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 Da leggere questa settimana su questa pagina

 

Notizie : Dal Molise e dei Molisani

Primonumero : Ricette di pesce, termolese

Enrica Orlando : Sant'Agapito; Altorilievi paesani

Chiara Maraviglia : Mestieri in estinzione; artigiani con la stoffa

Silvia G Rosa : L'emigrazione femminile in Argentina

Stefano di Leonardo : Da nonno Angelo ad Antonio; 50 anni dopo

Un padre a suo figlio : Figlio mio, lascia questo paese

Enzo Minissi : La questione sociale in Italoia

Michael Santhers : Straniero, poesia

 

 

 

 

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RIVISITIAMO IL PASSATO
 
Sant'Agapito. Altorilievi paesani di Enrica Orlando
 
Il nome Sant'Agapito, di per sé, tradisce la presenza santa di qualcosa. Ad indagare, si scopre proprio la cosa più ovvia e cioè che, quel qualcosa, è un santo, antico martire sotto il regno dell’Imperatore Aureliano. Furono dei monaci benedettini a vedere nella vita di quest’uomo dei motivi validi per farne culto e costruire in suo onore una chiesa, a valle di quello che oggi è il piccolo comune in provincia d'Isernia, la “Porta del Matese”, il  borgo medievale, il feudo passato in proprietà a tante famiglie, tra cui i Caracciolo, il cui palazzo troneggia ancora, piccolo e antico, nel centro storico: il paese di Sant’Agapito. 

Un paese che ha il nome di un santo, niente di più semplice. Eppure, la quotidiana conversazione con il resto del mondo deve necessariamente articolarsi in modo diverso dal consueto. Dire: “vivo a Sant’Agapito” sembra non essere sufficiente a localizzarsi. Solitamente gli interlocutori passano in rassegna tutte le possibili combinazioni fonetiche: Santacapito, San acapito, San Tacapito. La g di Agapito è la più difficile da assimilare. Chi è in grado di farlo, inverte il sesso del Santo, che diventa appunto Santa, e non una normalissima Santa Agapita, no, ma un’ambigua Santa Agapito. Per anni ho creduto di avere personali problemi  a comunicare correttamente le parole e alla domanda “Dove vivi?” ho vagliato diverse risposte:
-“in provincia di Isernia” “ah, e dove di preciso?”

-“sono di Isernia”  “dove scusa?”
-“sono molisana” “Ah e dove si trova molisana?”…!
- “beh insomma, comunque sono italiana. Non sono molto lontana da Roma… appena due ore e mezza!”

Insomma, una vera e propria mistificazione delle proprie origini per mettersi al servizio, diciamolo pure, dell’ignoranza altrui. L’aspetto interessante di tali complicanze identificative, è che esse risalgono addirittura al 1561, quando il latinissimo e venerabilissimo nome di Sanctum Agapitum fu deformato in Santa Capiata, poi in Santa Capita, per finire in Scapita nel 1700: una incomunicabilità secolare.  A fronte di un problema tanto radicalizzato, la strada migliore, in alternativa alla suddetta mistificazione, sembrerebbe quella religiosa.  Se si inizia parlando di Agapito come di un uomo, per di più martire, divenuto santo, di una santità a cui è stato dedicato un paese, il discorso diventa più lungo ma paradossalmente più semplice. L’influenza degli aspetti religiosi…

Avallato il problema identificativo, se ne presenta un altro che matura di colpo, come un fungo atomico, alla domanda tipicamente giovanile e dunque spesso gergale “ma che si fa a Sant’ Ac… Ag… Santa… nel paese dove vivi?”. Delineare un percorso turistico che parta dal fiume, La Lorda, fino ad arrivare alle montagne, tra veri e propri quadri naturali, lascia il giovane interlocutore medio attonito. Si tenta allora la carta dell’attrattiva storico architettonica: Sant’Agapito era antico borgo medievale, c’è il palazzo feudale, una croce bizantina su capitello corinzio, una vecchia fontana, tutta in pietra, con bassorilievo raffigurante Bacco, la Chiesa della Madonna dell’Olmeto, dicono sia apparsa la Madonna qui, e poi, pensa, se attraversi la piazza del paese arrivi a una ringhiera che ti separa da un burrone, un vuoto, e le montagne ce l’hai di fronte, enormi; d’inverno, se ti sporgi, senti il vento gelido ed è così bello che, vent’anni che lo conosco, mi mozza ancora il fiato.

A questo punto, l’interlocutore medio aggrotta le sopracciglia, è un po’ confuso, ma sembra quasi conquistato dalla storia antica, le apparizioni, il vento gelido che ti toglie il respiro… gli aspetti intensi e travolgenti sono quelli che ci attirano di più… Cogli allora il coinvolgimento al balzo e, prima che ti venga giustamente chiesto un posto dove ballare o divertirsi, nel piccolo paesino, dribbli su un punto fermo, attrattiva universale garantita per grandi e piccini, terreno di sfida solitamente maschile dove si suda, si lotta, si esulta, si vince, si perde, si lasciano in panchina file di mogli annoiate e un po’ meno annoiate, con passeggino e senza, a guardare: la partita di calcetto estiva, annuale, immancabile. Amici di vecchia data hanno lasciato i legamenti sul campetto del paese e tutt’ora, con i dovuti tutori, non rinunciano al torneo. Coppie decennali si sono formate nei post partita, tra commenti su ammonizioni ingiuste, lattine di Fanta gelide, arrosti d’occasione per giocatori affamati e baci adolescenziali. Veri e propri scorci di gioventù paesana. Al di la della dimensione agonistica, su quei campi c’è storia..... CONTINUA

Mestieri in via d'estinzione.  Artigiani con la "stoffa": la sartoria di Antonio e Rita Di Chiara Maraviglia 
 
Si sono conosciuti e innamorati lavorando insieme in una sartoria di via del Babuino, negli anni ’60, nel cuore pulsante della capitale. Condividono da sempre la passione per un lavoro creativo e prezioso. L’arte di ideare modelli e cucire vestiti, con l’accuratezza della manualità, che nessuna macchina può sostituire.
Antonio Paolitto e sua moglie Rita Mei, lui di Montelongo, 66enne, lei romana di 69 anni, raccontano il fascino di un mestiere in estinzione. Da venticinque anni hanno aperto il loro laboratorio al numero civico 44 di via Adriatica. Varcata la soglia è tutto un mondo di stoffe variopinte, di modelli di carta velina, di abiti appena confezionati appesi alle grucce, di macchine da cucire – in un angolo c’è n’è una antica di famiglia, a pedali - e ancora di rocchetti di fili di cotone colorati e campionari dei tessuti di alta moda Valli di Roma. E chi ama il proprio mestiere, non si stanca mai. «Per dieci anni ho lavorato in Fiat, ma poi ho deciso di ridedicarmi alla sartoria – spiega Antonio – sono impegnato qui dalla mattina alla sera, e sto bene».
Quando avete iniziato a cucire?
Antonio: «Ero bambino (dice mostrando una foto in bianco e nero tirata fuori dal cassetto, mentre ha tra le mani il cappotto di un cliente). Già a dodici anni ho iniziato a frequentare una sartoria del paese, prima c’erano tante attività artigianali. A me è sempre piaciuto il lavoro del sarto».
Rita: «Ho imparato a cucire i primi punti a casa di una signora, diciamo che provengo dalla scuola romana. Ho avuto come maestra una sarta perugina che abitava di fronte casa mia, e siamo diventate molto amiche. Andavo a ricamare anche dalle suore».
Come vi siete conosciuti?
Antonio: «Nel 1964, dopo il servizio militare, mi sono trasferito a Roma, e ho iniziato a lavorare in una sartoria nel centro della città, e lì c’era già mia moglie. Anche a Termoli ho continuato ad apprendere il mestiere dal sarto Buccione. Dopo che ci siamo sposati ci siamo ristabiliti qui con la famiglia».
A Termoli ci sono molte richieste?
Rita: «No, si lavora poco, abbiamo clienti prevalentemente di fuori. Soprattutto di Roma. Fino a 4 – 5 anni fa realizzavamo abiti per la boutique Polidori, che poi ha chiuso. Abbiamo creato modelli anche per personaggi noti».
Perché oggi si preferisce acquistare vestiti nei negozi?
Antonio: «E’ cambiata la mentalità. Prima se volevi qualcosa di bello ti rivolgevi al sarto, era un motivo di prestigio. Oggi le cose sono completamente ribaltate. Chi vuole comprare un vestito, vede quello che c’è in vetrina nei negozi di abbigliamento. Si acquista sempre ciò che è preconfezionato, spesso si va anche ala fiera per risparmiare, senza badare però alla qualità. Prima era il contrario, chi non poteva permettersi il sarto, si accontentava andando in negozio».
Come si realizza un abito?
Antonio: «Io ho seguito il corso da modellista per vestiti da donna. Si parte dallo schizzo e poi si prendono le misure, si imbastisce e si fanno le prove prima di cucire tutte le parti. I clienti possono anche sfogliare le nostre riviste, per avere delle idee. Ci occupiamo anche delle riparazioni, che sono spesso i lavori più difficili».
Cucite anche per la vostra famiglia?
Rita: «Si, io personalmente non compro mai nulla. Abbiamo realizzato per esempio il completo di laurea per nostra figlia, ma anche abiti per i matrimoni, per esempio delle nipoti».
Non mollereste mai il vostro lavoro?
Antonio: «E’ molto creativo. E anche se è un lavoro di sacrifici, non mi stanco mai. Sono sempre qui, dalla mattina alla sera»
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Di Chiara Maraviglia
 

 

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 L'ANGOLO DELL'EMIGRATO

 
L’emigrazione femminile in Argentina nella letteratura italiana Di Silvia G. Rosa 
 
 

La produzione letteraria italiana è stata a lungo carente «di sguardo e di ascolto» rispetto al fenomeno migratorio al femminile, se si escludono le numerose opere autobiografiche - lettere, memorie, diari, relazioni di viaggio -, spesso utilizzate come fonte dalla ricerca storica, sebbene raramente in un’ottica che consenta di risalire all’identità femminile e alla percezione del suo mutamento. Il percorso letterario intrapreso alla ricerca di immagini e rappresentazioni delle italiane in Argentina conduce alla scoperta della sfera delle emozioni più profonde e intime delle donne immigrate, la cui avventura, fatta di abbandoni, partenze, viaggi, incontri, nostalgia, solitudine e speranza, diviene metafora del viaggio, reale e simbolico, che costituisce la cifra di ogni esistenza umana. L’analisi della letteratura, inoltre, permette di guardare ad importanti questioni prese in considerazione dalla storiografia, come il viaggio transoceanico, i conflitti generazionali all’interno delle famiglie o il problema dell’integrazione, cogliendone tutte le sfumature, in particolare gli aspetti più dolorosi e drammatici.
Nella produzione letteraria italiana, a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento fino agli anni Trenta del Novecento, l’emigrazione è descritta come un evento luttuoso, una disgrazia, una malattia che porta con sé follia e morte. 
In questo filone di opere i personaggi femminili sono decisamente marginali o presentano tratti stereotipati. Solo nel secondo dopoguerra la figura della donna conquista nuovi spazi. Nel contempo, sulla scia del coevo grande esodo migratorio proveniente soprattutto dal Sud Italia, l’emigrazione inizia ad essere descritta come un gesto di rivolta, un’alternativa alla fame e alla miseria, una possibilità di ampliare orizzonti di vita limitati ed immobili al di là del paese d’origine. Negli anni Sessanta del Novecento sul fenomeno migratorio scende una «spessa cortina del silenzio» determinata soprattutto dalla necessità di cancellare, per una società come
quella italiana proiettata verso una rapida modernizzazione, le immagini di un recente passato di miseria e sofferenza. Solo nell’ultimo ventennio del Novecento la letteratura italiana si fa portavoce di una riscoperta dell’emigrazione, sperimentando approcci e soluzioni narrative innovative e, soprattutto, assegnando alle donne il meritato ruolo di protagoniste nell’esodo, attraverso una raffigurazione attenta a sfumature e dettagli.
In questo rinnovato panorama narrativo, però, le immigrate sono ritratte come perdenti, sconfitte di fronte agli ostacoli e alle incertezze che la vita nel nuovo Paese comporta, come se per loro il prezzo da pagare in termini di sofferenza per aver abbandonato la terra d’origine fosse più alto rispetto a quello pagato dagli uomini, sia all’interno della propria famiglia, sia nel più vasto contesto sociale. Figura di spicco di questa nuova generazione di scrittori interessati al fenomeno migratorio è Laura Pariani, la quale, nella sua opera Quando Dio ballava il tango , consegna
al lettore un significativo spaccato dell’emigrazione al femminile. Nel libro compaiono sedici storie, che raccontano ciascuna un frammento di vita di altrettante donne. Le parole delle protagoniste rimandano a rilevanti tematiche affrontate dalla storiografia, le quali, in un discorso coniugato sovente alla prima persona, perdono lo schematismo ed il rigore propri della ricerca scientifica, per colorarsi di nuove tonalità ed accenti che le rendono ricche di richiami e più vicine all’universale condizione di umana sofferenza.


Uno dei personaggi a cui Laura Pariani dà voce, Catterina Cerruti, riassume efficacemente la condizione di quelle donne che, partite da sole, devono sostenere l’esperienza traumatica del viaggio in mare, l’impatto con la nuova vita all’estero e il problema della trasmissione della memoria familiare alle nuove generazioni. Catterina emigra in Argentina nel 1887, appena quindicenne, per raggiungere e sposare il cognato rimasto vedovo. Il primo grande ostacolo è la traversata transoceanica:
Due mesi di onde che battevano il ventre della nave, di notti insonni tra l’odore di vomito, chiedendosi perché non si arriva mai, dove era andata a finire la terra […]. Ci fu il Carletto Patàn che si morì nel barco insieme ad altri sette […]: li dovettero buttare ai pesci, ché il capitano aveva paura di epidemie, e sulla nave circolava la voce che sarebbero morti tutti prima di arrivare a Buenos Aires. La qual cosa, in un certo senso, era vera: ché quel viaggio tolse a tutti un pezzo di vita . Il viaggio via mare, tema che ricorre frequentemente anche nei racconti autobiografici o nelle corrispondenze epistolari, presentava non pochi rischi: anche quando non si verificavano situazioni di emergenza sanitaria, come accadeva allo scatenarsi di epidemie (colera, tifo, vaiolo, varicella), le condizioni in cui avveniva erano tali da mettere a repentaglio la salute degli emigranti. Ancora nel primo decennio del Novecento, le compagnie di navigazione adibivano le stive delle navi a dormitori: carenti di servizi igienici (una latrina ogni ottanta passeggeri) e sovraffollate, con un boccaporto ogni centocinquanta posti letto, erano luoghi in cui persino chi si era imbarcato in buona salute rischiava di ammalarsi e di morire. Oltre ai timori per la pericolosità del mare e ai disagi legati alle scarse condizioni igieniche, la traversata era motivo di vergogna e imbarazzo per donne abituate al più rigoroso riserbo, che si trovavano costrette a sopportare la promiscuità e la totale assenza di intimità, dovendo condividere gli stessi locali e talvolta lo stesso giaciglio. Alle proprie sofferenze si sommava la preoccupazione per il destino dei bambini, molti dei quali morivano durante il viaggio a causa dell’affollamento, dell’umidità, del freddo e della cattiva alimentazione.  
 All’arrivo a Buenos Aires, Catterina descrive così la sua prima abitazione:

C’erano quartieri apposta per noi italiani […], con conventillos cadenti tra mucchi di immondizia. […] D’estate si soffocava, bisognava lasciare la porta aperta la notte e i bambini piangevano che i mosquitos se li mangiavano. L’inverno, un freddo barbino; quando pioveva, sgocciolava dentro e tutto sapeva di muffa. [...] Nel terreno dietro casa stava una latrina per un’ottantina di persone, un lungo piletòn [lavatoio] di cemento in mezzo alle erbacce, per lavare roba e bambini; in fondo, il corral [recinto] con gli asini, le pecore e le galline. Per non parlare dei topi. Pieno di ratas ovunque. No, lì nessuno sarebbe vissuto a lungo… . La vita all’interno degli squallidi alloggi chiamati conventillos, era molto dura: sporcizia, spazi limitati da spartirsi con gli altri affittuari e degrado dei locali rendevano ardua la permanenza, in particolare alle donne che qui svolgevano la gran parte delle loro attività. La convivenza forzata degli immigrati con altri della stessa nazionalità o di diversa provenienza generava conflitti, ma anche sentimenti di solidarietà e non di rado portava i membri della cerchia degli inquilini a sposarsi fra loro. Dopo una lunga vita segnata dai lutti, dopo tante vicissitudini, il personaggio di Catterina si lascia andare ad amare riflessioni: Una volta che si passa il mare rinchiusi due mesi in una prigione galleggiante, ci si indurisce. È la disperazione di affrontare un mondo di cui non si sa niente, neanche il paesaggio e la lingua; è il crollo dei sogni di una ricchezza facile; il tormento degli atti definitivi, ché si capisce bene che nessuno tornerà indietro. È tutto questo che fa impazzire, si diventa cattivi, si maledice il cielo. Ma soprattutto si soffre nel profondo, sentendosi colpevoli di aver abbandonato la propria casa; aspettando la punizione .
La donna, ormai ottantenne, cerca tra i suoi nipoti quello a cui trasmettere la memoria dei tempi lontani, del Paese nativo al di là dell’oceano e delle persone ormai morte, affinché si conservi l’impronta del loro passaggio, perché: Ai non-più-vivi bisogna portare rispetto, ché solo existe el pasado, la memoria. […] Il passato […] è tiepidezza di una coperta di lana, sapore pieno di un buon bicchiere di vino tinto, profumo della terra, eco di antiche canzoni . La suggestione della memoria del Paese natale, che contraddistingue l’esperienza della prima generazione di immigrati, si contrappone, però, all’anelito dei discendenti di inserirsi nel luogo d’arrivo. Sentimenti differenti legano all’Italia lontana gli italiani immigrati e la loro prole nata in Argentina: nostalgia e rimpianto per i primi, indifferenza per i secondi che conoscono la terra d’origine solo attraverso il discorso familiare e non per esperienza diretta.
Nella storia che ha come protagonista Maria Roveda, Laura Pariani racconta con maggior drammaticità il rapporto conflittuale, denso di incomprensioni, fra generazioni diverse di immigrati appartenenti alla stessa famiglia. Durante l’infanzia Maria sente parlare spesso dal padre dell’Italia, l’amata Patria, che lei, nata a Buenos Aires, non conosce. Poco più che adolescente sposa Pidro, giovane italiano appena giunto in Argentina. Come confermano i dati storiografici esisteva, infatti, la consuetudine di contrarre matrimoni endogamici, soprattutto nel caso delle donne: le unioni tra un uomo italiano e una donna argentina figlia di due genitori italiani costituivano l’80% di tutti i matrimoni contratti in Argentina tra il 1880 e il 1914, periodo in cui è ambientata questa parte del racconto .
Nella finzione narrativa i due sposi si stabiliscono nella provincia di Santa Fe e avviano un almacén, magazzino all’ingrosso di vini, oli e altri generi importati dall’Italia, come fecero nella realtà molti immigrati, nelle mani dei quali era concentrato il commercio alimentare di quella zona. L’ambizione di Pidro porta però l’uomo a legarsi ad un gruppo di mafiosi, finendo in manette. Maria vede così sfumare il sogno di un benessere solo sfiorato a costo di sacrifici e rinunce, ma soprattutto vede distrutta l’unità familiare, con i figli che, ad uno ad uno, con rabbia e rancore, lasciano la casa paterna, cercando di cancellare l’infamia che il padre ha gettato su di loro.


Nelle parole di Martinita, figlia di Maria, il complesso rapporto intergenerazionale appare in tutta la sua conflittualità, caricandosi non solo di incomprensioni, ma anche di sentimenti di odio e di disprezzo: Sono stata felice di andarmene da Rosedal. La mia famiglia, meglio perderla che trovarla: un insieme di persone cupe, tristi, egoiste; una casa di mobili vecchi e dozzinali, quasi volgari; un patio sporco di mozziconi di sigaretta e di sputi. E ancora peggio fu quando mio padre finì in prigione. […] Fu allora che per la prima volta la vita in quella casa mi parve tutta una bugia: il bigottismo di Mamà, il suo darsi da fare con abitucci e sughetti […]. E tutto quello sfacelo aveva origine nell’ipocrisia di Papà, nella tirchieria con cui ci aveva oppresso per tutta la vita, nella sua maledetta ossessione per i soldi. Certe sere a Rosedal […] era terribile. […] Quell’odore acido di sugo riscaldato, quella solitudine, […] quel passo di Papà sempre dietro le spalle per controllare se uscendo da una stanza avevi spento la luce. […] Il russare dei miei dall’altra stanza…un rumore sporco, come tutto in quella casa. L’unica cosa che potevo fare era fuggirmene via.

La disgregazione dell’unità familiare è da considerarsi una delle possibili conseguenze del processo migratorio; prende le mosse proprio dal rapporto teso e contrastante fra genitori e figli, i quali si trovano spesso a non condividere lo stesso universo concettuale di riferimento: gli uni legati ad una mentalità e ad uno stile di vita ancora saldamente ancorati a valori e norme tradizionali, gli altri spinti dalla voglia di allontanarsi da un ambiente familiare percepito come limitante e “stigmatizzante”, di sentirsi simili ai loro coetanei in un Paese a cui sentono di appartenere.
Le vicende del racconto che vede protagonista la giovane Mafalda, emigrata quindicenne a Buenos Aires insieme alla famiglia, mostrano uno dei volti più oscuri del fenomeno migratorio: l’esito negativo del processo di integrazione che segnò le vite di alcune immigrate di prima generazione. Molte donne si trovarono a vivere in un Paese straniero prive di quella rete sociale e familiare che in Italia costituiva un supporto importante e all’interno della quale erano collocate con un ruolo preciso; spesso non avevano istruzione e avevano difficoltà ad apprendere la nuova lingua. Anche l’impatto con un ambiente urbano, per chi era abituato agli spazi di un paese di provincia, costituiva un trauma. Poteva capitare allora, come narrato da Laura Pariani, che la nostalgia per la terra abbandonata, il senso di estraneità e il disagio derivante dall’emarginazione e dalla solitudine, assumessero un carattere patologico, sfociando nella follia e nel suicidio.
Il personaggio di Mafalda interpreta intensamente la solitudine e l’alienazione derivate dall’incapacità di ambientarsi nel nuovo ambiente: «[Ella] si sentiva insicura, spogliata di una identità che fin da piccola aveva creduto inalienabilmente sua» . Mafalda ha la certezza che non si sentirà mai argentina, perché «una persona può cambiare vita, casa, amore, però anche se ti spogliano di tutto rimane qualcosa che sta in te da quando impari a ricordare, cioè molto prima di aver l’età della ragione: il midollo di un altro modo di vivere» . La disperazione, lo smarrimento, il rimpianto per l’Italia e per il «passato da cui era stata esiliata», il dolore per i gravi lutti che la colpiscono, il desiderio di ricongiungersi ai suoi morti e lasciare, finalmente, l’odiata Argentina, spingono la giovane a togliersi la vita, perché «certi legami, quando si spezzano, ti diventano spasmo nelle viscere» Di Silvia G. Rosa

 
Da nonno Angelo ad Antonio. Acquaviva-Perth 50 anni dopo
Di Stefano di Leonardo
 
Nel 1960 Angelo Silvestri da Acquaviva Collecroce prese armi e bagagli e salpò per l’Australia, deciso a costruirsi quel futuro che in Italia non vedeva. Cinquant’anni dopo, la storia potrebbe ripetersi, ma all’inverso. Il nipote Antonio Marino, figlio di Silvana, la primogenita di Angelo, lavora infatti a Perth per una compagnia petrolifera italiana e dopo aver vissuto nei mesi scorsi a Camerino prima e Milano poi, potrebbe ritrovarsi, chissà, in un ufficio della Penisola. Chiudendo così un cerchio iniziato da nonno Angelo e proseguito con mamma Silvana e papà Luigi, oltre che con zia Palmina, che pur fra mille impegni, riesce guidare l’Abruzzo&Molise club della capitale del Western Australia. Una vita di emigranti la loro, con fatiche e sofferenze ma non senza soddisfazioni. A prima vista, osservati nelle loro confortevoli case degli apparentemente tranquilli sobborghi di Perth, Angelo Silvestri, arzillo pensionato 83enne e Antonio Marino, ingegnere elettronico classe 1976, sembrerebbero avere poco in comune. Un incontenibile mattatore Angelo, un sereno ragionatore Antonio. L’infaticabile nonno Angelo, tutti i giorni schiena curva nell’orto di casa fra albicocche e carciofi, non smette un attimo di parlare. Il meticoloso Antonio, dall’alto del suo metro e novanta circa e con quell’aria da bonaccione, ascolta con attenzione e sembra recepire tutto.
«In Australia ho fatto mille lavori, in segheria, da muratore, sulle gru – ripete sotto i baffoni bianchi l’83enne – Sono venuto qui nel 1960. Cosa avrei dovuto fare in Italia?». Il ricordo di Acquaviva non è sbiadito. «Quando ero ragazzo c’era la guerra, ne ho viste tante. Una volta un mio amico tirò un tranello a un soldato tedesco. Accortosi di un coltello finito per terra, ci mise il piede sopra e lo sotterrò nel fango. Il tedesco si accorse poco dopo di averlo perso e lo cercò dappertutto. Urlava e sbraitava, non so cosa diceva, ma quel coltello non lo trovò mai».
Quindi la prima emigrazione, in Svizzera. «Si stava male, ero sempre in mezzo alle vacche e me ne tornai a casa dopo quattro anni». I tempi erano difficili e «per venire in Australia feci un mucchio di debiti. Per partire avevo bisogno di soldi e mia madre aspettava di avere la pensione. Dall’Inps facevano orecchie da mercante, così un giorno presi l’autobus e andai a Campobasso. Feci la fila per ore, ma il mio turno non arrivava mai perché tutti mi passavano davanti. A un certo punto andai dall’impiegato e lo presi per il collo. “Se la pensione di mia madre non arriva entro venerdì – gli dissi – vengo qui e faccio un disastro”. Quel venerdì non arrivò niente, ma mia madre mi consigliò di aspettare il lunedì. Fece bene, la lettera di concessione della pensione era arrivata, ma il postino non ce l’aveva ancora portata».

Angelo arrivò in Australia nel 1960 da solo, lasciando a casa la famiglia. «I dottori – racconta la moglie Teresa – non mi lasciavano partire perché avevo una macchia sulla spalla e ai tempi si pensava fosse tubercolosi». «Dovetti andare da un parlamentare di Fremantle – rivela Angelo – per farla arrivare». Così arrivarono anche le figlie Silvana e Palmina. Per loro, in quel lontano 1968 l’addio al Molise fu un trauma. «Avevo 18 anni – esordisce Silvana – e ad Acquaviva stavo bene, avevo le amiche, uscivo spesso. Se tutti avessero detto la verità sull’Australia, non sarei mai venuta. Mi avevano detto che si stava così bene e invece non era così. Non potevo uscire mai, non capivo nulla, per i primi sei mesi piansi ogni notte prima di addormentarmi». Per Palmina fu anche peggio. «Per due anni piansi ogni giorno, volevo tornare a casa. Avevo 13 anni e non potevo andare né coi bambini né coi giovani». E come se non bastasse, ci si mettevano i ragazzini australiani a renderle la vita difficile. «Mi chiamavano Silvester the Cat, per via del mio cognome». Ma i problemi non erano solo quelli della lingua e dell’integrazione. «Papà era molto duro a quei tempi – afferma Silvana – Non ci dava libertà e non potevo rispondergli perché così mi è stato insegnato». «Ho dovuto conoscerlo daccapo – riflette Palmina – A casa non c’era mai stato, prima in Svizzera e poi in Australia. Per me era come uno straniero». Oggi quei tempi sembrano lontani. «Rispondi alle domande papà, non ti dilungare» lo riprendono in dialetto croato le figlie tra le risate generali. Palmina e Silvana hanno entrambe una famiglia perfettamente inserita nella società multietnica australiana. «Ho conosciuto mio marito Luigi all’Italia Club. Lui è venuto qui per scelta. Venne da Vasto per una vacanza, ma quando si accorse che qui non c’è bisogno di chiedere raccomandazioni, si decise a rimanere. Odiava essere mandato dalla mamma dal dottore o dall’avvocato di turno con le buste in mano per omaggiarli». Palmina invece ha guardato oltre e si è scelta un uomo venuto da un altro angolo di globo. «E’ indiano con origini francesi. All’inizio papà era contrario, poi acconsentì. Ci integriamo perfettamente e nei nostri figli convivono entrambe le culture».

Antonio invece si sente australiano ma non rinnega affatto le proprie origini. «Sono stato in Italia otto volte» rivela. La sua proprietà di linguaggio nella nostra lingua farebbe invidia a migliaia di diplomati della Penisola, eppure «da piccolo a casa parlavo dialetto coi miei». Il nonno lo interrompe. «Ma in Italia parlano tutti dialetto!». All’idea di andare a vivere in Italia nessuno pensa più, ma Antonio sembra possibilista, dopo esserci rimasto per diversi mesi prima per studio e poi per lavoro. «Antonio può andare dove vuole, ma deve pensare a sposarsi, se no tra poco chi se lo prende più, mia nonna?» scherza nonno Angelo. Anche mamma Silvana sembra di questa idea, ma Antonio nicchia e pensa al Belpaese. «Il Molise? In quei paesi può persino capitare di perderti». E il resto d’Italia? «Ho visto quasi tutto, ma mi mancano la Calabria, Sorrento e le Cinque Terre. Ma lì sarebbe bello andarci con una donna». Ecco, appunto.