RIVISITIAMO IL PASSATO
 



                                                                                                                                                                                                                                                      

 

Da leggere questa settimana su questa pagina

 

Notizie : Dal Molise e dei Molisani

Nicola Picchione : Il senso della Religione a Bonefro

Michael Santhers : Ave Maria di un ateo; poesia

Enzo Anchise : Mia Nonna donna d'altri tempi

Ugo d'Ugo : Mulesane p'u  munne; poesia

Silvia G Rosa : L'Emigrazione femminile in Argentina

Notizie : Dall'Italia e degli Italiani

 

 

 


                                                                                                                                                                                                                                                      

NOTIZIE DAL MOLISE E DEI MOLISANI

 

 ISERNIA  La salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale.  La salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale, inteso nel suo più ampio significato, rappresentano un impegno sociale che oggi, più che mai, si può definire globale.  Lo stesso riferimento esplicito all’Europa perché ricca di tantissime testimonianze, in una accezione spesso eurocentrica ormai parte della storia passata, viene ora integrato e superato dai rapporti sempre più stretti tra Istituzioni internazionali che trovano in obiettivi comuni – lo studio, la valorizzazione, la fruizione, la gestione – gli elementi di riferimento che uniscono e non separano, come invece è stato nei secoli appena trascorsi.  Ritenere, quindi, di essere unici su base territoriale rafforza quei fattori di separazione che il tempo ha dimostrato essere controproducenti. In questo ambito, tuttavia, il rispetto e la salvaguardia delle proprie radici costituisce comunque un punto di riferimento inalienabile, seppure nel rispetto e nell’integrazione di fattori culturali differenti e spesso geograficamente lontani tra loro... 

PETACCIATO  Un luogo tranquillo per momenti di relax.  Dopo la stagione estiva trascorsa a Petacciato Scalo, desidero fare delle considerazioni sull'ambiente e su alcuni cambiamenti che ci sono stati quest'anno. Siamo abituati, quasi sempre, a protestare quando le cose non vanno di nostro gradimento ma, quasi mai, disposti ad esprimere un giudizio favorevole quando ci sono delle migliorie. Nel settembre 2009 pubblicai una lettera di protesta per il degrado di questo luogo, perché le vaste aree che si trovano ai lati del sottopassaggio che conduce al mare erano occupate da erbacce e boscaglie e a queste si aggiungevano le vipere, le bisce, i serpenti che nel periodo estivo qui avevano al loro dimora. I villeggianti dovevano munirsi di bastoni per difendersi e numerose erano le lamentele presso il comune. Per decenni tutto è rimasto invariato. Finalmente quest'anno la sorpresa! Le aree ai lati del sottopassaggio sono state liberate dalle erbacce ed è stato un vero piacere vedere questo ampio spazio libero e pulito e poter allungare lo sguardo fino ad arrivare al mare. Naturalmente il lavoro è da ripetersi ogni anno, onde evitare il riformarsi delle boscaglie con gli animali e le lamentele degli abitanti .. 

CAMPOBASSO  La Rete dei Comitati e delle Associazioni contro l’eolico selvaggio in Molise parteciperà all’Incontro Pubblico organizzato dal Comitato per il No agli Inceneritori nel Molise che si terrà mercoledì 13 ottobre alle ore 10:30 presso il presidio permanente di Porta Tammaro ad Altilia.  Durante l’incontro saranno spiegate le ragioni del Comitato per il NO agli inceneritori e quelle della Rete contro l’eolico selvaggio in Molise, saranno illustrate proposte di sviluppo alternative che mirino alla tutela del patrimonio culturale, archeologico e ambientale della nostra regione.
La partecipazione della Rete dei Comitati e delle Associazioni contro l’eolico selvaggio nasce, infatti, dal comune intento di salvaguardare e preservare il territorio molisano dagli innumerevoli attacchi a cui è sottoposto negli ultimi anni e per continuare a sottolineare l’unità di quanti amano la propria terra e sognano un futuro migliore per le nuove generazioni. 

CASALCIPRANO   'Museo a cielo aperto'..Nella settimana che va dall’ 11 al 16 Ottobre, sei tra i migliori pittori  italiani emergenti  nell’ arte figurativa contemporanea, che vantano la loro  presenza a mostre, biennali ed eventi a livello europeo e mondiale, selezionati da un’ apposita commissione che ha esaminato i copiosi curricula ed i bozzetti proposti, saranno a Casalciprano per realizzare imponenti  opere pittoriche a parete  che incoroneranno il percorso del Museo e proietteranno lo stesso verso il futuro.  L’evento e di grandissimo interesse e spessore culturale – dice Franco Miranda, ideatore e curatore del Museo – in quanto la memoria contadina molisana sarà letta  ed interpretata dall’arte figurativa contemporanea  e provocherà, attraverso tale novità culturale, un continuo confronto critico, capace di sdoganare il Molise da un provincialismo di maniera. ...

<>ALTILIA  Il Consiglio comunale di Roma a difesa di Altilia. A poche ore dal pronunciamento del Consiglio di Stato, che salvo miracoli confermerà i pregressi orientamenti in favore della ditta e autorizzerà l’installazione di n. 16 torri eoliche alte 120 metri nelle prossimità della città romana di SAEPINUM – ALTILIA, il Consiglio Comunale di ROMA  adotta un ordine del giorno presentato da esponenti di tutte le formazioni politiche che mira a salvaguardare la storia millenaria dell’Antica Roma, dei Popoli Italici e del Sannio....
RICCIA  A ottobre piovono i libri.  Avvicinare i giovani alla lettura e riscoprire il piacere di un buon libro. Questi gli obiettivi della prima iniziativa culturale che a Riccia vede la riapertura della biblioteca comunale di largo Garibaldi, chiusa da anni.  Sabato 16 ottobre alle ore 18 il Centro culturale giovanile riapre, infatti, con la manifestazione che si inserisce nel programma nazionale di “Ottobre piovono libri”, organizzata da Molise d’Autore e che consiste in gruppi di lettura e commento di autori molisani, ancora poco noti ai più, ma di notevole spessore.  Interverranno, oltre al sindaco, Micaela Fanelli, Flavia Cristiano, Direttore del Centro per il Libro e la Lettura del  Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Sandro Arco, Presidente della Fondazione Molise Cultura.


 

 

 

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 IL SENSO DELLA RELIGIONE A BONEFRO

del Dott. Nicola Picchione

 


 Ci fu un tempo che Bonefro aveva sette preti. Il numero, ovviamente, non fa qualità e molti preti non donano più fede o portano più anime in paradiso.
            La religione ha sempre svolto un ruolo fondamentale in ogni popolo, indipendentemente dal giudizio che se ne voglia dare. Anche chi afferma di essere ateo porta dentro di sé radici culturali che traggono origine in parte dalla religione. Consuetudini, cultura, religione si condizionano a vicenda. Negli ultimi tempi alcune tradizioni sono andate attenuandosi ma allora non c’era  a Bonefro chi per quanto professasse l’ateismo o completo disinteresse per la religione o diffidenza verso i preti non battezzasse i figli o non si sposasse in chiesa ( magari la mattina presto, quando era ancora buio per non mettersi in mostra) o non facesse funerali religiosi. L’ approccio a problemi fondamentali come quelli inerenti la sessualità, la famiglia, l‘educazione dei figli erano profondamente condizionati dalla religione.    L’ organizzazione religiosa- da noi la Chiesa cattolica- ha dovuto ritirarsi in confini più ristretti  in nome della laicità dello Stato, anche se stenta a farlo e spesso sconfina, ma per secoli ha dettato norme, ha formato coscienze, ha influenzato tutti gli strati sociali anche se essa stessa ha preso da religioni e culture precedenti non poche credenze e ritualità.    Perciò anche una comunità piccola come Bonefro non poteva non adeguare i propri comportamenti –  soprattutto quelli esteriori – alle regole religiose divenute parti culturali importanti non solo per quanto potesse riguardare ricorrenze e feste ma anche per comportamenti  importanti   Parlare degli aspetti religiosi dei bonefrani di una volta non è facile. Queste mie note  si basano soprattutto  su ricordi e impressioni personali prescindendo da analisi sociologiche che non mi competono e non rientrano nelle loro finalità. Perciò, quanto scrivo ha valore relativo: non per i ricordi che cito ma per le considerazioni che faccio.

            La prima sensazione è che pochi  bonefrani erano veramente religiosi. Se tutti rispettavano quelle tappe rituali che la religione ritiene fondamentali nella vita di un cristiano (battesimo, matrimonio ecc..) pochi frequentavano assiduamente la chiesa. Anche se non mancava chi credeva profondamente e seguiva fedelmente le pratiche religiose ( i v-zoch’ ), molti uomini consideravano la religione  faccenda da donne. Tra le stesse donne, solo poche frequentavano assiduamente la chiesa. La maggior parte era troppo presa dagli impegni giornalieri: Gesùcrist’ u’ sa che n-n facc’ mal’ e m’ perdon’ se n-n vai ‘na chiesia. Del resto si racconta che un prete bonefrano interrupe la celebrazione della messa per rivolgersi a una donna che aveva portato con sé il piccolo figlio che continuava a piangere disturbando la funzione. Le disse che era meglio se andava a casa e pensava alle faccende da fare e badava al bambino. Dio avrebbe capito e perdonato.    La partecipazione a cerimonie come il battesimo, il matrimonio, il funerale era dettata dai legami di amicizia e parentela più che da quelli strettamente religiosi e le stessa pratica di queste prescrizioni era condizionata dalla tradizione più che da vera religiosità. Anche altre pratiche avevano poco a che fare con il senso profondo della religione: era frequente vedere bambini molto piccoli vestiti con piccoli sai cinti da un cordone ( u munechell’) in onore di S. Antonio che era allora molto popolare e ritenuto il maggior dispensatore di grazie ( oggi mi dicono che Padre Pio lo abbia scavalcato in popolarità).  La chiesa, tuttavia, era abbastanza affollata la domenica. Gli uomini nella navata sinistra in gran parte in piedi con la coppola in mano, le donne sedute in quella centrale; nella navata a destra si potevano notare le famiglie di qualche professionista: quella di don Corrado, di don Francesco. Pochi uomini partecipavano attivamente alla cerimonia: non recitavano preghiere, non cantavano. I giovani davano uno sguardo verso le donne per individuare qualche ragazza. Il campanile era per qualche giovane  un campo di prova di coraggio: per suonare a distesa la campana grande o per sporgersi e passeggiare lungo il cornicione.  
   Credere e non credere era un problema che pochi si ponevano. Ho un ricordo: ero molto piccolo e avevo accompagnato mia nonna all’ aia ( a Macchia da strett’) per spannocchiare il granturco (sfruscià i morr’). Un uomo anziano, in piedi, spiegava alle donne con un accento da esperto che Inferno e Paradiso non esistevano, erano solo un’invenzione di Dante Alighieri. Non pochi ritenevano che fare il prete era solo un mestiere come un altro. A volte tra l’ uomo di chiesa e il non credente correva un rapporto di sospetto. Mi raccontava un anziano contadino (Luigi D’ Onofrio) che un giorno si presentò sull’ aia un monaco del convento di Casacalenda. Aveva la bisaccia ancora vuota e chiese un po’ di grano per le anime del Purgatorio. Il contadino chiese delucidazioni  e il frate gli spiegò che se aveva i genitori morti ed erano in Purgatorio, l’ offerta avrebbe accorciato la pena. “Se ti dò tanto grano da riempire la bisaccia, di quanto si accorcia la pena?”. Al frate deve essere parso vantaggioso non andare ancora in giro per la cerca; gli rispose:    “ Vanno direttamente in Paradiso”. “Allora, riempi la bisaccia”. Il frate stava andando via con la bisaccia piena quando il contadino gli chiese:”Ma è certo che ora sono usciti dal Purgatorio?” “Se erano là, puoi starne certo”, gli confermò il frate. “Allora io li ho fatti uscire, ora rimetti a terra tutto il grano e va via”.  Ovviamente, il rapporto era spesso di grande rispetto e il prete era in paese una delle autorità di maggior considerazione.
            I bonefrani santificavano poco le feste: quando c’era da lavorare, soprattutto in campagna, aveva poca importanza che fosse domenica. Del resto, credo che questo precetto sia nella religione cattolica molto meno rigido che in quella ebraica, pur essendo un comandamento divino anche per la nostra religione. Si potrebbe attribuire questo diverso atteggiamento alla diversa concezione della divinità: Jahvé era molto più intransigente del Dio cristiano. Credo che la ragione sia ancora più profonda. Secondo Fromm, il riposo del sabato era importante per gli ebrei perché rappresentava non solo una norma di buonsenso peraltro ereditata dai babilonesi- riposarsi dopo il lavoro della settimana - ma era la riconciliazione dell’uomo con la natura: il lavoro interferisce con la natura, la modifica, in un certo senso la violenta (oggi molto più di ieri). Il riposo indica una pacificazione tra uomo e natura: perduta la pace del Paradiso terrestre, l’uomo deve rappacificarsi con essa; nel giorno del riposo egli non  la tocca, non la modifica. La lascia in pace. Il bonefrano aveva un rapporto conflittuale con la natura: pur rispettandola, tendeva a vederla come una bestia da domare, non solo da ammaestrare coltivandola con una fatica  enorme che gli causava sacrifici ma anche guardandola come una madre capricciosa che non sempre gli dava il raccolto sperato.
 

Potrebbe sembrare contraddittorio con tutto questo la partecipazione dei bonefrani alle feste in onore di alcuni santi: S. Nicola, S. Antonio, S. Celestino, S. Michele. In realtà anche queste  ricorrenze  finivano per avere un significato religioso piuttosto superficiale. La ricorrenza serviva per festeggiare, mettere l’abito nuovo, vedere gli amici, la sera ascoltare la banda in piazza. Una meritata pausa al lavoro. Non posso dire quanti seguissero la statua del santo in processione per vera fede o per una consuetudine. Ricordo che le processioni erano affollate ma la maggior parte della popolazione assisteva lungo le strade al suo passaggio, qualcuno metteva alle finestre una coperta ricamata in segno di omaggio al santo, qualcuno attaccava alla statua una moneta di carta forse per chiedere una grazia. La processione aveva senz’ altro un fascino particolare col suo apparato, con la banda che suonava dietro la statua del santo. Si aspettava che finisse per andare a pranzare, quando lo “sparo” annunciava che il santo stava per tornare in chiesa. Non saprei dire, però, quanto di tutto questo fosse dettato da un profondo senso religioso, quanto conservasse antiche usanze anche precristiane. I piccoli contributi in danaro o in merce (di solito era grano) che la gente dava alla commissione che organizzava la festa e che girava per le strade per la raccolta, erano dovuti poco alla fede. E’ inutile porsi certe domande. La fede è innanzitutto una faccenda personale, un rapporto diretto con Dio. La religione dovrebbe servire a organizzare la fede di ognuno rendendola corale. 

            Mi colpiva da ragazzo la diffusione della bestemmia tra gli uomini. Ognuno aveva la sua bestemmia preferita ma in genere esse erano rivolte direttamente all’apice della divinità: Dio, Cristo, la Madonna. I santi erano poco colpiti. Bestemmiare era tanto diffuso da non essere soltanto lo sfogo nei momenti di maggior tensione ma quasi un intercalare. Ho cercato di capire le cause di questa diffusione della bestemmia. Attribuirla soltanto a cattiva educazione o a una sorta di tradizione nella quale il ragazzo imparava a sentirsi più grande bestemmiando ( e fumando) o a manifestazione di virilità mi sembra inadeguato.  La bestemmia è vista a ragione come un’ offesa grave alla divinità e al credente. Va evitata anche da parte di chi non crede. Sono arrivato alla conclusione, tuttavia, che a quell’ epoca, in quelle circostanze ambientali essa non fosse una volontaria offesa a Dio. Esprimeva, piuttosto, il conflitto tra l’uomo e la divinità.  Tento di spiegarne le ragioni, anche se immagino non condivisibili. Credo che affondino da una parte nel carattere del bonefrano (di allora) e dall’altra nella vita dura e piena di incertezze.   Il  bonefrano di allora non amava manifestare apertamente i suoi sentimenti di amore. Preferiva assumere un atteggiamento duro  e quasi minaccioso soprattutto verso moglie e figli  ( t’haie fa nù passeman…). Preferiva mostrarsi forte  e capo. Non solo tendeva a tenere sommersi i sentimenti di affetto ma spesso li mascherava con espressioni di durezza : comandi secchi, spesso minacce verbali tese a manifestare il proprio ruolo. Questo modo di esprimersi era comune anche alle donne nei confronti di chi era considerato inferiore a loro nella scala sociale: i figli e in genere i ragazzi. Spesso ci si lasciava andare verso i figli ad espressioni apparentemente violente : “ puzz’   s-chettà” oppure “puzz’ cr-pà” o “ t- pozz-neccide oppure t’ m-niss’ u’ mal’ d’ sant’ D-nat’ “. Anche tra amici non era raro sentire : “ch- ssi- ccis’ o “ch-ssi-mbes’ ‘’. Nessuno se la prendeva per queste frasi: si sapeva che era soltanto un modo ruvido di esprimersi. Credo che lo stesso modo venisse usato per la divinità. Come ho già notato, di solito la bestemmia era diretta alla divinità: i santi erano meno presi di mira. Le bestemmie più frequenti riguardavano il corpo o il sangue di Dio o di Cristo o della Madonna, rafforzati spesso da epiteti offensivi. Non a caso alla bestemmia era spesso associata una riflessione amara: “ me ch- l’hai fatt- u Padretern? “. Mettendo insieme la considerazione precedente su alcune espressioni apparentemente crude verso i figli ( ma certamente ben lontane da un vero augurio) e il rivolgersi direttamente alla divinità sia pure con la bestemmia, sono persuaso che essa fosse soltanto un rapportarsi a Dio (o al Figlio o alla Madre: ma tutto in famiglia. Il nostro monoteismo, credo, è in parte solo apparente) come un tentativo di colloquio impossibile: quasi un voler richiamare l’attenzione della divinità verso i propri problemi fondamentali. Credo che le bestemmie esprimessero allora un senso di solitudine di fronte alle difficoltà, la sensazione di essere abbandonati da un Dio lontano, indifferente. Tanto più lontano quanto più presentato come un Padre amorevole. Una contraddizione per la logica inflessibile del bonefrano.

Il concetto della divinità ha subìto notevoli trasformazioni nel tempo, parallele alla evoluzione culturale. Da padrone e tiranno esigente da placare con sacrifici umani  anche dei figli    ( mi limito a citare Agamennone che sacrificò la figlia Ifigenia per ottenere dagli dei i vènti che permettessero alle navi di salpare verso Troia. Il mancato sacrificio di Isacco da parte del padre Abramo forse è il simbolo del passaggio dai sacrifici umani a quelli animali. Del resto la nostra stessa religione ammette il sacrificio del Figlio per cancellare l’ offesa fatta al Padre dagli uomini, anzi da un solo uomo) Dio è progressivamente diventato padre amoroso (Giovanni: Dio è amore).
L’ uomo, però, ha sempre sentito il peso del distacco tra lui- con i suoi problemi, la sua lotta per sopravvivere, le sue disgrazie- e il suo Dio, assente se non ostile. Prometeo fu condannato dagli dei per aver dato il fuoco agli uomini; Giacobbe dovette sostenere una strana  lotta  notturna col suo Dio uscendone sciancato. Questo senso di ostilità o di abbandono da parte della divinità  anche quando la vita diventa un peso è una voce ricorrente nella storia dell’ uomo. Un richiamo continuo anche nella Bibbia.
    Ricordo la frase di un ragazzo di Bonefro, Delfino, che mentre arava ripeteva:    mamm’,  p-cché tu nun me ‘ffucat’ quann’ so’ nnat’? che somiglia in maniera impressionante al grido di dolore di grandi figure della Bibbia. Dice Giobbe: “Perché mi hai estratto dal grembo materno?” e Geremia : “ Maledetto il giorno in cui nacqui e il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia benedetto. Maledetto l’uomo che portò la notizia a mio padre, dicendo: “Ti è nato un figlio maschio”, colmandolo di gioia” (Ger. Cap.20). Anche il senso di solitudine e di abbandono da parte di Dio e il suo nascondersi all’ uomo ricorre spesso nella Bibbia e del resto anche nel Vangelo Gesù sulla croce si lamenta col Padre: “Perché mi hai abbandonato?”.  Giobbe- che cito perché ritenuto simbolo di sopportazione- urla  più volte il suo senso di abbandono da parte di Dio. “Vado a Oriente ma Lui non c’è. Vado a Occidente, non lo vedo. Forse agisce a Settentrione. Eppure non lo scorgo. Forse si nasconde al Sud. No, per me è invisibile”. “Nella città si leva il gemito degli abitanti, la gola dei feriti implora aiuto ma Dio resta sordo a queste infamie” Non solo è visto come indifferente ma anche pronto a condannare: “ Quando la finirai di spiarmi? Cosa ti ho fatto o carceriere dell’ uomo?”, si lamenta ancora Giobbe.  Le parole di Giobbe non sono meno forti delle bestemmie dei bonefrani, cioè di gente che si esprimeva nel modo che ho cercato di dire anche per sentimenti verso i figli o gli amici.   E se figli e amici non si offendevano, sapendo che erano espressioni verbali senza malanimo, non credo che Dio (ammesso che esista) possa essersi offeso per quelle bestemmie che non voglio giustificare ma solo  tentare  di capire. In pratica, credo che le bestemmie frequenti dei bonefrani fossero assimilabili- pur nella grande differenza di espressioni- ai lamenti degli stessi personaggi biblici: un richiamo doloroso per sentirsi soli, abbandonati.  Oggi si bestemmia molto meno: segno di civiltà cresciuta ma – suppongo- anche di ridotto senso di religiosità. Il paragone non sembri irriguardoso ma parlare meno di Dio e nemmeno ricordarlo con la bestemmia è come per un politico non essere più rappresentato nelle vignette satiriche. Ho la sensazione che la fede sia soggetta ad una sorta di movimento altalenante: si espande e si contrae a seconda dei tempi e delle esigenze. Dio non è morto, come credeva Nietzsche; non è stato nemmeno sconfitto, come sosteneva Cinzio.   Forse si è eclissato, come dice Buber. Si adatta ai tempi accettando le mode umane, pronto a  tornare appena l’ uomo ne sente il bisogno. Come se vivesse soltanto nel cuore e nella mente degli uomini occupandone ora un posto d’onore ora solo un piccolo angolo nascosto. Quasi non fosse l’uomo al suo servizio ma egli al servizio dell’uomo. Del Dott. Nicola Picchione

                                                                                                 

AVE MARIA DI UN ATEO

 

Ave Maria

farfalla dei cieli

polline di stelle

che vaghi in preghiere

di poveri cuori

che hanno speranza

di giungere a te

 

Madre dei figli che vedi

ferma la scia di un lampo

per dare luce

a quelli dispersi

 

Noi atei o peste

abbiamo nel sogno

l'umana speranza

fatta di ali

per venirti a trovare

nel tuo eterno grembo

di quiete

 

 

Da Vetriolo, Michael Santhers

 

http://www.santhers.com

                                                                                                                                           

 

 

Ave Maria

nebbia di mente

e luce di chi crede

poniti come speranza

anche per noi figli incidente

di istinti e di impulsi

sfuggiti

a irrefrenabili orgasmi

 

Ave Maria

quando il tuo nome

scuce le bocche

...non credo

ma sento una flebile gioia

e non so il perché

 

Ave Maria

forse é soltanto

il tuo nome di madre

che richiama i suoi figli

fuggiti

al destino

...del mondo

 

 

 


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MIA NONNA, DONNA D'ALTRI TEMPI 

di Enzo Anchise


Era nata nel 1878, nella casa poverissima degli Evangelista, in Via di Sotto, mia nonna Incoronata. Era pia e molto devota ai santi. Casa sua era piena di una collezione di candele comprate presso i santuari da lei visitati : candele benedette di S. Michele del Gargano, dell’ Incoronata di Foggia, di S. Lucia di Sassinoro, di S. Donato di Pietracatella, di S. Maria della Strada di Matrice, della Madonna della Difesa di Casacalenda, di quella di Montecastello, Montevergine e Pompei.

 

Guai ad utilizzarle per far luce: “è peccato” diceva. Le pareti erano coperte da quadri votivi di ogni foggia, tra abatini, ex voto e crocifissi.
I vetri della credenza e lo specchio del comò erano tappezzati di santini.
Nonna Incoronata mi preparava ottimi decotti con mele e fichi, ma il ricordo delle sue enormi tazze di creta, di profumatissimo orzo, sarà per me indelebile.


Anche da ottantenne aveva conservato l’abitudine di recarsi a piedi dalla città fino al suo paese natale, attraverso la via vecchia del tratturo. Io e la mamma spesso la raggiungevamo presso la croce viaria di Campodipietra. A lei ciò non le faceva piacere perché, diceva, la interrompevamo a recitare le amate giaculatorie, in parte da essa stessa composte.


 
Vestiva sempre di nero, con pellegrina e scialle nella stagione fredda. Proferiva le sue umili preghiere ad alta voce, fino alle prime case del paese, con un grande rosario nero ed esibiva un’infinità di medagliette votive di stagno sulla “pellegrina”, come un generale, senza vergognarsene e senza avvertire fatica alcuna per la sua lunga marcia a piedi. Lo sfolgorio delle sue medagliette votive ce la facevano riconoscere anche da lontano.

Dalla nonna avevo appreso, da piccolo, una buona abitudine, quella di camminare per i viottoli dei campi con l ‘ausilio di una canna. Quando avvertivo la sete, lei faceva dei fori nella parte bassa della canna, che immergendola nei pozzi, riusciva da questi ad attingere l’acqua.

Zizì l’adorava e l’aveva costretta, suo malgrado, portandosela
in città, a redimersi da umile campagnola a cittadina, senza che migliorasse minimamente sulle sue antiche abitudini contadine. Enzo Anchise


 

                                                                                                                                                                                     


'A frettate chi lecette (frittata con alici)

Ingredienti per 4 persone:
4 uova;
500 g di alicette spogliate;
½ bicchiere d'olio;
peperoncino, prezzemolo, sale
.

 

Sbattere le uova col prezzemolo tritato e il peperoncino. Unirvi le alici.
Dopo aver mescolato bene, versare il composto in una "sartagna" (padella) con l'olio ben caldo, cercando di far addensare il più possibile il tutto prima di girare la frittata.
Variante: si possono fare delle frittatine usando di volta in volta un solo cucchiaio del composto. 
 
 (In Primonumero)

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                         

 L'ANGOLO DELL' EMIGRATO

 

L’emigrazione femminile in Argentina nella letteratura italiana Di Silvia G. Rosa 


Per ricostruire la realtà femminile delle grandi migrazioni transoceaniche attraverso l’immagine proposta dalla narrativa argentina, occorre rivolgere l’attenzione alla produzione contemporanea, perché le opere apparse prima della metà del XX secolo si occupano solo marginalmente delle donne, limitandosi a fornire di loro una visione schematica, così come rilevato nell’ambito della produzione letteraria italiana. In questi casi manca quasi del tutto un’analisi psicologica dei personaggi femminili, rappresentati con i tratti stereotipati della maschera, cristallizzati in ruoli tradizionali, spesso costretti a scegliere tra la miseria, il lavoro o la prostituzione. Nei decenni successivi l’interesse per i temi legati all’immigrazione diminuisce, in parallelo all’aumento di un desiderio di rimozione dell’origine migratoria.
Negli anni Ottanta del Novecento si assiste ad un recupero delle tematiche migratorie nella produzione letteraria di scrittori che, personalmente o attraverso l’ascendenza familiare, sono stati coinvolti nell’esodo migratorio. Il protagonista del racconto, in questi romanzi, è anche il soggetto narrante che espone in prima persona la sua storia e quella della sua famiglia. Le figure femminili assumono così una nuova centralità, dal momento che la trasmissione della memoria è affidata soprattutto alle donne, che rivestono metaforicamente il ruolo di ponte con il passato e l’identità familiare. La stima manifestata all’immagine materna prende anche le mosse da un riconoscimento dell’apporto femminile al processo di integrazione, dalla rivalutazione del lavoro domestico e dalla rivisitazione dell’attività complessivamente svolta dalle donne, che ha contribuito a migliorare le condizioni di vita della famiglia nella società di accoglienza.
Il romanzo Stefano, scritto da María Teresa Andruetto nel 1997, si inserisce in questo rinnovato panorama della letteratura argentina sull’immigrazione. Si trova qui la descrizione del famoso Hotel de Inmigrantes, oggi trasformato in Museo Nazionale dell’Immigrazione, luogo deputato ad accogliere gli emigranti al loro arrivo a Buenos Aires: L’hotel è a pochi passi dalla darsena; ha lunghi refettori e un’infinità di camere. […] Sulla porta, un cartello recita: «Si tratta di un sacrificio che dura poco».[…] I dormitori delle donne sono a sinistra, passati i cortili. Di pomeriggio, dopo aver mangiato e pulito, dopo aver appurato all’Ufficio del Lavoro il modo per trovare qualcosa, gli uomini si incontrano con le loro donne. Un attimo appena, per raccontare loro se hanno trovato lavoro. Poi passano il tempo giocando a morra, a dadi o alle bocce. […] Le donne aspettano al coperto: alcune con i bambini in braccio, una che tira fuori la tetta e la sistema in bocca al figlio, la vecchia che si è tolta le scarpe, una bambina che sembra un ragazzino e accompagna la madre prossima al parto.

Beatriz Sarlo in La maquina cultural. Maestras, traductores y vanguardistas (1998) racconta, attraverso la voce di una delle protagoniste, maestra e direttrice di una scuola povera di Buenos Aires, l’adesione del corpo docente ai principi educativi diffusi dal governo a inizio Novecento. In nome dell’unità nazionale e dell’integrazione, l’educazione di stampo nazionalista non rispettava la diversità culturale. Il personaggio di Rosa del Río descrive il primo giorno di scuola: Vidi le madri dei bambini, analfabete, molte vestite quasi come contadine, con il fazzoletto calato fino a metà fronte e le gonne ampie e lunghe. Alcune non parlavano spagnolo, erano ignoranti e apparivano nervose […]. I primi anni di direzione di quella scuola avevo più o meno un bambino straniero ogni dieci argentini; ma molti di quei bambini argentini erano figli di stranieri e in famiglia non sentivano una parola di spagnolo, soprattutto se erano bambine ed erano state cresciute sempre chiuse in casa. Quei bambini non sembravano granché puliti, con i capelli appiccicati, i colli sporchi, le unghie nere. Io mi ero detta: la scuola mi si riempirà di pidocchi. La prima cosa da insegnare a questi bambini è l’igiene. […] Cercai un barbiere […]. In mezz’ora, i bambini erano tutti rapati. […] Alle femmine, dopo aver accomiatato il barbiere, ordinai che si sciogliessero le trecce e spiegai come dovevano passarsi un pettine fitto tutte le sere e tutte le mattine […] né quelle madri, né quei bambini sapevano niente di igiene e la scuola era l’unico posto dove potevano imparare qualcosa.


Un discorso più articolato va riservato al romanzo Gente conmigo, scritto nel 1961 da Syria Poletti, che anticipa di molto la sensibilità nei confronti dell’universo femminile manifestata e diffusa dalla recente letteratura, affrontando in modo approfondito lo spinoso tema dell’integrazione nel paese d’accoglienza.
La protagonista dell’opera è Nora Candiani, la quale, in attesa di potersi riunire con i genitori già emigrati in Argentina, vive in Veneto con la nonna, imparando a redigere le lettere da spedire agli immigrati e leggendone le risposte ai familiari. La storiografia conferma che nelle strategie migratorie messe in atto dalle famiglie era frequente la scelta di lasciare al paese la parte del gruppo domestico che si delineava come consumatore, prediligendo invece quei membri che potevano aumentare il potenziale di capacità di lavoro. Nel corso di questi processi e a seguito della massiccia emigrazione degli uomini dall’Italia, vi fu una progressiva femminilizzazione delle società di partenza che comportò da parte delle donne l’assunzione di nuove responsabilità e di compiti tipicamente maschili. Aborti, parti prematuri, deformità, vecchiaia precoce, deviazioni uterine e malattie cardiache erano le conseguenze più frequenti delle fatiche agricole. All’aggravio del carico di lavoro si affiancò un nuovo protagonismo femminile nella gestione delle questioni economiche e finanziarie della famiglia: divennero compiti delle donne rimaste nel paese d’origine investire le rimesse, richiedere prestiti, soddisfare creditori, vendere e comprare capi animali e appezzamenti di terra.
I personaggi di Nora e di sua sorella Bertina, emigrata a Milano per lavorare come domestica, rappresentano due differenti modalità migratorie delle donne sole: una in cui la meta del viaggio era l’America, soprattutto, ma non solo, in vista del ricongiungimento con parenti già emigrati; l’altra, in cui la popolazione femminile, in particolare dalle zone rurali, si dirigeva in città alla ricerca di un impiego come operaia, domestica, cucitrice, balia da latte. Rispetto all’emigrazione diretta entro i confini italiani o d’oltralpe, quella delle donne sole verso l’America aveva un carattere definitivo, ma era giudicata negativamente dalla società d’origine e percepita come una minaccia per equilibri familiari e sociali già compromessi dai flussi migratori maschili. L’abbandono del paese nativo e della famiglia appariva come un comportamento “innaturale”. Molte donne, giudicate trasgressive, in realtà vissero l’emigrazione come un’esperienza traumatica di separazione e di sofferenza, spesso conseguenza di scelte altrui all’interno di strategie migratorie familiari.
Una delle principali preoccupazioni degli emigranti, all’imbarco, era quella di essere respinti durante la visita medica. A partire dal 1901, infatti, con la nuova legge sull’emigrazione, i controlli divennero accurati: le disposizioni sanitarie concordate tra Italia e Argentina impedivano l’ingresso in America a persone con malattie contagiose o malformazioni.
Nel romanzo Gente conmigo, il personaggio di Nora descrive l’esperienza della visita, vissuta da molte donne con timore e vergogna:
Entrammo in un salone vasto e nudo. Era il luogo riservato alla visita sanitaria. Accanto ad alcuni tavoli, i medici visitavano donne e bambini con rapida indifferenza. Avanti lei, avanti lei, un’altra, veloce. E le donne attendevano pazientemente, mezze spogliate e con le creature che frignavano. Il mio turno mi prese alla sprovvista: «Avanti, avanti». Il medico alzò appena gli occhi e insistette: «Si svesta. Si svesta completamente». […] Lasciai scivolare per terra gli ultimi indumenti [...]. «Lei non può viaggiare […] le disposizioni sanitarie non lo consentono». […] Io mi coprii la schiena.

I drammi che si consumavano nei porti di imbarco e in quelli di arrivo quando gli emigranti venivano respinti alle visite sanitarie sono forse tra gli aspetti più tragici della storia dell’emigrazione e testimoniano le precarie condizioni sanitarie delle classi subalterne nel primo Novecento. I giornali dell’epoca riportavano di frequente le immagini di questi drammi: famiglie separate, figli abbandonati, il dolore per la scoperta di una malattia sconosciuta. Gran parte di questa produzione pubblicistica, però, era caratterizzata da un marcato disprezzo per la sofferenza degli emigranti, in particolare quando si trattava di donne che affrontavano da sole l’esperienza del viaggio transoceanico. A queste, soprattutto negli ambienti degradati del porto, poteva succedere anche di subire abusi e violenze, di essere derubate, poste in condizione di non partire oppure di essere imbarcate per paesi diversi da quello di destinazione. Nessuno si curava delle migranti e persino le poche associazioni di beneficenza presenti nei porti guardavano a loro con diffidenza e sospetto. Una relazione del Segretariato femminile dell’emigrazione conferma questo atteggiamento: Purtroppo la donna per il miraggio di andare in America perde ogni sentimento di gentile amore per i congiunti, siano figli o genitori, che possa essere a lei d’impedimento per la realizzazione del sogno, ma non di rado perde anche quel senso del pudore che le è innato. Aggirato l’ostacolo del controllo sanitario, dopo una serie di vicissitudini, Nora giunge a Buenos Aires dove inizia a svolgere il lavoro di traduttrice, entrando in contatto con il mondo dei migranti, cercando di ambientarsi e di costruirsi una nuova identità. Conosce, innamorandosene, Renato, un giovane veneto originario del suo stesso paese, un uomo arrivista e senza scrupoli, che non comprende le motivazioni che la spingono ad aiutare gli altri immigrati, soprattutto quelli del Sud Italia. Quando Nora decide di aiutare una famiglia di calabresi, Renato pronuncia dure parole, piene di pregiudizio: Bah! Quella gente non ha dignità. Sono meridionali. Buttano all’aria il buon nome dell’immigrazione italiana. […] Non hanno responsabilità! Bevono, cantano, si divertono…Invece di lavorare e di mangiare.

La discriminazione su base regionale tra immigrati italiani si collega a quello che, in un certo senso, costituì il paradosso dell’emigrazione italiana all’estero. Gli italiani non erano un gruppo omogeneo: non possedevano una lingua comune e avevano tradizioni culturali molto diverse a seconda della provenienza regionale. Anche dopo l’Unità d’Italia, non sentivano di appartenere ad uno stesso Paese, ma continuavano a percepirsi come “settentrionali” o “meridionali”, “veneti”, “siciliani’, “piemontesi”, quando non addirittura “napoletani”, “trevigiani”, “baresi”. Gli immigrati scoprirono di essere “italiani” attraverso lo sguardo degli argentini: ciò innescò un complesso processo di costruzione identitaria, il cui esito fu del tutto peculiare ed originale per ogni individuo. Era necessario rimodellare il proprio modo di essere, aprendosi alla cultura del nuovo Paese: ciò implicò l’esperire sentimenti di abbandono, di disorientamento e di perdita, ma determinò anche un arricchimento e un mutamento degli orizzonti di riferimento.
Le parole di Nora raccontano con lucidità e amarezza le difficoltà di questo percorso di integrazione, costellato non di rado di contrarietà e di fallimenti e i sentimenti contrastanti che molti italiani nutrivano nei confronti dell’Argentina, il mito della Patria lontana a cui rivolgere costantemente lo sguardo nell’illusione di potervi tornare: Non si deve sputare nel piatto dove uno mangia. L’Argentina è questo: il piatto nel quale tutti noi mangiamo. […] Sono stati i nostri genitori a inculcarci che questo era un Paese di passaggio, dove uno deve arrampicarsi abilmente per afferrare posizioni vantaggiose, paradossalmente al margine della realtà nazionale. Loro consideravano l’Europa come il vero Paese. […] «Questo è un Paese di porcheria. Non bisogna intromettersi. Non conviene. Conviene sopportare, fingere che abbiamo rispetto di loro e aspettare il momento per fregarli. Questa non è la nostra terra. Qui la gente viene per mangiare, e non per altro. Sopporteremo. Aspetteremo». Di famiglie [che pensano] così è piena l’Argentina. […] Guardavo quelli che erano arrivati da altri Paesi e mi sembrava che sotto i loro vestiti fiammanti e il tangibile successo cercassero di bendare gli antichi squarci. E osavo pensare che nel nuovo, ampolloso idioma che tutti ci sforzavamo di parlare, pretendevamo di mettere a tacere le voci segrete dell’isolamento. E la fatica dell’ambientamento.

Il triste epilogo di Gente conmigo vede Nora, tradita e raggirata da Renato, finire in carcere. Da lì ripensa al destino di tutte le donne che ha conosciuto, segnate in modo diverso, ma analogamente drammatico, dall’emigrazione: la sorella Bertina, la cui esistenza è stata sacrificata completamente al lavoro; la lavandaia Teresa, che al momento dell’imbarco ha dovuto lasciare in Italia la sua bambina rachitica, insieme alle vecchia madre e al marito invalido di guerra, la quale commenta con tristezza: La mia figlioletta non l’hanno lasciata partire perché aveva le gambette magre. È vero, sembravano straccetti. Non poteva camminare: ma io l’avrei mantenuta! Invece i mascalzoni sono liberi! […] Le leggi sono molte ingiuste con la donna
.
Ciò che accomuna questi personaggi femminili descritti dalla Poletti, è il loro sentirsi estranei al nuovo modo di vivere, è il loro essere delusi e perdenti rispetto ai sogni e alle speranze di un miglioramento delle proprie condizioni di vita, che non hanno raggiunto, o hanno solo apparentemente sfiorato, a costo di enormi sacrifici che ne hanno minato il valore. Con essi ritorna l’immagine, presente in tutta la letteratura contemporanea, di una emigrazione al femminile segnata dalla sconfitta e dal dolore.  In ambito letterario, dunque, il fenomeno migratorio si colora dei toni grigi della disfatta, integrando in un certo senso l’analisi storiografica, tesa ad evidenziarne anche le declinazioni felici, come l’impulso dato alla lenta modernizzazione delle identità e dei ruoli femminili, ad esempio attraverso il lavoro extradomestico o l’impegno sociale e politico. Analisi storiografica e rappresentazioni letterarie strutturano così un discorso comune, teso a rivelare tutta la complessità, l’ambiguità, le contraddizioni di quel multiforme e svariato microcosmo che fu l’emigrazione delle italiane in Argentina. Di Silvia G Rosa

 

                                                                                                      

Mulisane p’u munne

Désidèrie ‘nganne
e speranze cuvate:
u pane.
Tu vai luntane
pe’ paisce sperdute
o mulisane.
Sule,
sènza na mamma
che te recumponne u liétte.
Sule,
sènza surrisce de ninne
ché t’appiccia u piétte.

 Ugo d'Ugo

                                                                                                                                                       

 

 

Sule

sènza na sposa
che te vascia ‘mmocca.
Trište,
trište e sule
chiagne nnascuoste
e nn’ lu dice maie.
Luntane,
luntane tu štaie.
U paése nell’uocchie
l’amore mpiétte
e le speranze cuvate.
Luntane tu štaie
pe’ t’abbuscà u pane.

 2002-10- 09

 

                                                                                                               
                                                                                 



MULISANE P’U MUNNE

Desideri in gola/ e speranze covate/ il pane/ Tu vai lontano per paesi sperduti/ o molisano/ Solo/ senza una mamma/ che ti ricompone il letto/Solo, senza sorriso di bimbo/ che ti accende il petto/ Solo/ senza una sposa/ che ti bacia sulla bocca/ Triste/ triste e solo/ piangi di nascosto/ e non lo dici mai/Lontano/ lontano tu stai/Il paese negli occhi/l’amore nel petto/e le speranze covate/Lontano tu stai/ per guadagnarti il pane. Di Ugo D'Ugo; 2002-10-09.

CONOSCERE IL MOLISE