chi andò all’estero, se non maggiori. Terroni disprezzati, considerati ignoranti anche quando non lo erano, considerati invadenti e rumorosi e fastidiosi anche quando non lo erano - come i bonefrani silenziosi, chiusi, votati al lavoro, gelosi della propria dignità - si vedevano rifiutata la casa in affitto. Esistono filmati nei quali si vedono  uomini del Sud trasformati da contadini in operai della FIAT di Torino dover andare a dormire alla stazione per poi affrontare 10 ore di lavoro alla catena di montaggio. Italiani erano ammassati in baracche in Germania. Impararono presto che non si doveva dar fastidio alle ragazze, non si doveva urlare nei bar, non si doveva gettare la carta a terra; ma dovettero aspettare molto per avere stima e rispetto. L'emigrante deve  sapersi adattare per essere accolto dal Paese che lo ospita ma senza perdere la memoria del Paese dove è nato: due vite in una. Un innesto non sempre facile. 

I bonefrani si diffusero in America e in Europa. I più fortunati andarono in Canada Lasciarono la famiglia, la casa, la terra, le tradizioni. Affrontarono mondi e culture diversi con la volontà di progredire e allontanare i figli dalla miseria. Molti fecero fortuna ma non tutti riuscirono ad ambientarsi. Raccontava mio padre che emigrò in Canada nel 50 che molti sarebbero tornati subito indietro se avessero avuto i soldi per il viaggio e se non avessero avuto il pudore per una troppo rapida sconfitta.  Si sentiva dire: “Non gli fa aria”. Non era questione di aria ma di diversità, di sentirsi respinti, non capire e non essere capiti. L' emigrato deve  affrontare una realtà colma di disagi non solo materiali. Si partiva illudendosi di guadagnare molto con poco lavoro ritenendosi avvezzi sin da piccoli al lavoro duro poi si scopriva un mondo impietoso nel quale occorreva produrre molto.. ..  Andare in Canada non era facile. Bisognava superare una serie di ostacoli. Dovevi trovare innanzitutto uno che ti facesse l’ “atto di richiamo”. Poi  uno che ti garantisse la sopravvivenza a sue spese in caso di bisogno. In pratica, dovevi trovare uno con la cittadinanza canadese che trovasse un datore di lavoro che ti facesse la richiesta scritta da presentare alle autorità. Per farlo il datore di lavoro voleva essere pagato. Mio padre dovette trovare 100 dollari (erano tanti, allora; bisognava fare debiti) da inviare per uno sconosciuto che gli facesse l’atto di richiamo. Poi l’amico, procurata la chiamata, doveva impegnarsi (nero su bianco, sul Comune canadese) che avrebbe provveduto lui a sostenere l’emigrante in caso di bisogno. Questo era il primo passo, il più importante. Ricordo mio padre che aspettava l‘atto di richiamo: quando doveva passare il postino si affacciava cento volte dalla bottega di falegname sulla strada- matita sull'orecchio, sigaretta in bocca, martello o sega in mano-  poi da lontano vedeva il postino che sapeva e gli faceva cenno con le dita: niente, non ho niente per te. E mio padre si guadagnava l’ inferno, prendendosela con i santi e si procurava l’ulcera allo stomaco fumando sigarette.  ...CONTINUA Un testo di Nicola Picchione, luglio 2008.

BREVE STORIA DEGL'IMMIGRATI ITALIANI DI MONTRÉAL

ORIGINI DI UNA PRESENZA (Nicola Franco)

 

V’invito a tornare indietro, alla prima presenza d'immigrati italiani a Montréal.  I primi facevano parte del reggimento Carignan (18mo s.) e rimasero dopo aver ricevuto terre in ricompensa. Ugualmente duecento mercenari furono ricompensati per aver combattuto nell'esercito britannico durante la guerra del 1812.  Decine d'anni  più tardi, (18mo s.) ritroviamo tra gl'immigrati commercianti e artisti tra cui gli scultori e pittori Tomasso Carli e Carlo Catelli, più i due  attori Giovanni Donegani e Thomasso del Vecchio (1788) gerenti di un gruppo teatrale. Tra l'altro sappiamo con certezza che verso la fine del 18mo s. gl'italiani erano pochissimi su l'isola di Montréal, che molti  venivano dall’Italia del nord, che alcuni vi gestivano alberghi e che parecchi  lavoravano nel settore alberghiero. 

 

 

Man mano (fine 19mo s.) il numero degl’immigrati andó aumentando, prima 50 famiglie (1860), poi 361 (1898), fino a mille famiglie (1899). Ma tra i tratti  specifici di questa immigrazione del 19mo secolo, notiamo, per la prima volta, che molti arrivavano dall’ Italia meridionale, che sbarcavano da soli, senza le famiglie, che lavoravano sopratutto nei cantieri dei nuovi percorsi ferroviari, nelle mine e nelle foreste e che un buon n umero tornava in patria.  Fu nel 1880, durante questo periodo di crescita, che gl’italiani  crearono la ‘’ Fratellanza Italiana’’, prima società di mutuo soccorso.

 

La storia dell’immigrazione a Montréal é diversa nel 20mo secolo. L’Italia vivrà periodi economici difficili, dopo l’unificazione del paese, la prima e seconda guerra mondiale.  Le famiglie furono costrette a partire verso Montréal.  E il loro numero crebbe in poco tempo; da 3497 (1901) a 5930 (1905) a 34739 (1911).  I nostri, a l’arrivo, prima occuparono nella città il quadrilatero Beaudry,Ontario, Saint Urbain e Notre-Dame, dove ebbero come luogo di ritrovo  domenicale, fino al 1927, la Parrocchia del Carmelo e poi, dopo l’erezione canonica (1910) e la costruzione (1927) della Parrocchia della Difesa, si spostarono verso il nord, presso le stazioni del  Mile-End e Park Avenue, il mercato del nord e  la Casa d’Italia eretta nel 1936.  Cosi nacque la Piccola Italia  dove, nel 1950, vivevano 15.000 famiglie. 

 

L’ultima ondata d’immigrati italiani fu durante gli anni 1946-1963.  Un esempio : nel solo anno 1960, 25.540 italiani si stabilirono a Montréal.  E già nel 2003  si parlerà di  225.000 canadesi d’origine italiana su l’isola di Montréal, mentre tutt’ora si parla di oltre 250.000.  Questa, in breve, la storia  della nostra presenza a Montréal.  Oggi noi immigrati formiano una solida comunità; e siamo ammirati, perché partecipiamo pienamente per l’edificazione futura di questa nostra città.   Nicola Franco


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VIDEO :

I MOLISANI SONO VERAMENTE PRONTI  PER RICEVERE I TURISTI ?