RIVISITIAMO IL PASSATO
 
Da leggere questa settimana su questa pagina
Cultura e turismo : Scoperte paleolontiche
Cultura e Turismo : Le origini del Popolo Sannita
Prima pagina Molise : Donna Olimpia Frangipane
Eco del Molise : Donne ieri, oggi, domani
Nicola Picchione : Le Donne di Bonefro
Michael Santhers : Ritratto, poesia
Domenico Donatone : La letteratura dialettale Molisana
Luigi Antonio Trofa : La Vita, poesia
Notizie : Dal Molise e dei Molisani
Notizie : Dall'Italia e degli Italiani

 

                                                                                                                                                                                                                                            

IL MOLISE E I MOLISANI HANNO UN LUNGO PASSATO. 
(Da Cultura e Turismo)
 
PALEONTOLOGIA

La scoperta nel 1978 del sito paleolitico della Pineta, nelle vicinanze di Isernia, rappresenta un tassello importante per l’evoluzione della conoscenza sull’origine dell’uomo (paleoantropologica e paletnologica ).
Il sito paleolitico, con attività di scavo in corso, si estende per circa 30.000 mq., ed era abitato da ominidi che vivevano di caccia e di raccolta di frutti selvatici. Dagli scavi finora effettuati risultano diversi livelli di frequentazione: il sito fu scelto, a distanza di molto tempo, varie volte e il giacimento é molto ricco di strumenti in pietra lavorati (industria litica), mentre i dati palinologici consentono di ricostruire la vegetazione del tempo, che doveva essere tipica della savana. Dai fossili è emerso che gli animali più frequenti erano il bisonte , il rinoceronte e l'elefante; meno frequenti erano l'orso e l'ippopotamo, mentre molto rari erano i cervidi, il cinghiale e il thar. E’ stato ritrovato anche un dente di leone.
Gli ominidi utilizzarono le ossa degli animali più grossi per bonificare il terreno paludoso, e costruire così le proprie dimore. In un'area dell'insediamento sono state trovate ossa più piccole, alcune delle quali mostrano di aver subito un intenso calore. Questo dato, unito alla presenza di chiazze di argilla arrossata, fa pensare che nell'accampamento si usasse il fuoco. Altro ritrovamento fa pensare che usassero polveri per colorare
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La scoperta nel 1978 del sito paleolitico della Pineta, nelle vicinanze di Isernia, rappresenta un tassello importante per l’evoluzione della conoscenza sull’origine dell’uomo (paleoantropologica e paletnologica ).
L’uomo preistorico che l’abitava (di cui non sono stati ancora trovati fossili ossei) è stato chiamato homo aeserniensis, e visse in questo accampamento circa 736.000 anni fa. Questa scoperta, insieme al ritrovamento nel 1994 di un cranio umano nella non lontana zona del basso Lazio ( Uomo di Ceprano ), e altri fossili umani rinvenute nel 1997 in Spagna (Uomo di Atapuerca), vissuti ambedue circa 800.000 anni fa, hanno definitivamente smentito la 'Short Cronology', una teoria che faceva risalire le prime presenze di ominidi in Europa a circa 500 mila anni fa.
Rimangono però aperte le questioni circa l’evoluzione del genere homo, ovvero se noi
(
homo sapiens) deriviamo dall’homo neanderthalensis (teoria Multiregionale) o no (teoria Africana). Infatti si pensa che l’uomo di Atapuerca e di Ceprano possa essere migrato dall’Africa circa 1 milione di anni fa per poi evolversi in Europa nell’uomo di Neanderthal, e nell’homo sapiens in Africa. L’eventuale futura scoperta di fossili umani negli scavi dell’accampamento La Pineta potrebbe aiutare i paleontologi a svelare gli interrogativi. Tutte queste notizie si possono apprendere anche visitando il Museo di Santa Maria delle Monache, nel centro storico di Isernia, dove sono esposti tutti i reperti e dove si può assistere ad una ricostruzione multimediale della vita nel paleolitico. (Da: Turismo in Molise. Sannio Comunità Montana)


L'EPOCA SANNITICA
 
LE ORIGINI DEL POPOLO SANNITA.

All’origine dei popoli che in epoca storica si trovavano insediati nell’Italia centro-meridionale sono le migrazioni. La tradizione, riferita dagli scrittori antichi, vuole che i Sabini, situati nel cuore dell’Italia centrale, praticassero il ver sacrum (lo primavera sacra), la cui descrizione ci è pervenuta da Strabone, da Festo e da altri autori antichi: i Sabini, in momenti di pericoli o di calamità naturali, quali guerre, epidemie, carestie, solevano dedicare al dio Marte tutto ciò che nasceva nella successiva primavera; i bambini nati in tale periodo non venivano immolati, ma allevati come sacrati (consacrati) e, raggiunta lo maggiore età, dovevano lasciare la loro tribù alla ricerca di nuove terre guidati da un animale sacro, stabilendosi nel luogo che si pensava l’animale avesse indicato. I primi sacrati, secondo la tradizione, erano capeggiati da Comio Castronio e partirono in settemila verso il sud sotto la guida di un bue. Il luogo prescelto da questi divenne poi la culla della loro nazione e dal bue prese il nome di Bojano. Sono questi i futuri Sanniti.
Questa tradizione, che presenta varianti non sostanziali tra le varie versioni, avvalora lo tesi secondo cui quei popoli che oggi vengono definiti umbro-sabellici e che si estendevano in tutta la zona medio-adriatica, da mare a mare in corrispondenza dello Campania e a sud fino alle aree interne della Calabria, discendevano dallo stesso ceppo, quello umbro-sabino, alcuni in forma diretta, come i Sanniti, altri in forma indiretta Questi popoli, a riprova della comune discendenza, parlavano varietà dialettali dello stessa famiglia linguistica, quella ‘italica’ o ‘osco-umbra’. Dalla tradizione del ver sacrum si può anche ricavare che tali movimenti avessero sia una funzione rituale ed espiatoria, in rapporto all’evento al quale si doveva far fronte, sia una motivazione socio-economico dovuta allo sovrappolazione e al bisogno di nuove terre
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È probabile che tale pratica fosse in qualche modo legata allo spostamento stagionale delle greggi transumanti. Si può ipotizzare anche che le primavere sacre iniziate forse già nell’età del bronzo nell’ambito delle comunità di pastori-guerrieri dell’Appennino, si siano protratte per centinaia di anni e che abbiano costituito una forma pacifica di assestamento dei popoli in ambiti territoriali sempre più definiti. Riti molti simili a quelli delle primavere sacre non erano solo dei Sabini delle epoche pre-protostoriche, ma venivano praticati anche in epoca storica presso i Celti della Gallia Cisalpina e talvolta presso gli stessi Romani.


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IL POPOLO E IL TERRITORIO.
 

Il territorio dell’attuale provincia di Campobasso era abitato nei tempi preromani da popolazioni di stirpe sannitica: i Sanniti Pentri ed i Sanniti Frentani.  I Sanniti definivano se stessi con il nome di Safineis e Safinìm ero il loro territorio; dai Romani erano chiamati Samnites e con Samnium si indicava il paese da essi abitato; dai Greci erano definiti Saunitai e Saunitis era il Sannio. I termini Sabini, Sabelli, Samnites, Safineis sono legati da un preciso nesso etimologico, avendo in comune la radice indoeuropea sabh-, che nei dialetti latini si evolve in sab- (Sabini, Sabelli, quindi Samnites e Samnium) ed in quelli osco-umbri in saf(Safineis, Safinim). Sabini e Sanniti erano dunque imparentati anche nel nome. Gli antichi utilizzavano come sinonimi i termini Sabelli e Samnites; entrambi avevano una duplice accezione: una, più ampia, riferita al carattere etnico, usata per definire tutti i popoli di lingua osca, separati geograficamente e istituzionalmente ma della stessa origine; in questo senso oggi si preferisce il termine Sabelli per indicare nel loro insieme Sanniti, Frentani, Peligni, Vestini, Marsi, Lucani, ecc.. L’altra accezione, più ristretta, è riferita all’entità politico-amministrativa del Samnium; in senso ancora più restrittivo Plinio intendeva per Samnites soltanto la tribù dei Pentri.  Oggi come Samnites si indicano comunemente gli abitanti del Sannio, cioè nel loro insieme Pentri, Carricini, Caudini e Irpini. Il loro territorio non aveva sbocchi sul mare in nessuno dei due versanti e si estendeva dal fiume Sangro fino, grosso modo, all’alto corso dell’Ofanto. I Carricini, la tribù meno popolosa, erano stanziati tra il Sangro ed il Trigno; i Pentri, popolo montanaro forte e temibile, occupavano il cuore del Sannio attorno al Matese e si estendevano nella zona corrispondente all’attuale Alti e Medio Molise e all’alta valle del Sangro in Abruzzo; i Caudini erano i più occidentali, insediati ai margini della pianura campana attorno al medio corso del Volturno; gli Irpini occupavano la parte più meridionale del Sannio, tra l’alto Ofanto e l’alto Calore.
I popoli sabellici, dunque, non costituivano una nazione unitaria, ma erano organizzati autonomamente in territori ben definiti: a nord del Sannio si trovavano nuclei minori quali Marsi, Vestini, Peligni, ecc.; a sud di esso erano i Lucani, dai quali si staccarono i Bruzi (secondo la tradizione “schiavi ribelli”); ad ovest, nell’attuale Campania, si erano insediati popoli della stessa origine; ad est, lungo la costa adriatica tra il Sangro ed il Fortore, erano i Frentani.
Queste popolazioni nel corso del tempo trovarono modo di collegarsi tra loro in rapporto agli interessi politici ed economici che avevano in comune nei diversi momenti; ad esempio nel IV secolo a.C. esisteva una temibile lega sannitica volta a contrastare il crescente pericolo romano.
L’organizzazione del territorio ha alla base i pagi, le unità territoriali che nel loro insieme costituiscono la touto. Nell’ambito del territorio di ciascun pagus, del territorio della touto e infine dell’insieme di ogni touto sono dislocate le funzioni in relazione alle esigenze delle comunità: i vici (i villaggi), che nel loro insieme costituiscono il pagus; gli oppida e i castella, cioè luoghi montani fortificati, di varie dimensioni in relazione alle pertinenze, che costituiscono un sistema via via più complesso in rapporto al loro ambito di azione territoriale, e che sono a dominio dei villaggi, delle vie di comunicazione, delle aree più aperte e bisognose di tutela; i santuari, le cui dimensioni e la cui diffusione sono determinate dall’entità della comunità di cui sono al servizio (santuari della touto, santuari dei pagi, santuari dei vici); i tratturi, le vie delle greggi transumanti nonché vie di comunicazione in senso lato, che attraversano ampi territori e che superano i confini di ogni singola touto.

 

 
LO STATO SANNITICO
Alla base dell’organizzazione politica e territoriale di ciascuna tribù sannitica c’è la touto (lo stato), con un governo di tipo repubblicano su basi democratiche. Ogni touto aveva un centro che fungeva da capitale e che rappresentava il fulcro amministrativo dell’intera touto. Bovianum era la capitale dei Pentri. Larinum era la città principale dei Frentani. A capo della touto c’era il meddix tuticus, il magistrato supremo dotato di poteri giurisdizionali, militari e religiosi, deputato a rappresentare il popolo nel rapporto con la divinità. La carica di meddix era elettiva ed annuale. Ogni touto era divisa in un certo numero di pagi (distretti territoriali), che costituivano le sottounità amministrative su base territoriale, semi indipendenti nelle questioni sociali, agricole e religiose. Esistevano inoltre altre magistrature inferiori con competenze specifiche, anch’esse elettive; nelle iscrizioni sono menzionati gli edili, i censori, i pretori, ecc. Dovevano dunque esistere sia un consiglio, probabilmente a carattere consultivo, sia un’assemblea, con diritto di eleggere i magistrati.
Se questa organizzazione ci è sufficientemente nota per i Sanniti Pentri, per i Frentani la mancanza di documentazione impedisce per ora di poter avanzare ipotesi al riguardo.   Di un buon numero di magistrati supremi ci sono pervenuti i nomi tramite gli autori antichi, ed in particolare quelli che trattano delle guerre sannitiche; una documentazione più abbondante in merito è ora offerta dai testi epigrafici, cronologicamente riferibili soprattutto al II° secolo a.C. Di grande ausilio ai fini della ricostruzione di elenchi dei sommi magistrati in successione e degli stemmi delle singole famiglie sono i bolli laterizi di una officina pubblica, da localizzare nella piana di Bojano. Le tegole riportavano l’indicazione dell’anno di fabbricazione mediante l’indicazione abbreviata della carica (m (eddix) t(uticus) seguita dalla formula onomastica del magistrato, generalmente con il prenome, il gentilizio ed il prenome paterno. Dai gentilizi è possibile enucleare, quali più ricorrenti, gli Staii, i Decitii, i Papii, gli Egnatii, ecc.
(Da Cultura e Turismo, Prov. di Campobasso)
 
 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                            

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UN FIGURA FEMMINILE DEL PASSATO

 

Donna Olimpia Frangipane e il Circolo Illuminista di Castelbottaccio

 

Olimpia Frangipane Ricciardi, figlia del Duca Don Giuseppe Frangipane Ricciardi, feudatario di Mirabello e della Duchessa Donna Marianna Bonocore, nasce il 16 Luglio del 1761 a Mirabello. Va sposa a soli venti anni al Barone di Castelbottaccio, Francesco Cardone, di quarantasei anni più vecchio a cui darà ben tredici figli di cui otto femmine. Se i Frangipane erano di lontane origini romane, acquistando fama, ricchezze e feudi nel Regno di Napoli al tempo degli Angioini, il casato dei Cardone ha origine ad Atessa, poi diventando feudatari dei Castelbottaccio nei primi decenni del ‘700.  

Donna colta, intelligente, particolarmente bella ed affascinante, coltiva e diffonde, nelle “remote contrade del Molise[1]”, le idee di libertà che si andavano affermando dalla Francia al resto di Europa, attirando presso il suo “salotto” (la Casa Baronale dove dalla tarda primavera all’inizio dell’autunno si rifugiava) i giovani intellettuali locali. Crea, in tal modo, un vero e proprio Cenacolo, incubatore di idee rivoluzionarie e culla del giacobinismo molisano. Neanche quando la repressione borbonica toccò il suo “salotto” (1795), con l’arresto dei suoi più importanti frequentatori, Donna Olimpia abbandonò i molisani scampati, assicurando, dalla sua residenza napoletana, il massimo dell’impegno e della sua acclarata influenza per salvarli e\o proteggerli.

Gli ultimi anni della vita di Donna Olimpia sono segnati da diversi lutti familiari e da una condizione economica non più così serena come lo era stata in precedenza. Nel 1810, infatti, le muore il marito e solo sette anni dopo (1817) la figlia Carmela che era andata in sposa al nipote di Gabriele Pepe. Nel 1825 morirà anche il figlio Don Giuseppe Cardone.  Dopo la morte del marito, convive con il Conte di San Biase, Don Francesco de Blasiis fino al 1830, anno in cui ormai settantenne la bellissima e colta baronessa muore. Olimpia Frangipane Ricciardi, figlia del Duca Don Giuseppe Frangipane Ricciardi, feudatario di Mirabello e della Duchessa Donna Marianna Bonocore, nasce il 16 Luglio del 1761 a Mirabello.

Va sposa a soli venti anni al Barone di Castelbottaccio, Francesco Cardone, di quarantasei anni più vecchio a cui darà ben tredici figli di cui otto femmine. Se i Frangipane erano di lontane origini romane, acquistando fama, ricchezze e feudi nel Regno di Napoli al tempo degli Angioini, il casato dei Cardone ha origine ad Atessa, poi diventando feudatari dei Castelbottaccio nei primi decenni del ‘700.

Donna colta, intelligente, particolarmente bella ed affascinante, coltiva e diffonde, nelle “remote contrade del Molise[1]”, le idee di libertà che si andavano affermando dalla Francia al resto di Europa, attirando presso il suo “salotto” (la Casa Baronale dove dalla tarda primavera all’inizio dell’autunno si rifugiava) i giovani intellettuali locali. Crea, in tal modo, un vero e proprio Cenacolo, incubatore di idee rivoluzionarie e culla del giacobinismo molisano. Neanche quando la repressione borbonica toccò il suo “salotto” (1795), con l’arresto dei suoi più importanti frequentatori, Donna Olimpia abbandonò i molisani scampati, assicurando, dalla sua residenza napoletana, il massimo dell’impegno e della sua acclarata influenza per salvarli e\o proteggerli. Gli ultimi anni della vita di Donna Olimpia sono segnati da diversi lutti familiari e da una condizione economica non più così serena come lo era stata in precedenza. Nel 1810, infatti, le muore il marito e solo sette anni dopo (1817) la figlia Carmela che era andata in sposa al nipote di Gabriele Pepe. Nel 1825 morirà anche il figlio Don Giuseppe Cardone.  Dopo la morte del marito, convive con il Conte di San Biase, Don Francesco de Blasiis fino al 1830, anno in cui ormai settantenne la bellissima e colta baronessa muore. Da Prima Pagina Molise

DONNE, IERI, OGGI, DOMANI

Il circolo neoilluminista ‘Donna Olimpia Frangipane’ è l’Associazione culturale sorta a Castelbottaccio quattro anni fa, il 24 luglio 2005, con l’intento di tutelare e valorizzare i beni naturali e culturali con particolare riguardo a quelli custoditi nel territorio di Castelbottaccio, nonché di promuovere e realizzare idee che diano forza e lustro al ruolo della donna nella nostra cultura, società e realtà. 

Non a caso il nostro circolo è ispirato e dedicato alla figura della baronessa Frangipane, personaggio di spicco nel panorama culturale del Molise tra il XVIII sec e XIX sec, per aver promosso ed animato a Castelbottaccio un cenacolo letterario di chiara ispirazione illuminista, ospitando letterati e filosofi attratti dalle idee liberali che circolavano in Europa.
Ecco quindi che nasce, nel 2008, il concorso letterario, dedicato alla scrittura femminile, ‘Donne… ieri, oggi, domani’.

Nel giorno dell’anniversario di fondazione nel nostro circolo, il 28 luglio, è prevista la cerimonia di premiazione del concorso letterario ‘Donne… ieri, oggi, domani’-seconda edizione; un premio di scrittura femminile, diffuso, così come avvenuto per la 1^ edizione, su tutto il territorio nazionale, grazie alle nuove tecnologie; quest’anno, inoltre, è prevista la presentazione dell’Antologia del concorso stesso, con la pubblicazione delle opere della prima edizione.CONTINUA

Nicola Picchione: Le Donne di Bonefro

                                                                                 

 Ritratto

 

Fronte di cera

in attesa a ravvisarsi

a lievo bacio

e con due occhietti furbi

solleticati da ali di farfalla

in estasi al primo esplodere

di primavera

e separati da un nasino

alla francese

presentuoso al cielo

a dire... quel blu

é riflesso nei miei due laghetti

di mistero

sopra un bocciolo

con un petalo in accento

a spronare un sorriso biricchino

e di tanto in tanto

celato in movenze

da una chioma

damascata

 

                                                                                             

 

che poneva l'enigma 

di un'età acerba

che in recita

incendiava impeti adulti

mentre assemblavo

il puzzle del ritratto

spezzo' l'incanto

un cameriere burbero

per mettermi al dilemma

... un altra costosa bottiglia

o alzare i tacchi

a cedere la compagnia

di quell'incanto

a un petulante cliente

habitué del night

 

Capii che la poesia

é paglia di fuoco per i vivi

quanto mai inutile per l'inferno

 

Michael Santhers, Da Vetriolo.