DA LEGGERE QUESTA SETTIMANA SU QUESTA PAGINA

 

Peek a boo : La commemorazione dei Defunti

Michael Santhers : Vado a trovarli; poesia

Settimanale del Molise :  Isernia rasa al suolo

Paolo de Chiara : Isernia Rasa al suolo

Luigi Mazzuto : Commemorazione del bombardamento d'Isernia

Giuseppe d'Angelo : Emigrazione Italiana nel Venezuela

Francesco Saverio Alessio : Emigrazione e xenofobia

Notizie : Dal Molise e dei Molisani

Notizie : Dall'Italia e degli Italiani

Enzo Minisssi : La questione Sociale in Italia

La Republica :  Ricercatori in fuga


 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                 

Nell'approssimarsi del 2 novembre,

la commemorazione dei defunti. di Peek a boo

Si avvicina il mese in cui l'intero Molise ricorda i suoi defunti, e mi ritornano alla mente le riflessioni di un amico di Casacalenda che oggi è come se non fosse mai nato. Di un po' di anni più anziano di me, quando non era della vena giusta, soleva farmi delle confidenze che non ho mai dimenticate. "Gli amici morti - mi diceva - è come se non fossero mai esistiti; ed io, per non soffrire inutilmente, ho voluto cancellarne il ricordo".

Di poi mi rivelava che, quando gli ritornavano alla mente le loro fattezze, avrebbe voluto domandare:"Che fate qui? Chi vi ha chiamati? Io non vi conosco!", bene sapendo che i defunti lo avrebbero guardato addolorati, lasciando cadere le braccia, ma senza rispondergli. Forse sapevano che li riconosceva, che serbava stampato in mente (assieme al nome) il loro viso e la voce. Ma si ritiravano, senza insistere.

Forse provavano pena per lui, che era vivo, mentre lui non aveva pietà di loro perché pensava che non soffrissero più e perché oramai non potevano sentirsi soli, come a lui pareva di essere su questa terra. In verità non si sarebbe potuto definire derelitto neppure uno come lui che, di amici vivi, ne contava ancora parecchi. Ma pareva sempre che se ne stesse a studiarli con diffidenza, giorno dietro giorno, quasi fossero dei "traditori" che - volutamente - fossero sul punto di abbandonarlo.

Ogni sera, quando si ritrovava con qualcuno di loro, li guardava di sottecchi e mormorava dentro di sé: questo birbante non me la conta giusta. Mi dice che tutto va bene; che gli esami clinici hanno avuto un buon èsito, che c'è solo un'ombra nella cardiografia, che magari si tratta di un bottone di camicia inghiottito per sbaglio, assieme alla minestra. Invece, magari se ne sta andando, in punta di piedi.

Tra un mese, o due, avrebbe potuto ritrovare il suo nome sul giornale oppure l'annuncio funebre sulle cantonate:"Si è spento", oppure "è mancato ieri", o meglio ancora "Ha cessato di battere il cuore generoso"; od infine l'immagine piacevole, preferita dalla rituale (retorica) mestizia di tante agenzie:"Nel pomeriggio di oggi, è tornato alla casa del padre ...".  Un amico "superstite" di Ururi mi ricorda certe prodezze sue che non sto qui a raccontare. Quasi avesse ancora trent'anni, rivela:"Ho fatto qui, ho fatto là ...". Ma non è per farmi invidia; forse dice queste cose solo per il bisogno esistenziale di "coprire" quella fuga che, prima o poi, dovrà porre in essere pure lui.

"Bravi! - diceva un altro mio sodale larinese, molto più avanti di me negli anni, quando vedeva morire i suoi amici ed i conoscenti, uno dopo l'altro. "Bravi! Ve ne andate tutti, con lo sberleffo. Ma fate bene. Tanto cosa abbiamo più da dire fra di noi? Dobbiamo raccontarci delle malinconie? O peggio, delle bugie? Andate, andate. Il tempo di finire la sigaretta e poi vengo anch'io".

Ma li mandava avanti, sperando di non raggiungerli mai. Quando gli riferivano che pure il tale del centro storico o il talaltro di Piano S. Leonardo se n'era andato, domandava ed esclamava:"Cosa volete? La gente muore!", quasi che lui non avesse avuto alcunché a fare con quanti gli premorivano. In tal modo gli fu possibile scongiurare la "partenza" fino a 96 anni e poi di andarsene, fingendo di dormire.

Hanno ragione i vivi quando chiamano "poveri" i morti. Infatti essi, non avendo più il corpo (e quindi i sensi) non hanno alcunché. E l'anima senza il corpo è ben povera cosa, come ammette pure la Chiesa, promettendo - con la fine dei tempi e col giudizio universale - la restituzione delle spoglie mortali affinché i risorti vadano al gaudio od alla sofferenza eterni, muniti di quel prezioso ed insostituibile strumento "d'ossa e di polpe" (che pare essere la nostra sola e vera sostanza), anche nell'al di là.

 

 VADO A TROVARLI

I miei morti
vissero tutti aggrappati
a una vita di stenti

In un unico cimitero
sono sepolti
un pò sparsi, a piani diversi
con ombre e luci diverse

Ogni tanto come in vita
vado a trovarli
e ho l'impressione
che tra loro non si siano
mai più ritrovati 

 

Da:Sorrisi Pignorati 

 

 

Lo vedo dai loro ritratti
che non hanno mai perso
il dolore

 

Lo vedo dai fiori che tremano
nell'esser lasciati da soli
alla guardia di corpi
che....tremano...tremano..
.tremano...tremano

A volte
un fischio d'inganno
nel vento...respiri
e ...dormono...dormono...
..dormono..

 

http://www.santhers.com

 


 

 

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 RIVISITIAMO IL PASSATO

 

 

10 Settembre 1943 : Isernia rasa al suolo

 

8 settembre 1943, data che doveva segnare la fine della II guerra mondiale per l’Italia, si rivelò al contrario data fatidica per la penisola. Dopo il proclama letto alla radio, dal maresciallo d’Italia e Capo del Governo, Pietro Badoglio : "Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate angloamericane.

La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza ", fu messa in atto la rappresaglia nazista. L’abbandono della Capitale da parte dei vertici militari, del Capo del Governo Pietro Badoglio, del Re Vittorio Emanuele III, e di suo figlio Umberto dapprima verso Pescara, poi verso Brindisi, la confusione, provocata soprattutto dall’utilizzo di una forma che non faceva comprendere il reale senso delle clausole armistiziali fu dai più erroneamente interpretata per la seconda volta come la fine della guerra generando ulteriore confusione presso tutte le forze armate italiane in tutti i vari fronti sui quali ancora combattevano, e che, lasciate senza precisi ordini, furono sbaragliate. La ritorsione da parte degli ormai exalleati nazisti, i cui alti comandi, come quelli italiani avevano appreso la notizia dalle intercettazioni del messaggio radio di Eisenhower, non si fece attendere tanto che fu immediatamente attuata "l’operazione Achse" ovvero l’occupazione militare di tutta la penisola italiana, il 9 settembre l’affondamento della Corazzata Roma, il 10 settembre i bombardamenti che interessarono sia la capitale , che altre cittadine italiane tra cui anche Isernia.

Il 10 settembre 1943, la zona sud di Roma è teatro di uno degli episodi più drammatici ed eroici della Resistenza: la battaglia di Porta San Paolo, l’estremo, disperato tentativo da parte dei militari e dei civili italiani di opporsi all’occupazione tedesca della capitale avviata subito dopo l’annuncio dell’armistizio. 8 settembre 1943, gli scontri a Porta San Paolo. Il Messaggero, uscito nella tarda mattinata del 9 settembre 1943, riportò in prima pagina: "Da ventiquattro ore le nostre forze armate hanno cessato le ostilità contro gli eserciti anglo-americani, ma esse non hanno del tutto deposto le armi e l’eco del cannone giunge di quando in quando fin nel cuore di Roma. I nostri soldati fronteggiano alcuni tentativi...." (segue un tratto bianco tagliato dalla censura). Roma capitolò nel pomeriggio del 10 settembre e fu dichiarata "città aperta". A Porta San Paolo caddero con le armi in pugno 414 militari e 156 cittadini".

Anche Isernia il 10 settembre del ’43 con le sue migliaia di morti, fu tra le vittime di tale assurda propensione dell’esercito Usa a gettare bombe sui civili, del tutto inutili ed evitabili. Dopo 66 anni si ricorda ancora come la gente molisana salutava l’arrivo degli aerei statunitensi, ritenuti amici,sventolando fazzoletti bianchi, che invece riversarono bombe nemiche proprio sulla città molisana. Armistizio che invece fu una catastrofe. Il rombo degli aerei si trasformò in breve in una spietata pioggia di esplosivo che in pochi minuti ridusse la città in un cumulo di macerie, tanto da trasformare Isernia in una città fantasma, devastata, le bombe uccisero circa 4000 persone, radendo al suolo l’intero centro abitato. Ricerche storiche hanno avanzato l’ipotesi che Isernia trovandosi su una delle 4 linee di resistenza tedesche che attraversavano il Molise, potesse rappresentare un facile transito per i Tedeschi verso la Campania e la costa adriatica. Una spiegazione storica che andrebbe a "motivare" il bombardamento alleato, ma non la strage. Da il Settimanale del Molise, 13 settembre 2009


La strage d'Isernia del 10 settembre 1943.

Mentre la lotta popolare e partigiana liberava l’Italia dal regime barbaro e criminale del fascismo che si reggeva solo grazie all’occupazione nazista, l’esercito USA disseminava l’Italia di bombardamenti inutili e dannosi alla stessa Lotta di Liberazione, anche perché strumentalizzati dalla propaganda nazifascista.

Isernia, come Montecassino, il 10 settembre del ’43 con le sue migliaia di morti, fu tra le vittime di tale assurda propensione dell’esercito Usa a gettare bombe sui civili, del tutto inutili ed evitabili; un “vizio” che invero il governo Usa conserva ancora oggi (vedi le migliaia di civili vittime dei bombardamenti nella ex Jugoslavia, in Iraq, in Afghanistan ecc.). 

Ma è bene ricordare che la responsabilità principale di quella strage che costò migliaia di civili alla città di Isernia, rimane il regime fascista e le classi agiate di banchieri, industriali e latifondisti che lo formarono e lo sostennero; senza il regime criminale di Mussolini, l’Italia non sarebbe stata sprofondata nel disastro della guerra al fianco dei nazisti ed episodi come quello di Isernia non sarebbero esistiti. E’ bene che queste responsabilità storiche, politiche e morali vengano sempre ricordate, per evitare che al “Monumento” di Isernia la celebrazione del 10 settembre si riduca ad un mero rito vuoto di significato.

Chi scrive, oltre che rappresentare il PCL Molise, avendo perso un zio di vent’anni in quel tragico 10 settembre ad Isernia, intende rappresentare anche il senso di rabbia di quei cittadini isernini parenti di quelle vite spezzate per nulla a causa della guerra nazifascista e che, anche grazie a quella tramandata tragica esperienza, hanno assunto come valore di riferimento, del tutto attuale, il ripudio di ogni guerra imperialista e delle spese militari, senza se e senza ma. Paolo De Chiara

Messaggio per il bombardamento d'Isernia del 10 settembre 1943

Questa giornata (venerdì 10 settembre 2010), così come tutte quelle celebrative della memoria storica, assume una valenza fondamentale nella vita quotidiana di ognuno di noi. In particolare, oggi, il pensiero corre alle vittime isernine del bombardamento del 10 settembre del 1943. La città fu assediata da circa trenta aerei da guerra, i paurosi Boeing-B17, da tutti conosciuti come American Flying Fortress (Fortezza Americana Volante). Fu un attacco inatteso, subdolo, che colse tutti impreparati. La guerra era ormai finita. L’armistizio firmato l’8 settembre lo aveva ufficialmente sancito. Eppure gli alleati colpirono Isernia e i suoi cittadini, gente laboriosa che si era ben risollevata e non senza sforzi dalle fatiche del primo conflitto bellico. Nel giro di pochi attimi, un’efferata pioggia di ordigni fu riversata sul capoluogo. Centinaia e centinaia le vittime.

La statua collocata in piazza X Settembre, realizzata dall’artista altomolisano Alessandro Caetani, ben rappresenta l’atrocità di quei momenti: gli uomini furono privati di ogni bene, di qui la nudità della scultura; le loro case furono ridotte in macerie; le bombe come saette piovvero dal cielo. Sulle spalle della statua spicca una stola con un orlo a tombolo, ad indicare l’operosità e il riscatto di un’identità violata, ma mai strappata. La grandezza degli isernini fu quella di sapersi risollevare. In tanti tornarono alle fatiche dei campi, la produttività e l’economia, tra mille stenti, ripartì.

Ecco, allora, cosa significa “commemorare”, cosa significa mantenere viva la memoria storica, soprattutto in un momento difficile per gli italiani e, in particolar modo, per i molisani e i cittadini di questa Provincia. Stiamo attraversando un momento di profonda crisi sociale ed è proprio in un momento come questo che deve essere ricordata la tenacia e il valore dei nostri avi che neppure dinanzi alle barbarie della guerra si sono scoraggiati. A testa alta hanno difeso i loro valori, preservato la loro identità. Dalla macerie hanno ricostruito le case. Dalla polvere è rinata la vita. Luigi Mazzuto

 

 

                                                                                                                                                                                                                                 

 L'ANGOLO DELL'EMIGRATO

 

Una emigrazione di prima generazione in America Latina: il caso del Venezuela Giuseppe D’Angelo,

 Allora lei è nato emigrante?– No, io sono nato cittadino americano. Sono diventato emigrante quando sono venuto qui. Ma sono nato cittadino americano, proprio come Bush [riferendosi a GeorgeBush padre]. Io non saprei più dire di quale nazionalità sono. Sono nato negli Stati Uniti, poi undici anni di Africa, poi quarantadue che sono qua. Ho due passaporti, quello venezuelano e quello statunitense, e forse un terzo, quello italiano. Così rispondeva a una mia domanda D.D.L., da tutti chiamato Mimì1, emigrato da un paese della provincia di Salerno, Sicignano degli Alburni. Mimì è stato il primo che, dopo la Seconda guerra mondiale, ha cercato fortuna e benessere in Venezuela insieme a un nucleo di suoi compaesani. Essi costituiscono il «piccolo universo originario» dei miei studi sui flussi migratori italiani verso il paese caraibico. Un interesse che dura ormai da vent’nni e che ha esaminato sotto diversi aspetti l’argomento, ma che solo ora affronta, piùesaurientemente, il contributo che le interviste e le storie di vita, raccolte ormai molti anni fa, possono offrire alla ricostruzione di una storia orale dell’mmigrazione italiana in Venezuela. Essa presenta caratteristiche del tutto particolari, rispetto ad altri flussi migratori –sicuramente piùimportanti, quali quelli orientati verso l’Americasettentrionale, quella meridionale, o verso i paesi europei – sia per quanto attiene ai tempi e alle modalitàcon i quali essi si sono sviluppati, sia per alcune caratteristiche proprie dell’emigrazione in Venezuela. Assai scarna,comunque, èla bibliografia italiana sull’argomento, cosìcome appare ridotta quella venezuelana. Le testimonianze raccolte rappresentano una occasione pressochéunica di incontrare una «prima generazione» di migranti, che si insedia in un paese nel quale èquasi del tutto assente una collettivitàorganizzata e stabile di connazionali.

L’mmigrazione italiana in Venezuela

Sino alla seconda metàdel xx secolo, il Venezuela non rappresenta una meta dell’emigrazione italiana che pure, tra la fine del secolo xix e l’nizio di quello successivo, ha vissuto una lunga stagione di partenze, in molti casi di definitivi abbandoni, orientati principalmente verso gli Stati Uniti, l’Argentina e il Brasile. Era, inoltre, del tutto  sconsigliato cercare fortuna nel paese caraibico, a causa sia delle condizioni ambientali, sia di quelle economiche del paese4. Sino alla conclusione del secondo conflitto mondiale, la comunitàitaliana era stimata tra quattromila e seimila unità(Vannini de Gerulewicz, 1980; Colmenares Peraza, 1940, pp. 26-27). Dopo la guerra inizia un breve e intensissimo periodo di migrazioni dall’Italia verso il Venezuela che segna gli anni Cinquanta e si interrompe, bruscamente cosìcome si era avviato, con la caduta di Marcos Péez Jiméez, il 23 gennaio 1958; durante gli anni immediatamente successivi, si assiste all’esaurimento degli arrivi –orientati ora, prevalentemente, verso i paesi europei e verso il triangolo industriale italiano, Milano-Torino-Genova –e a un piùconsistente flusso di rientro. Parte della collettivitàitaliana, che aveva vissuto gli anni della dittatura péezjimenista con un notevole senso di rassicurazione e di fiducia, non crede che la democrazia di Romùo Betancourt possa garantire le stesse aspettative del periodo precedente, una medesima congiuntura favorevole, una uguale, benevola attenzione delle autoritàgovernative nei confronti della collettivitàe del lavoro italiani. Tra il 1949 e il 1960 entrano nel paese poco piùdi 220 mila italiani e rappresentano tra il 30 e il 35 per cento della popolazione straniera presente (Berglund Thompson e Hernádez Calimá, 1977; Id, 1985). Gli immigrati italiani giunti in Venezuela dopo il conflitto costituiscono, dunque, il primo nucleo di una presenza di massa: troppo pochi erano i connazionali nel Paese e diverse erano state le motivazioni che li avevano indotti a migrare; differenti, inoltre, erano i rapporti intercorsi tra questi e la popolazione locale (D’Angelo, 2009, pp. 189-94). Èdel tutto evidente l’enorme differenza con coloro che si trasferirono, subito dopo la guerra, in Argentina o negli Stati Uniti. Questi ultimi incontrarono una societànella quale l’elemento di origine italiana era giàpresente, aveva una sua storia consolidata, viveva completamente nella societàospite e giàalcune generazioni separavano i capostipite del fenomeno dai loro nipoti e pronipoti. In Venezuela il paese è per la primavolta, di fronte a una immigrazione di massa italiana spinta dalla fame, dalla disperazione, dalla tragedia di una guerra persa. Si può dunque, parlare di «una» prima emigrazione con caratteristiche originali, poichéessa èuna delle pochissime delle quali si puòancora ascoltare la voce. Credo possa essere utile, inoltre, la prospettiva dalla quale propongo di rileggere quelle interviste, evitando di ripercorrere attraverso esse la storia di un flusso migratorio che sembra del tutto analogo a quelli descritti sin dal secolo scorso spinto dalla miseria a cercare miglior fortuna «oltreoceano». Si pensi alle pagine di Edmondo De Amicis e al suo Sull’ceano (1890) o a quelle di George Goyan (1898) che descrivono le affollate sale d’attesa delle stazioni ferroviarie del Mezzogiorno d’Italia, nelle quali rannicchiate e ammucchiate […] intere famiglie […] si trascinano dietro un bagaglio confuso di masserizie casalinghe, si spaventano e si meravigliano di tutto ciòche si svolge sotto i loro occhi, si stupiscono perfino della compassione, mista a curiosità di cui sono oggetto. Èpovera gente, che prende congedo dall’Italia, illudendosi assai spesso che il suo allontanamento sia solo temporaneo e che non dispera di tornare a morire di vecchiaia sullo stesso suolo sul quale oggi non vuole morire di fame. Mi sembra piùinteressante far raccontare alle interviste quel che esse hanno da dire sulla capacitàdi integrazione di genitori e figli, sulle aspettative lavorative e di vita dei migranti, sul rapporto che essi mantengono con l’Italia. Questi temi costituiscono tre aspetti peculiari di una prima generazione e con il passare del tempo tendono inevitabilmente a svanire, mostrando significative differenze giàtra la prima e la seconda generazione. Un’ltima annotazione di carattere metodologico. Non ci si trova di fronte a un campione vasto o con caratteristiche, scelte ex ante, di rappresentatività Gli intervistati sono in numero abbastanza esiguo e provengono da un unico centro –ovvero hanno sposato, o sono i figli, di emigranti, di Sicignano. Nonsi cerchi, dunque, altro che quel che essi possono offrire. Sono, del resto, tutti coloro che sono diventati, in tanti anni, i «miei amici» venezuelani.

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Emigrazione e xenofobia di Francesco Saverio Alessio
 
Dopo più di un secolo di emigrazione in molte Nazioni del mondo il senso di appartenenza etnico dei discendenti degli Italiani nei confronti del loro paese d'origine non solo si è conservato ma adesso è incentivato e coltivato, dal Canada, al West Virginia, dall'Argentina alla Germania; basti pensare all'autoidentificazione di più di 14 milioni di cittadini statunitensi con l'Italia.

Alcuni Paesi come il Canada sono ormai strutturalmentemulti culturali, ed il pluralismo culturale del mondo anglofono ha indubbiamente favorito il perdurare di rapporti privilegiati con il paese d'origine. La Lingua Italiana è attualmente una delle più studiate al mondo, il diffondersi della dieta mediterranea, del design italiano, la indiscutibilità del nostro patrimonio Artistico e Culturale sembrano aver consolidato il senso di appartenenza etnica delle generazioni di discendenza Italiana all'estero.

Soprattutto all'inizio del grande esodo gli Italiani furono oggetto oltre che di sfruttamento di numerosi episodi di xenofobia. I braccianti Italiani, come quelli Marocchini o dell'Europa dell'Est oggi in Italia, accettavano paghe più basse dei braccianti locali; ad Aigues Mortes, in Francia, nove italiani furono assassinati con un banale pretesto da una folla di lavoratori francesi nel 1893. Stessa sorte toccò ad undici siciliani a New Orleans nel 1901, accusati di appartenere alla Mafia. Oltre a queste vere e proprie stragi gli episodi di pestaggi o omicidi singoli furono molto numerosi.

--La xenofobia ideologica ebbe molte forme:

"abbiamo all'incirca in questa città trentamila italiani, quasi tutti provenienti dalle vecchie province napoletane, dove, fino a poco tempo fa, il brigantaggio era l'industria nazionale. Non è strano che questi briganti portino con se un attaccamento per le loro attività originarie" era scritto sul "New York Times" il 1° gennaio 1894; la violenza veniva indicata quindi come un prodotto di importazione, connaturato alla cultura e alla tradizione degli immigrati Italiani.

Gli Italiani del Meridione erano accusati di essere sporchi, rumorosi, arretrati come qualità della vita e nelle relazioni interpersonali, e di praticare rituali religiosi primitivi, di trascurare l'istruzione dei figli, di costringere in una condizione di assoluta subordinazione la donna all'interno derlla famiglia.

I Siciliani erano inseriti nel censimento del 1911 come "non white", non bianchi, di pelle scura e comunque le statistiche censivano separatamente gli Italiani del Nord e quelli del Meridione come appartenenti a due razze diverse: una "celtica" e l'altra "mediterranea".

In Brasile la presenza Italiana era cosi forte da generare conflitti con i brasiliani di altra provenienza. Gli Italiani venivano considerati commercianti disonesti al punto da definirli e chiamarli "carcamano" dal gesto di calcare la mano alterando il peso misurato dalla bilancia. Come appellativo dispregiativo verso gli italiani negli Stati Uniti venivano usati anche epiteti come "dago" e "wop" ( Italiano o straniero dalla pelle scura, usato in senso dispregiativo anche per Portoghese, Spagnolo, Messicano).

In Australia il colore della pelle mediterranea dei meridionali fu un evidente fattore discriminante: i siciliani furono considerati 'semi-coloured', come nel censimento Statunitense del 1911, dove erano definiti "non white". Il primo Governo in carica in Australia, collegato a quello Inglese, tendeva a formare una società di etnia anglo-celtica operando un programma politico definito della "White Australia".

Negli Stati Uniti d'America diminuito il bisogno di manodopera a basso costo furono votate alcune fondamentali leggi volte a frenare l'immigrazione. Dal giugno 1920 al giugno 1921 furono registrati negli Stati Uniti più di 800.000 nuovi immigrati, provenienti per due terzi dall'Europa meridionale e orientale: il Congresso votò d'urgenza una legge approvata per alzata di mano.
Il Quota Act del 19 maggio 1921 limitava il numero degli stranieri ammesso annualmente, e per nazionalità, al 3 per cento del numero dei rispettivi connazionali stabilitisi negli Stati Uniti nel 191O. Questa legge venne applicata fino al 1 luglio 1924, quando entrò in vigore il National Origins Act, approvato nel maggio 1924, che riduceva le quote di ciascuna nazionalità al 2 per cento dei rispettivi connazionali residenti negli Stati Uniti nel 1890. Con la prima quota che limitò l'emigrazione europea vennero ammessi 42.000 italiani , nel 1924 il numero scese a 5645.

Le leggi sull'immigrazione gli anni venti posero fine all'immigrazione italiana negli Stati Uniti, stabilendo delle quote per ogni nazionalità, discriminarono di fatto tra le popolazioni del nord Europa e quelle dell'Europa Sud Orientale codificando il pregiudizio antimeridianale. Francesco Saverio Alessio

 

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NOTIZIE DAL MOLISE E DEI MOLISANI

 

MAFALDA - MAR DEL PLATA Mar del Plata e Mafalda - ha affermato il sindaco Riccioni -  sono unite da decenni da un legame indissolubile. Proprio a Mar del Plata, infatti, risiedono 500 famiglie mafaldesi, un dato che non si può trascurare. E’ per questo che oggi con orgoglio firmo l’atto di reciprocità che rappresenta il primo grande passo verso il gemellaggio”.Entusiasmo e gioia per il risultato raggiunto oggi è stato espresso anche dal Sindaco di Mar del Plata che ha affermato: “Grazie a tutta la comunità mafaldese per l’ospitalità e la calda accoglienza. Per noi è importante essere qui oggi e vi portiamo il saluto di tutti i vostri compaesani che vivono nel nostro comune”. La conclusione del Consiglio Comunale è stata affidata al Presidente del Consiglio Regionale, Michele Picciano: “Questo momento  rappresenta una tappa importante per la storia del nostro Molise che va a fortificare ulteriormente il rapporto già forte tra i molisani e i molisani all’estero.

CAPRACOTTA Entro metà ottobre l’insediamento del nuovo ambasciatore d’Argentina in Italia: Torquato Di Tella originario di Capracotta. “L’orgoglio capracottese è sparso nel mondo e molti figli di questa terra stanno portando alto il suo nome, facendone un vessillo che va mostrato con fierezza”. Le parole del sindaco di Capracotta, Antonio Monaco, racchiudono la grande soddisfazione di aver visto nuovamente sugli scudi il nome della località del Molise Altissimo, salita ancora alla ribalta grazie questa volta a Torquato Di Tella, neo ambasciatore della Repubblica Argentina in Italia. Un altro importante personaggio dei nostri tempi, che ha radici capracottesi di cui va particolarmente fiero. Quella stessa fierezza di cui parla il sindaco riferendosi alla fresca nomina di Di Tella. “Non possiamo che esser onorati per questo importantissimo incarico – commenta il primo cittadino – conferito ad un nostro conterraneo, figlio di un capracottese emigrato in Argentina in cerca di fortuna alla fine dell’80.. CONTINUA

VENAFRO CORSO DI LINGUA PER CITTADINI EXTRACOMUNITARI AD ISERNIA

Il centro territoriale permanente di Isernia, in collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e la Regione Molise, organizza il progetto “Voci dal Mondo 4”, corso gratuito di lingua, cultura italiana ed educazione civica per immigrati extracomunitari residenti nella provincia di Isernia, con regolare permesso di soggiorno e con età minima di 16 anni. Un primo incontro preliminare si terrà presso la sede del Centro Territoriale Permanente della scuola di S.G. Bosco, in C/so Garibaldi 43, il giorno 30/09/2010 alle ore 17.00. Il corso, che inizierà nei prossimi giorni, terminerà nel mese di giugno. A conclusione del corso, sulla base della effettiva presenza, è previsto un esame per la certificazione dell’Italiano L2, secondo gli standard di riferimento del Quadro Comune Europeo delle Lingue. È inoltre previsto un piccolo contributo per coloro che assicureranno una presenza di almeno il 70% del totale delle ore previste

LARINO  BIVAC è uno spazio socio-culturale ideato e creato dall'associazione culturale LARINO EVENTI e dedicato alle arti e al piacere dei sensi, che si propone quale luogo di incontro intorno ai temi e ai linguaggi estetici della cultura contemporanea: uno spazio aperto in cui dialogare, ricercare, produrre comunità e cultura intesa nell’accezione più ampia di gioco, azione, attività, opera, divertimento.
BIVAC infatti promuoverà cicli tematici di incontri, performance, audiovisioni, laboratori artistici proponendosi quale ulteriore nodo di connessione tra le varie espressioni sociali della comunità cittadina. BIVAC è il luogo ideale per promuovere il TUO evento! Per la prima occasione, il 30 ottobre l'Associazione culturale Larino Eventi ha organizzato una serata musicale che vedrà l'esibizione di artisti emergenti del panorama locale e nazionale.

MOLISE  Corso manageriale nei castelli del Molise.  Sabato 30 ottobre si svolgerà,  presso il Castello di Monteroduni (IS), la presentazione del corso di formazione "Scacchi e strategie aziendali", riservato a manager e dirigenti di primarie aziende italiane. Il programma della giornata prevede la presentazione di un modulo innovativo - sperimentato con successo nel corso delle precedenti tre edizioni - a cui hanno già aderito nei mesi scorsi oltre 40 dirigenti di aziende quali Accenture, Alitalia, Booz Allen, Enel, Telecom Italia, Terna e Wind. All’evento è prevista la partecipazione dell’Ing. Rocco Sabelli, Amministratore Delegato di Alitalia, e del Campione Italiano di scacchi, Lexy Ortega.

PORTOCANNONE    Anche a Portocannone ‘Piovono libri’ e, nello specifico, questa mattina è piovuto l’opuscoletto curato dagli addetti agli Sportelli Linguistici contenente fiabe e favole della tradizione arbereshe. Gli alunni delle due classi di prima media dell'Istituto Comprensivo Scolastico Skanderbeg sono stati invitati alla lettura del libricino oltre che dallo staff dello Sportello Linguistico di Portocannone formato da Maria Antonietta Mancini e Filomena Occhionero Manes e la referente Angela Carafa, anche dalla dirigente scolastico Ida Giuliani e dalle insegnanti Ida Greco e Rossella Calabrese. Dopo una breve introduzione sull’importanza della lingua Arbereshe come scrigno delle tradizioni del passato, le Sportelliste hanno spiegato ai ragazzi la differenza tra lingua albanese e lingua arbereshe e poi sono passate alla lettura delle fiabe e i racconti contenuti nel libricino.