RIVISITIAMO IL PASSATO

                                                                                                                                                                                          

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Da leggere questa settimana

 

Ida di Ianni : I 100 anni di Zio Salvatore

Gianni Spallone : Poesia molisana della domenica

F. Saverio Alessio : Episodi di sfruttamento di emigrati

Rina Ferrarelli : Quest'altro mondo; poesia

Mina Capucci : I Bagnolesi a Vancouver

Notizie : Dal Molise e dei Molisani

Notizie : Dall'Italia e degli Italiani


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I 100 anni di Zio Salvatore di Ida Ianni

''So passate, so arriviate'' (sono trascorsi, sono arrivati), dice semplicemente Salvatore Miniscalco, seduto su una sedia e appoggiato al suo bastone in un a delle stanze dell'Associazione culturale ''il Cervo'' di Castelnuovo al Volturno.  Cappello in mano,pantaloni e giacca di fustagno, occhi azzurri ancora vispi, viso roseo lievemente increspato da rughe, ha raggiunto la sede con le sue gambe, cosa del tutto naturale pe rchi -come lui- al mattino si alza con comodo, fa la spesa, si prepara il pranzo e poi esce passeggiando sino alla vigna per riportarne a spalla fascine per il fuoco della sera. Sono entusiasta. Lo contemplo con lo stupore negli occhi, mi viene voglia di abbracciarlo, fatico a trovare le parole per muovere la sua memoria. ''Le cose vecchie'', nel suo esprimersi.

Zio Salvatore é nato a Tolone, in Francia, dove i suoi genotori -Vincenzo e Lucia Rufo- si erano trasferiti dal minuscolo paesino alle falde delle belle Mainarde. Tornato da piccolo a Castelnuovo, li' comincia la prima elementare,che non ha mai portato a termine. Già, perché la madre -il bambino a scuola- andava a ''cacciarlo'', dovendo il piccolo ''andare con le pecore'' e con il maestro a consentirlo: ''Va, Salvatore, che magari impari a leggere indietro alle pecore....''.   É stato dunque ''sotto le armi'', che gli analfabeti come Salvatore hanno imparato a leggere e a scrivere ''per mandare notizie a casa, alla mamma...''. Sempre da piccolo, Salvatore impara a suonare ciaramella e zampogna, da autodidatta rigorosamente, e per costruire ed accordare gli strumenti doveva recarsi a Villa Latina, nella limitrofa provincia di Frosinone, in un viaggio lungo un intero giorno attraverso la montagna a piedi.

Una vita vissuta serenamente, ringraziando sempre il Signore ( ''ngraziann' Dia'', il suo continuo intercalare), nonostante gli eventi bellici che investirono nella seconda guerra mondiale Castelnuovo, nei quali la sua casa venne distrutta, la sua famiglia sfollata a Modena ed egli stesso, idoneo, prima portato in montagna dai tedeschi ed in seguito deportato in Germania. Spazzino prima della guerra per incarico dell'allora podestà di Rocchetta Filiberto de Iuliis, ''quando c'era la guerra quà'' , i tedeschi gli legarono al collo una tavoletta, con nome, cognome e data di nascita e lo traformarono in barbiere: suo compito era quello di seguire un comandante che lo portava in tutte le postazioni di montagna per fare la barba e capelli ai poveri soldati.  ''Ci stava la neve: bagnavo il pennello sulla neve, gielo passavo in faccia e facevo la barba'', ricorda. Raggiunta la famiglia a Modena, Salvatore si trova ad un bivio: o seguire i partigiani in montagna o presentarsi in prefettura per la deportazione. ''Non trovare te, non trovare più famiglia'', minaccia espressa in tedesco, lo convinse a seguire i tedeschi in Germania, dove fu impiegato in una ''farma'' nel trasportare verdure e poi a mungere vacche (''quando mi si gonfiarono le dita per il troppo mungere, mi misero in campagna a lavorare''). Un anno duró questo lavoro, dopo di che Salvatore fu mandato per sei mesi in un campo di concentramento, di cui biascica il nome, e qui - fra tanti prigionieri che ''venivano dalla guerra, uomini e donne di tante nazionalità'' rammenta ''un uomo con enormi occhi rossi'' che lo terrorizzó, facendolo scappare.

A guerra finita, é il ritorno a Castelnuovo, dalla Germania e a piedi, lungo le linee ferroviarie dismesse, Castelnuovo che raggiunse il 27 settembre 1945 e da cui era partito nel novembre 1943. La singolarità é che Salvatore non si é perso d'animo neanche durante la prigionia, perché egli stesso racconta di aver riportato dalla Germania anche''roba di lusso'', vale a dire abiti di ogni genere raccolti in una ''farma'' tedesca. ''Le case erano tutte macerie e il paese era pieno di pidocchi, zecche e rogna. Tutti marocchini in giro. Non c'era niente da mangiare'', ma qui entra in gioco la provvidenza. Quando infatti Salvatore torna, nella fame di quei giorni  - la famiglia Miniscalco aveva in verità trovato un campicello seminato a grano dalla nonna rientrata in paese nel 1944-  chiede ai familiari: ''Ma quiglie ziglie di salsiccia sotte a quella maceria?''.  Ma di che salsiccie andava farnaticando Salvatore? Quelle, conservate in un grosso recipiente di terracotta sotto sugna e nascoste in una maceria da Salvatore per sottrarle alla razzia dei tedeschi. Che gioia e sollievo per tutta la famiglia ritrovarle dopo due anni nella stessa macera!  E che profumo!  E poi gli anni della ricostruzione, il lavoro di macellaio e, nel periodo del Natale, a Napoli, Potenza o nel vicino Abruzzo con la sua zampogna a ''fare le novene''.  Da buon castelnovese ha fatto anche parte della celeberrima ''Banda musicale di Castelnuovo'', suonando fisarmonica, piffero e zampogna. 

Oggio zio Salvatore é persona assai serafica. Vedevo della moglie Cristina da trentatrè anni, circondato dalle cure dei figli Vincenzo, Antonio ed Emilio, con 8 nipoti e 10 pronipoti, vive con pienezza il suo presente, per qunto lamenti ancora poca familiarità con gli euro. Un'esisteza densa anche nel ricordo delle più remote rappresentazioni ''Gl'Cierv'' - un uomo di norma molto robusto che nel corso della giornata, prima di caracollare nella piazza del paese dalla montagna, mangiava salsicce e beveva fino ad ubriacarsi diventando davvero ''una bestia'' - o delle corse da Castlenuovo a Scapoli, in cui risultava vincitore o del Palio che si teneva a ferragosto o nella corsa dei somari, montati a pelo e che ''scappavene chiù de 'ne trene'' (erano poiù veloci del treno). ''Ntanne seva bieglie'' (allora era bello), dice Salvatore, alzandosi e preparandosi ad uscire nel gelo della sera castelnovese. di Ida di Ianni

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Poesia molisana della domenica di Gianni Spallone

Per parlare della poesia molisana della dome­nica occorre fare un’operazione prelimi­nare: escludere cioè la poesia “laureata”, (quella dei D’Acunto e degli Jo­vine, per intenderci) e concentrarsi sull’altra poesia, quella, diciamo così, “amatoriale”, domenicale, appunto, praticata da una miriade di intellettuali, maestri, medici, av­vocati che si dilettano, in lingua e in dialetto, a fare “come se”. Poiché questa poesia della domenica, tra pre­sentazioni, premi, edizioni, diffusione e promozioni, rappre­senta un fenomeno statisticamente e sociologica­mente molto rilevante forse non sarà superfluo trac­ciarne qualche contorno, sia pure in un quadro di riferimento più ampio.Tenterò di farlo, anche a costo di qualche pedanteria, didascalica­mente, fino al punto di massima chiarezza (ma attento a non banalizzare troppo). Dunque, partendo un po’ da lontano, ci sono due modi di fare poesia: 1. affrontando i grandi temi della vita (la poesia di concetti, con i poeti che in questo caso sono anche un po’ filosofi: “Ed io risposi, prima / per celia, poi perché il dolore è eterno”); 2. privile­giando la scrittura (poesia di parole, suoni, mu­sicalità, con i poeti che in questo caso esibi­scono virtuosismi linguistici spesso al limite del puro gioco: “il tuo trillo sembra la brina / che sgrigiola il vetro che incrina”). (Naturalmente i grandi poeti agiscono contem­poraneamente sui due piani, come Dante e Leopardi, ma questo ora non interessa).  Insomma, semplificando e riassumendo: la poesia è costituita da due istanze complementari (quella tematica e quella linguistica) e da una terza che le ingloba e che per comodità chiamiamo “forma poetica”.  Fino alle soglie del Novecento la “poeticità”, meglio, la sua ri­conoscibilità era riscontrabile piut­tosto agevolmente perché si dava per inscritta nelle forme (il sonetto, la canzone, l’ottava, ecc.) variamente riempite di contenuti e di lin­gua. Quest’ultima, inoltre, era considerata una lingua doppiamente poetica: perché attingeva a un codice repertato convenzionalmente come tale (augello, zeffiro, luna, speme, imago, rimem­branza, ecc.) e perché, un po’ tautologicamente, era insediata in forme anch’esse ritenute poetiche per principio. Già dalla seconda metà dell’Ottocento e poi nel corso del Novecento questo tipo di poeticità, garantita dalla verificabilità di temi, di codici linguistici e di  forme  standardizzate, entra  in crisi e decade  per una serie di motivi. Ne indico soltanto due, tra i più importanti: 1. perché i referenti si sono via via sliricizzati per allargarsi a considerare il sociale, quello che oggi si dice  “problemi della gente”, il malessere delle grandi città, il con­sumismo, la guerra, ecc. In altri termini: il poeta abbandona la propria torre d’avorio con tutto l’apparato lirico di intime lacerazioni e di vacillanti certezze e scende in strada; 2. perché, di pari passo con l’irruzione di queste tematiche del quotidiano, cambia anche il registro linguistico che da metaforico-simbolico si volgarizza, di­ciamo così, in realistico-denotativo per acco­gliere anche termini sin’allora inusitati o etichet­tati come “non poetici” (cadaveri, cloaca, droga, ecc.). Contestualmente a questi mutamenti di temi e di lingua si verifica lo scompaginamento delle forme, al punto che perfino il nobile e glorioso sonetto (per non dire del madrigale, ecc.) viene relegato al ruolo di citazione, si trasforma in metapoesia.  Insomma, anche per effetto e sotto la spinta di eventi culturali di rilievo storico universale (la psicanalisi con le associazioni libere, il cubismo con la duplicazione dei punti di vista, lo stream of consciousness), il poeta del Novecento si rende conto che i nuovi traci­manti materiali della propria officina poetica non sono più contenibili entro i confini sigillati, ver­sali e strofici, imposti dalle forme tradizionali e li sca­val­ca, aggredendoli e disgregandoli dal­l’interno. Questa aggressione demolitrice delle forme canoniche comporta conseguenze non secondarie e genera alcune ambiguità. Per es., stante l’adozione generalizzata della versificazione li­bera, diventa difficile distinguere, ma solo a prima vista, una poesia di un poeta insigne dall’esercitazione di un dilettante (mentre prima, come abbiamo detto, l’impeccabilità della forma metrico-ritmica e l’uso di registri suppostamente poetici erano sufficienti a certificare almeno un primo risultato). Assodato tutto questo, a mo’ di necessaria pre­messa, ora si può anche riformulare la domanda d’avvio: e la poesia molisana?  Ebbene la poesia molisana di oggi (a parte quella che ho definito “laureata”) è una poesia che sta nel guado, di una immobilità lacustre.  Nel senso che viene esercitata, senza che se ne intravveda una via d’uscita, su tre equi­voci . Cominciando dall’ultimo (sulle forme): è in­certa sui generi metrico-ritmici, con versi e strofe adibiti al flusso semantico non catalogabili in nessuna categoria o ti­pologia metrica. Tanto che viene il dubbio che questi componimenti eludano una questione fondamentale: che cioè versificazione libera non significa “in libertà”, arbitraria, ma sottintende e implica una contraffazione delle forme standard, un loro superamento per istituire strutture originali o rinnovate, non un annullamento in una sorta di buco nero in cui far scomparire ogni traccia di misura e di ritmo. Secondo equivoco (sulle tematiche): non si è ancora emancipata sul piano dei contenuti. Di­fatti è tenacemente ferma a censire gli usi­gnoli, a soffermarsi sui ricordi del bel tempo che fu, a rammaricarsi che Salita Sant’Andrea (si fa per dire) era tanto più bella quando la povera zì Ro­sina si affacciava al balconcino. Ora, frequentare o essere frequentati dalla tristezza e dalla malinconia, così come struggersi di nostalgia per i luoghi della memoria è senza dubbio segno di sensibilità e di buonismo, ma non automaticamente di “poeticità”.  Soprattutto se questa memoria si configura - come in tanta parte di questa poesia della domenica - soltanto e comunque come sofferta nostalgia di bottoni scompagnati, di masserie fatiscenti, di pane e pomodoro e di tante Salite Sant’Andrea; se è luogo geo­grafico, non esperienza vitale; se è solo tempo crono­logico e non  biografico, capace cioè anche di riflettere sul suo ineluttabile potere di corrosione.  Perché allora tutti questi buoni sentimenti di­ventano semplicemente un armamentario di luoghi comuni romantico-crepuscolari (mal-intesi come valori poetici) che già qualche anno fa Eco ridi­colizzò in questi termini (e tanto basti): “sembra che ... certi poeti o sono malinconici o sofferenti di sciatica o hanno qualche zia con il mal di denti”. Ultimo equivoco (sulla lingua): il poeta non “comunica attraverso un linguaggio”, ma “comunica un proprio linguaggio”, cioè una lin­gua astratta, virtuale, fa una proposta linguistica, un progetto di una lingua nuova. In poesia l’assetto linguistico è sempre preminente rispetto al contenuto (anche nei poeti superficialmente, apparentemente più semplici). Tanto è vero che la poesia non ha una funzione comunicativa, pratica, e i grandi poeti sono grandi perché creano una lingua non perché riproducono bozzetti di natura, con voli di rondini e canti di “ruscignuoli”.  Sotto questo aspetto, basta addentrarsi un po’ nella lettura per accorgersi che molti di questi poeti ap­paiono quasi surreali; parlano cioè, e in italiano e in dialetto, una lingua da museo, con un lessico logorato dal troppo uso e come conservato in serra a designare cose che non ci sono più: la ‘Merica, le sorbe, lu ciucciariello, lu surcille, il borgo antico. Del resto se è vero che lo studio della poesia che si fa a scuola ignora Luzi, Caproni, Zanzotto, Penna si capisce anche come i poeti molisani della domenica, discendenti diretti di questa scuola e contagiati (a quanta distanza!) dai virus di Leopardi, Foscolo e Pascoli, coltivino una poesia, per dirla benevolmente, d’imitazione, di sentore arcaico. E che coerentemente a queste scelte, come quella preside che al Costanzo show fece tanto arrabbiare Sgarbi perché credendo di esprimersi poeticamente diceva “arbusto” invece di “albero”, continuano a pensare che professando buoni sentimenti e esternandoli in una lingua ormai cristallizzata in formula possono aspirare a un posto dalle parti del Parnaso. Magari, a voler proprio malignare, anche senza pagare il dazio dello studio della metrica. Gianni Spallone

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                       

L'ANGOLO DELL'EMIGRATO

Qualche episodio di sfruttamento

La storia dell'emigrazione è costellata da tragedie individuali e collettive, incidenti sul lavoro, stragi di uomini, sfruttamento e persino schiavismo. Nei momenti Storici drammatici alcuni tipi di persone approfittano delle sciagure altrui; l'esodo Italiano verso le ASmeriche fu così imponente che il finanziamento a credito del viaggio transoceanico divenne fonte di arricchimento per individui di pochi scrupoli.-A San Giovanni in Fiore migliaia di persone vendettero casa, vigna, asino, tutto quello che avevano, taglieggiati e raggirati in patria, prima da paesani faccendieri poi dagli agenti di emigrazione. Alcuni di loro appena giungevano negli Stati Uniti d'America, accolti da altri criminali venivano diretti in carri merci o per il bestiame, trasportati fino in West Virginia finivano praticamente schiavi dei loro "padroni" a lavorare nelle miniere: il 6 dicembre 1907, a Mo, USA, nelle miniere n°6 e n°8 una serie di esplosioni causano una ecatombe di vite umane, dal numero imprecisato perchè neanche un terzo dei minatori era registrato, fra le vittime decine di florensi emigrati in cerca di fortuna in America. Da un'inchiesta del 1897 a Chicago risultò che il 22 per cento degli immigrati italiani lavorava per un padrone; immaginiamo la percentuale in una miniera sperduta del West Virginia.

Oltre alla vendita o all'ipoteca delle proprietà, il principale strumento di finanziamento furono i "prepaids" inviati dai parenti a dagli amici pionieri, con un'influenza percentuale dal 50 al 60%. Milioni di Italiani furono attirati in America dalle lettere dei loro congiunti che spesso contenevano i biglietti prepagati, che fungevano da propaganda all'esodo verso l'America; lettere che in popolazioni ridotte alla fame venivano condivise insieme al gruppo, nelle case, a volte nelle piazze, a volte attendibili, a volte no: in ogni caso veicolo di propaganda all'emigrazione di massa dai nostri territori.

Fu il momento d'oro delle agenzie dell'emigrazione, che in molti casi facevano vera e propria opera di esportazione degli schiavi: promettevano ricchi compensi in denaro, un lavoro sicuro; poi arrivati in America, senza conoscenza della lingua, spaesati, senza alcuna possibilità di tornare indietro, venivano affidati a dei padroni.  Lavorare per un padrone fu il destino di molti emigranti; ciò implicava il versamento di una tangente per ottenere un lavoro, l'abitazione, oltre all'obbligo di acquistare le merci in uno spaccio indicato.

Italiani già da tempo residenti negli Stati Uniti gestivano il collocamento degli immigrati quasi sempre sfruttando i propri connazionali. Giocando sull'ignoranza della lingua e del funzionamento della società statunitense, esigevano quote dei salari per il lavoro che procacciavano. Il gruppo di sfruttatori era vasto e variopinto: agenti dell'immigrazione, sub agenti, impiegati comunali, notai, padroni, strozzini.   Per cercare di diminuire i numerosissimi casi di sfruttamento venne emanata la Legge Crispi del 30 dicembre 1888 n° 5866, mantenne il carattere stettamente privatistico del contratto, limitandosi a sancire norme di polizia per controllare l'attività di agenti o subagenti; questa Legge non riuscì ad eliminare gli inconvenienti per i quali era stata varata.  Con un'altra Legge del 31 gennaio 1901 n° 23, furono abolite le agenzie per il trasporto degli emigranti e le norme che disciplinavano l'emigrazione vennero profondamente cambiate; oltre nuove modalità e condizioni per il trasporto stesso, vennero istituiti particolari organi pubblici per l'informazione necessaria sulle condizioni di vita e di lavoro nei paesi di destinazione degli Italiani migranti.  In Brasile la manodopera degli emigranti Italiani sostituì in buona parte quella prestata fin allora dalle persone usate come schiavi: in quanto bianco e cattolico l'immigrato italiano era trattato diversamente dagli schiavi di colore, ma la qualità della vita effettiva era di poco superiore, e poi le condizioni di lavoro difficili, la mentalità schiavista di molti proprietari terrieri portarono il Governo Italiano a proibire l'emigrazione in Brasile con il Decreto Prinetti del 1902.Francesco Saverio ALESSIO

                                                                                                

A un’amica d’infanzia

Ti ricordi cosa dice la gente di quelli
che partiti non son mai tornati?
<<Hanno attraversato il fiume dell’oblio, >>
come se il nuovo mondo fosse l’altro mondo.
Però, io son tornata, e non solo nei sogni
o nei crepitii codificati delle case.
Son tornata, e per miracolo
ci siamo ritrovate, tu la stessa, io la stessa.
Abbiamo fatto lunghe passeggiate
sulla strada che svolta nella pineta fuori paese,
siamo andate fino alla sorgente,
quell’acqua così buona, così fresca,
abbiamo riempito bottiglie e damigiane.
Di ritorno ai posti dove ora siamo di casa-
la mia via tranquilla e alberata,
il tuo appartamento che dà sul corso,
così diversi dai vicoli stretti e storti
dell’infanzia, il centro storico
della nostra vita-non mi sembra possible
che tu sia già tanto lontana, tre mila miglia
con nemmeno un giorno fra di noi.
Quale tempo, quale luogo è il sogno?
Mi sento come un’ombra, fatta di nebbia.

                                                                        

 To a childhood friend

Remember what our townspeople say
of those who leave and never come back?
"They've crossed the river of forgetfulness,"
as if the new world were the other world!
But I did come back, and not in dreams
or messages coded into creaking floors.
Came back, and miracle of miracles,
found you the same, us the same.
We took long walks again along the road
that curves out of town into the pine grove.
We drank from the mountain spring,
the water so cold our sinuses hurt,
we filled bottles and demijohns.
Back in the places we now call home,
my quiet tree-lined street, your apartment
overlooking the avenue, so different
from the narrow winding vícoli of our childhood,
the centro storico of both of our lives,
I find it hard to believe you're three-thousand miles
out of reach with less than a day between us.
Which time, which place is the dream?
I feel light as a shade, made of fog.

Rina Ferrarelli

La Famiglia Bagnolese festeggia 40anni a Vancouver di Mina Capussi

40 anni fa un manipolo di italiani molisani dava vita ad un’Associazione che ha avuto il grande merito di tenere unita la grande famiglia bagnolese di Vancouver, fondando, per l’appunto, la Famiglia Bagnolese Society. Erano anni difficili, gli anni della grande emigrazione italiana che ha portato fuori dai confini nazionali milioni di persone, spinte dalla miseria, dal desiderio di trovare nuove e più vantaggiose condizioni di vita, opportunità di crescita per i propri figli. Quel manipolo di coraggiosi, i fondatori del sodalizio, decisero di mantenere viva la cultura, la lingua, le tradizioni del loro paese, creando un punto di riferimento e di ritrovo dove educare le nuove generazioni all’amore per la Madre Patria. Quei fondatori erano Joe Tinaburri, Pietro Moccia, Guido Tinaburri, Costanzo Gabriele, Gino Camele, Toni De Vita, Vincenzo De Vita , Natalino Finamore , Guido Lazazzera, Giovanni Manzi. Joe Santucci e alcuni di loro hanno presenziato, non senza una punta di commozione, alla serata di gala che ha siglato il Quarantesimo Anniversario, con la riproposizione della Festa della Casacca, il costume tipico bagnolese, immancabilmente presente in ogni occasione, evento, manifestazione organizzata dall’Associazione.  Il Presidente del sodalizio, Angelo Lippucci, ha voluto fare le cose alla grande, tanto che oltre 550 persone hanno partecipato alla serata presso il salone delle Feste del Centro Culturale Italiano di Vancouver.... Una serata di condivisione, di grande allegria, di commozione, di ricordi, senza dimenticare i primi coloni che partirono da Bagnoli del Trigno, minuscolo centro del Molise che ha subito, al pari di tanti nostri paesi, lo spopolamento dovuto all’emigrazione di massa.

In apertura, dunque, sono stati letti i messaggi di saluto del Primo Ministro del Canada, on. Stephen Harper, del Premier della British Columbia, Gordon Campbell, del Sindaco di Vancouver, Gregor Robertson, del Console Generale d'Italia, Francesco de Conno, del Governatore della Regione Molise, sen. Michele Iorio, che in questi giorni è in Australia, a Perth, impegnato in una visita istituzionale tra le comunità molisane dell’Oceania, e del Sindaco di Bagnoli del Trigno, Lello de Vita.    La festa è entrata nel vivo con uno spettacolo folkloristico, che ha presentato agli ospiti il costume tipico di Bagnoli, la cosiddetta “casacca”, con gli stupendi, coloratissimi ricami per le donne, il panciotto e la catena dell’orologio per gli uomini. Una quadriglia per entrare nell’atmosfera e il maestro di cerimonia, nonché past president, Vito Ialungo, ha invitato il Presidente Lippucci su palco, per il saluto di benvenuto a tutti gli ospiti.

                                                                                                   
                                     Con Pietro La Barbera e Florence Della Valle

I ringraziamenti più “succulenti”, per così dire, sono stati per le signore, che hanno dato il meglio di loro stesse nella preparazione dei dolci tradizionali, buttatiell, taralli, corpelle e ferrate, mentre un caloroso “grazie” è andato ai commercianti di Bagnoli del Trigno, che hanno contribuito spontaneamente, con grande generosità, offrendo la torta di 550 porzioni, lo champagne e il viaggio per 2 persone a Las Vegas, il premio più ambito della ricchissima lotteria.  “Lunga vita alla Famiglia Bagnolese – ha esclamato Angelo Lippucci, che ha proceduto al taglio della torta assieme alla moglie, la signora Rina Ciarniello Lippucci – il nostro pensiero va all’Italia, al Molise, alla nostra amata Bagnoli che non abbiamo mai dimenticata e che vive nel profondo del cuore di chiunque abbia lasciato una terra difficile, eppure bellissima, che oggi offre tesori gelosamente preservati, l’aria, l’acqua, montagne e colline di incomparabile bellezza, panorami incredibili, le coste bagnate da un mare cristallino, fiumi e torrenti impetuosi, laghi, boschi, evidenze storiche, artistiche, architettoniche e archeologiche. Il Molise è la nostra casa, il cui pensiero dolcissimo ci ha sostenuto all’inizio in questa terra di grande accoglienza che ci ha ospitati!” A siglare le parole del Presidente Lippucci, l’inno canadese, e quello italiano, dinanzi ad una platea in piedi, in rispettoso silenzio. Prima della cena la benedizione del cibo, da parte del Parroco di Bagnoli, don Mauro Di Domenica, giunto appositamente dall’Italia per prendere parte all’importante cerimonia del 40° Anniversario della Famiglia Bagnolese Society. Don Mauro si tratterrà in Canada fino al 13novembre, e si sposterà domani a Powell River, una cittadina a nord di Vancouver, dove celebrerà, il 4 novembre, una messa in ricordo dei bagnolesi defunti.   Ancora un momento di spettacolo, con lo Show “Golden Spike Can Can Girls”, chehanno regalato alla serata un momento di autentico stile western, contanto di gonne a ruota, volants, calze a rete e giarrettiera.  CONTINUA

                                                                                                                 

 

 


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NOTIZIE DAL MOLISE E DEI MOLISANI


ISERNIA : ...Da quattro anni sto denunciando uno dei più sciagurati e colossali sperperi di denaro pubblico la cui responsabilità va ricondotta in primo luogo al sindaco di Isernia Gabriele Melogli, che ne è il principale sostenitore politico, e in secondo luogo alla Cricca Nazionale, per lungo tempo associata alla patrie galere, i cui componenti hanno avuto parte attiva nella gestione del progetto e dell’appalto.
In questa regione, dove molte iniziative scandalose della Pubblica Amministrazione (vedi le attività del Ministero per i Beni Culturali) vengono messe sotto il tappeto del silenzio, lo scandalo dell’Auditorium piano piano sta assumendo la giusta dimensione in conseguenza delle mie puntuali segnalazioni fino ad oggi inascoltate da parte del Sostituto della Repubblica di Isernia. 
...
CONTINUA

ROMA : ...Nel pomeriggio l’On. Aldo Patriciello ha partecipato all’incontro con la delegazione delle reti dei comitati e delle associazioni contro l’eolico selvaggio che si è tenuto a Roma per sensibilizzare il Parlamento italiano allo scempio paesaggistico e naturalistico che si sta verificando nel Molise. Patriciello si è trovato pienamente d’accordo con le opinioni espresse dalle persone presenti e, come già ieri nell’incontro che si è tenuto a Sepino-Altilia, ha confermato la sua solidarietà ed ha espresso tutta la sua ansia e preoccupazione per le scelte energetiche operate dalla Regione Molise. Tali scelte, secondo Patriciello, portano ad un devastante proliferare di impianti eolici che deturpano l’ambiente; al contrario gli amministratori, a tutti i livelli, dovrebbero valorizzare le bellezze naturali dei nostri territori e dovrebbero dare vita a politiche che le trasformino in fonte di ricchezza e occasione di lavoro per i giovani. (ufficio stampa).

MOLISE : Istituite in Molise due riserve naturali regionali. La Giunta regionale del Molise ha deliberato, su proposta dell’Assessore all’Ambiente, Salvatore Muccilli, di istituire la Riserva Naturale Regionale “ Guardiaregia – Campochiaro” ricadente nella provincia di Campobasso“, per un’estensione complessiva di Ha 3.135 affidata in gestione all’associazione di volontariato WWF Oasi e la Riserva Naturale regionale “ Monte Patalecchia, torrenti Lorda e Longaniello” per un’estensione di Ha 2.223 ricadente nei Comuni di Castelpetroso, Santa Maria del Molise, Castelpizzuto, Isernia, Pettoranello del Molise, Longano e Sant’Agapito in Provincia di Isernia ed affidata in gestione all’associazione di volontariato Italia Nostra, sezione di Isernia. 

RICCIA : Giuseppe “Spedino” Moffa: lo “zampognaro” che incide cd

Cantautore molisano trentunenne, innamorato della musica popolare, si racconta in questa intervista all’indomani della presentazione del disco “Non investo in beni immobili”. Da Riccia a Roma, dove suona nella band dei Co.mpari, ha cominciato la carriera a 4 anni fra tastierino e tamburi a frizione. «Mi sono avvicinato alla zampogna per riascoltare la novena natalizia che ormai non si faceva più da anni al mio paese…» ..
CAMPOMARINO:Brani di letteratura italiana, poesie e favole riproposte in arbereshe agli alunni delle scuole di Campomarino, Ururi, Portocannone e Montencilfone.E' questa l'ultima iniziativa degli sportelli linguistici del Molise arbereshe nell'ambito di ''Ottobre piovono libri'', quest'anno incentrata sulle ''parola d'italia''. Nell'ambito della manifestazione, gli sportelli del Basso Molise hanno voluto curare quattro eventi che si svolgeranno a ottobre nei centri a minoranza linguistica sul tema ''tra storia e memoria'' coinvolgendo i giovani delle comunita'.
<>ABRUZZO-MOLISE :Antonio Di Marco, Coordinatore regionale Abruzzo-Molise de “I borghi più belli d’Italia” accompagnato dai Sindaci dei borghi abruzzesi ha partecipato ieri, a Palazzo dell’Emiciclo, alla conferenza dei Capigruppo consiliari della Regione Abruzzo.
L’invito del Presidente Nazario Pagano è arrivato a seguito di richiesta da parte del coordinamento fatta per valutare il progetto di legge a sostegno dei borghi abruzzesi facenti parte del prestigioso club ANCI.Questo è quanto riferisce Di Marco sull’incontro: “Siamo soddisfatti la Conferenza si è espressa in modo favorevole e si è resa disponibile a perfezionare la L.R. 13 del 2004 inserendo la nostra proposta nell’articolo 5 per renderlo un tutt’uno. I capigruppo si sono impegnati a seguire l’iter brucratico affinché, in tempi strettissimi, sia integrata la norma che sosterrà, annualmente, “I borghi più belli d’Italia” abruzzesi.
Il Prossimo appuntamento è Navelli dove il Coordinamento regionale si riunirà per definire gli ultimi dettagli relativi alla legge regionale dopo Navelli l’assemblea regionale si incontrerà a nell’unico borgo molisano Oratino

 

                                                                                                                                                                                                    

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PANE CUTTE E FOJJE
(pane cotto con foglie di rape)

Ingredienti per 4 persone:
1 kg di foglie di rapa
4 fette di pane raffermo
1 spicchio di aglio
½ bicchiere di olio d'oliva
sale
peperoncino piccante

Soffriggere in un tegame olio, aglio e peperoncino. Lessare in un pentolone con almeno 2 l d'acqua le foglie di rapa già pulite e lavate. A cottura avvenuta, cioè dopo circa 15 min., scolarle ed aggiungere le fettine di pane condendo in un capiente contenitore con il soffritto.