RIVISITIAMO IL PASSATO


   
                     
                                      

Da leggere questa settimana su questa pagina

 

Cultura e Turismo : La Storia dei Sanniti

D. Donatone : La Letteratura Dialettale Molisana

Luigi Antonio Trofa : La vita, poesia

Antonio di Giorgio : Emigrati del dopo guerra

Lo Specchio on line : Protagonisti della Comunità

G. Mingarelli : Personaggi di Montréal

Notizie : Dal Molise e dei Molisani

Notizie : Dall'Italia e degli Italiani

 


 

É A DISPOSIZIONE DEI MOLISANI IL LIBRO ''RICETTE MOLISANE'', IN LINGUA FRANCESE, (RECETTES DU MOLISE).  IL LIBRO É PRECEDUTO DA UN AMPIA PRESENTAZIONE SULLA CULTURA MOLISANA.  CON QUESTO LIBRO L'AUTORE, FRANCO NICOLA, VUOL FARE CONOSCERE AI QUEBECCHESI LA NOSTRA REGIONE E PROMUOVERE COSI IL TURISMO VERSO IL MOLISE.  IL LIBRO É IN VENDITA PRESSO L'AUTORE AL COSTO DI 25  DOLLARI CANADESI. RICHIEDETELO A QUESTO NUMERO 514.750.8993; OPPURE A QUESTI INDIRIZZI : business@amicomol.com  et masfrakal@videotron.ca

 

 

                                                                                                                                                                                                                                  

          

                                           IL LUNGO PASSATO DEL MOLISE                                                          

                                                                                                               


LE GUERRE SANNITICHE

Nella prima metà del IV secolo a. C. Sanniti e Romani erano le due maggiori potenze in Italia, entrambe in espansione; tra i due popoli lo scontro era inevitabile, convergendo gli interessi di entrambi in zone strategicamente ed economicamente di grande importanza: la valle del fiume Liri, ricca di risorse agricole e di giacimenti minerari di rame e di ferro nei Monti della Meta che la dominano a nord-est, e la Campania, terra fertilissima e popolosa che nei tempi remoti era stata anch’essa oggetto delle migrazioni attraverso le primavere sacre ma la cui popolazione, a contatto con la civiltà greca ed etrusca, si era ormai allontanata dagli usi e costumi dei Sanniti.  La causa occasionale dello scoppio delle ostilità fu offerta dall’assalto dei Sanniti al piccolo popolo dei Sidicini e quindi ai Campani, e dal conseguente intervento di Roma. Dal 343, anno di inizio della prima guerra sannitica, al 304, anno in cui ebbe termine la seconda, i due popoli si fronteggiarono con alterne vicende; i Romani, nel tentativo di entrare nel Sannio attraverso la via che da Capua conduce a Benevento, dovettero subire la disfatta ignominiosa delle Forche Caudine (321), ma riuscirono infine a penetrare nel cuore del Sannio fino alla capitale Bojano, che fu presa neI 305. La pace conseguente fu durissima per i Sanniti e segnò la fine delle loro aspirazioni sulla valle del Liri e sul mare: essi mantennero l’indipendenza ma furono costretti a sacrificare al controllo romano sia la valle del Liri che il territorio ad ovest dell’Appennino.   Nel frattempo i Romani avevano portato avanti una accorta politica di accerchiamento del Sannio stringendo alleanze con Apuli e Lucani. I Frentani da quel momento, si prestarono, in qualche modo, a fiancheggiare la politica di Roma, allontanandosi così dagli altri Sanniti e seguendo un proprio percorso sia in politica estera che come organizzazione interna.
Nei 297 a.C. i Sanniti riuscirono a formare una forte coalizione insieme ad Etruschi, Galli Senoni, Umbri, Lucani, popoli tutti minacciati dall’espansionismo romano e preoccupati di difendere la propria individualità statale. Nella battaglia di Sentino, del 295, definita la "battaglia delle nazioni”, si decisero le sorti della penisola: le perdite degli alleati furono disastrose: vi trovarono la morte circa 25.000 uomini e tra questi lo stesso valoroso condottiero Gellio Egnazio. I Sanniti, da soli, continuarono la guerra per altri quattro anni, ma alla fine furono costretti a chiedere la pace; essi continuarono a mantenere l’indipendenza e quasi tutto il loro territorio così come era stato delimitato alla fine della seconda guerra sannitica, ma dovettero accettare l’alleanza con Roma; come alleati rimasero fedelissimi al fianco dei Romani quando Annibale invase l’Italia.

 
I CULTI
Non è ancora possibile tracciare un quadro sistematico e completo della religione e dei culti presso i Sanniti: sono scarsi a questo riguardo sia i dati delle fonti, sia quelli più propriamente archeologici: anche dei numerosi santuari noti ignoriamo quasi sempre la divinità alla quale erano dedicati e le modalità del culto ivi celebrato.  Riveste perciò un particolare interesse il testo della cosiddetta Tavola di Agnone, una piccola lastra di bronzo (cm. 28 x 1 6,5), trovata nel secolo scorso nel territorio di Capracotta, la quale riporta sulle due facce la serie completa dei riti e delle cerimonie di culto da svolgersi in un recinto sacro con una serie di altari; il santuario era dedicato a Cerere e ad altre divinità ad essa collegate ed era espressione di una popolazione fortemente legata alla terra ed allo sfruttamento agricolo del suolo. Anche altri santuari simili si trovavano nel territorio dei Sanniti Pentri. A Gildone, ad esempio, nel secolo scorso fu individuata un’area sacra che restituì elementi relativi alla decorazione architettonica del tempio e molti ex voto di terracotta, ma non vi sono elementi per poter avanzare ipotesi sulla divinità ivi venerata; analogamente, a San Giovanni in Galdo c’era un tempietto e molti ex voto – soprattutto ceramica, lucerne e monete – ma nessun elemento è stato trovato che sia di indizio del culto specifico; entrambi, ad ogni modo, sono santuari rurali, probabilmente anch’essi collegati a divinità in qualche modo della terra, e, in essa, della fertilità. Una divinità femminile, della fecondità e della fertilità. era anche quella venerata nel grande tempio situato in località San Pietro a Sepino, lungo il percorso che dalla piana conduceva sull’altura di Terravecchia. Poco si può dire di un probabile santuario in cui era venerata Minerva: la sua statua di culto, a grandezza quasi naturale, fu ritrovata nell'Ottocento a Roccaspromonte.
Se il contatto con la cultura greca introdusse presso gli Italici le divinità olimpiche, queste rimasero quasi sempre dei semplici nomi che si sovrapposero agli dèi italici, senza modificarne sostanzialmente il carattere e soprattutto senza che venisse assimilato nulla del sistema mitologico. Dèi dallo stesso nome si possono così rivelare figure completamente differenti; valga per tutti l’esempio di Ercole, la più diffusa divinità sannitica, che presso gli Italici mantiene un aspetto fortemente legato al mondo agricolo, come nume tutelare delle sorgenti, dell’allevamento, della transumanza. Ad Ercole era dedicato un grande santuario alle pendici del Matese, presso Campochiaro.
 
LA VITA QUOTIDIANA
Alla base dell’economia dei Sanniti sono prevalentemente l’agricoltura e l’allevamento. Si può ragionevolmente pensare che la prima fosse praticata in maniera estensiva e prevalente nel Sannio occidentale, mentre nelle zone montane aveva carattere limitato, misto e complementare all’allevamento. Nel territorio dei Pentri e dei Carricini, prevalentemente montuoso, si praticava l’allevamento di bovini che fornivano peraltro animali utili nei lavori, di ovocaprini per la lana, il latte ed i suoi derivati, e, più limitatamente, di suini. Nel Sannio preromano l’allevamento avveniva sia in forma stanziale che transumante, quest’ultima forse su distanze brevi e in scala più ridotta di quanto non avvenne successivamente nel Sannio romanizzato. La rete dei tratturi, esistente da lungo tempo, rappresentò una base importante per molte scelte insediative.
Attorno all’agricoltura ed alla pastorizia si praticavano anche altre attività: lavorazione dei tessuti e delle pelli, produzione di oggetti di uso quotidiano, produzione ceramica. La maggior parte di queste attività era svolta a livello familiare (tessitura, produzione di attrezzature), altre nell’ambito dei vici o del pagus (ad es. la produzione ceramica), altre infine avevano carattere pubblico nell’ambito della touto; ben documentata è la produzione di laterizi, in un area ubicata nella piana di Bojano, in una officina statale che controllava la produzione e ne contraddistingueva i prodotti con un marchio di fabbrica. Esso recava il nome del meddix tuticus, magistrato annuale e perciò eponimo, e permetteva così di datare la produzione stessa. Tra gli oggetti di uso quotidiano molto significativi si rivelano quelli rinvenuti nell’abitato sannitico di Monte Vairano; in una delle abitazioni, oltre agli elementi pertinenti alla costruzione (resti del pavimento in cocciopisto, frammenti di intonaco, embrici, antefisse, chiodi di varie dimensioni) sono stati rinvenuti vasi da conservazione, uno dei quali contenente farro e legumi, anfore per il vino, mortai, brocche, ecc.; i vasi da mensa più comuni erano quelli a vernice nera, peraltro prodotti sul posto. Da questo sito provengono anche alcuni oggetti particolarmente significativi per la conoscenza di alcune attività giornaliere maschili: una roncola, delle cesoie, una zappa, una pala. Numerosissimi sono i pesi da telaio.
Le scarse testimonianze iconografiche e soprattutto le sepolture forniscono alcuni dati sugli oggetti relativi all’abbigliamento, e gli studi sugli scheletri integrano le notizie circa le attività, la nutrizione, le malattie. L’abbigliamento muta nel tempo; il costume femminile di epoca arcaica, ricco ed articolato, prevede abbondanza di ornamenti, tra i quali ricchi pendenti di bronzo, bracciali, fibule; nel IV secolo la donna indossa sulla tunica prevalentemente solo le fibule, che talvolta sono in metalli preziosi; rari sono i pendagli, gli anelli ed i bracciali.
Nell’abbigliamento maschile la corta tunica è fermata alla vita dal cinturone di bronzo, oggetto fortemente simbolico, portato anche in guerra unitamente alla corazza a tre dischi metallici in sostituzione dell’antico pettorale circolare finemente decorato.
Lo studio di alcuni scheletri provenienti da un piccolo nucleo sepolcrale scavato a Gildone, nel cuore del territorio dei Sanniti Pentri, indica come età media della popolazione i 40 anni; la presenza di alcune patologie ricorrenti, quali carie, osteoartriti, lesioni specifiche per attività lavorative, lascia presupporre una alimentazione povera, con alto contenuto di carboidrati, e attività molto pesanti sia per le donne che per gli uomini.
A differenza dei Pentri, che vivevano chiusi nelle loro montagne dediti ad una stentata agricoltura complementare all’allevamento, le terre della Frentania, zone di media e bassa collina, erano terre fertili, aperte al mare e ai rapporti con le zone dell'alto Adriatico e con la Puglia ; l’itinerario di sviluppo dei Frentani si distaccò ben presto dai consanguinei Pentri per seguire linee autonome, che portarono a precoci rapporti con il mondo romano e ad una precoce urbanizzazione. Larino, che ben presto emerse sugli altri villaggi rurali per divenire il centro più importante di tutta l’area nonostante non avesse uno sbocco diretto sul mare, nel IV secolo a.C., all'epoca dell'inizio delle guerre tra Sannio e Roma, era già configurata come centro urbano. Fu proprio in questo centro urbano che si andò affermando, già a partire del V secolo a.C., una aristocrazia terriera che mantenne il potere politico ed economico per molti secoli; all'inizio della loro ascesa, le classi alte di Larino amavano mostrare abitudini di vita sociale assimilati dal mondo greco, praticavano il banchetto ed il simposio ed ostentavano ideali atletici, scegliendo di farsi seppellire con il rito della cremazione, lontano ricordo del mondo eroico di Omero, al posto della più comune inumazione. Quando subentrò, nel I secolo a.C., la dominazione romana, essa trovò a Larino un mondo non dissimile da quello romano neppure per la lingua.
 

LA FINE DEI SANNITI

La conclusione delle guerre contro Roma, nel 290 a.C., aveva segnato la fine delle conquiste territoriali dei Sanniti, che videro anche il confine del proprio territorio spostato dal corso del Liri a quello del Volturno. Essi conservarono comunque la propria autonomia amministrativa, divenendo alleati (socii) dei Romani; i Pentri si mantennero fedeli a questa condizione anche nelle complesse vicende storiche del III secolo e soprattutto - unici fra gli Italici - nel corso della guerra annibalica. Il rispetto dell’alleanza con Roma evitò loro le ritorsioni che dovettero invece subire altri popoli dopo la conclusione della seconda guerra punica e permise di godere di un lungo periodo di pace, per tutto il II secolo, pace che fu grandemente favorevole allo sviluppo dei rapporti commerciali e in genere dell’economia della nazione. I Frentani, grazie all’anticipato contatto con Roma, goderono ben prima di tale prosperità, tanto che nel III secolo a.C. Larino batteva moneta propria.Questa situazione, per certi versi così prospera, doveva far sentire sempre più pesantemente le limitazioni di un ruolo che di fatto escludeva da ogni diritto politico i Sanniti, alleati di Roma ma privi dei vantaggi legati al possesso della cittadinanza romana.
Le tensioni e il malcontento per questo stato di cose sfociarono infine in ostilità aperte e nel 91 a.C. ebbe inizio il bellum sociale, la "guerra dei socii" che reclamavano la parificazione della loro condizione a quella dei cittadini romani di pieno diritto. Ai Pentri si unirono Frentani, Irpini, Piceni, Marsi, Peligni, Vestini, Marrucini e Lucani; la capitale della lega fu stabilita prima a Corfinio, nel territorio dei Peligni, che nell’occasione prese il nome di Italia; venne quindi spostata a Bojano e infine ad Isernia
.
Da Cultura e Turismo, Campobasso.



 


                                                                                                                                                                                                                                

LA LETTERATURA DIALETTALE MOLISANA

Di Domenico Donatone

1.    1     Filologia degli studi sulla letteratura dialettale molisana: dalle antologie alle “maitunate”

Molto di quello che si è studiato e letto della letteratura dialettale molisana, tende, con puro imbarazzo, a ricadere in qualche modo su se stesso. Non si tratta di spaesamento critico, bensì della mancanza di un raccordo attivo tra gli studi. La causa che spinge a comunicare questa forma di “impedimento conoscitivo” e, in alcuni casi più estesi, quasi di vuoto, è legata al fatto che lo studio della letteratura dialettale molisana avanzato negli anni ... è proseguito con un metodo che ha visto il confronto tra esigue antologie e la loro giustapposizione antologica.  Sono le antologie, dunque, frutto in qualche modo di uno studio sul campo, certo meno linguistico e più letterario, a fornire le maggiori informazioni riguardante lo stato della letteratura dialettale in Molise.  Informazioni che difficilmente riescono ad essere dirimenti, se non in quella che è l’antologia per antonomasia in questo campo di studi, ovvero l’antologia curata da Luigi Biscardi dal titolo La letteratura dialettale molisana, tra restauro e invenzione (Marinelli, 1993): un titolo che fa riflettere non tanto per il senso del “restauro”, bensì dell’“invenzione”, che indica che c’è un vuoto interpretativo-scientifico ancora esistente. Ad essa seguono gli studi condotti da Sebastiano Martelli, Luigi Bonaffini e Giambattista Faralli, in due antologie dal titolo: Poesia dialettale del Molise, testi e critica; Marinelli, 1993; e Letteratura delle regioni d’Italia, storia e testi (il Molise), edizioni La Scuola, 1994.  Del 1993 è l’antologia curata da Mario Gramegna ..., sulla quale si può condividere il giudizio di Luigi Fratangeli e Giovanni Cima, espresso in un loro articolo dal titolo Su alcuni autori contemporanei molisani, che ci si trova dinanzi ad un lavoro zoppo che non riproduce per intero i testi poetici, però, più che essere un’opera che «sembra porsi come obiettivo l’inutilità assoluta», è un lavoro valido per chiunque volesse avvicinarsi non ad una «selva di poetucoli», come sempre scrivono Cima e Fratangeli, ma ad una ricognizione di poeti poco letti e poco antologizzati.

Molisani all'estero

Capostipite di tutte queste antologie è quella di E. A. Paterno, del 1967, una raccolta di testi poetici dal titolo Prima antologia dei poeti dialettali molisani .... Questi studi fanno riflettere sul senso dell’avvicinamento alla materia “poesia dialettale”, condotto per naturale giustapposizione, ma anche progredire sugli stessi, qualora l’indagine diventasse realmente sociolinguistica, competenza primaria dei dialettologi più che dei critici letterari.  Il punto di partenza più adeguato per affrontare la materia è largamente discusso ed esteso, sviluppato secondo varie prerogative, ma niente che abbia la struttura portante di un dialogo-studio a cui indiscutibilmente si possa far riferimento. Giuseppe Jovine a tal proposito parlò di «operazioni lacunose per difetto di conoscenza dei compilatori», e non di «difetto di metodo di scelta». Non è sicuramente il caso di Biscardi e di Martelli. A Luigi Biscardi si deve il merito di aver riorganizzato la materia, per cui il suo studio è l’unico che dà la possibilità di poter interagire più specificatamente con la poesia dialettale; gli altri studi, ovvero quelli di Martelli, Bonaffini, Faralli e Gramegna, consentono, invece, di avviare una migliore interpretazione critica basata sulla nozione di letteratura. ....

                                                                                             

La vita

La vita?... 'n'affacciàta de fenèstra,
'na porta che ze ràpe e ze rrechiùde;
ri culùre de sèmpe vànne e viénne:
la premavèra jére.. e mo jè viérne.

Ru viénte de ru vèspre, malandrìne,
camìna che le scarpe de vellùte,
e quànne te z'accòsta, chiàne chiàne,
ggià siénte letanìe de campane.

Quànne, pure pe' mmé, sarrà mmenùte,
me vòglie curecà 'mmiéze a ru ràne;
a la bbèlla staggióne, da ru còre,
'na rosa róscia spuntsrrà 'mbruvvìsa.

Già véde 'na quatràra 'nnammuràta
che ze la còglie e ze la mette 'mbiétte.

Luigi Antonio Trofa ; Novembre 1935

                                                                                               

Life

Life?... a look outside the window
a door that opens and closes;
eternal colors coming and going:
yesterday spring... and now it's wintertime.

The evening's roguish wind
walks with its velvet shoes,
and when he slowly approaches you
you already hear the litany of bells.

When that moment arrives for me as well
I want to lie down amid a field of wheat.
in the springtime, from my heart
a red rose suddenly will bloom.

I already see a girl in love go by
and pick it, and place it on her breast.

(Translated by Luigi Fontanella)


La questione poesia dialettale è una questione ben delineata, mentre più facoltativo è, invece, l’approccio alla materia come voce di pensiero che, in questa sede, vorrà indicare soprattutto uno studio della poetica di alcuni maggiori scrittori del Molise in vernacolo. Scrittori di cui i testi sono scarsamente reperibili e fruibili, sia dai lettori potenziali, ma soprattutto dagli studiosi: testi stampati in un numero esiguo di copie, sperduti nel fondo di piccole biblioteche di paesi del Molise e dell’Abruzzo. Qualcosa, però, può trovarsi nelle biblioteche di Roma, Bari e Firenze. Chiunque volesse con sicurezza scrivere sulla materia deve obbligatoriamente scavare: “scavare”, ovvero fare quella ricerca d’archivio che in pochi sono ormai disposti a fare, anche a causa dell’intervento massiccio di Internet e della Rete. L’esigenza è quella di avere un accesso più immediato ai testi, benché rimanga difficile, se non impossibile; oppure ottenere un “miracolo editoriale” come la ristampa delle opere, che ha visto agire il tal senso, come accade per le mostre dei pittori in tutta Italia, alcuni istituti di credito (banche medio-piccole) che hanno impiegato i loro danari per azioni più nobili rispetto a quelle ordinarie che sono solite effettuare. La situazione è tale da non incentivare di per sé questo genere di studi, ragion per cui ci si attiene alle informazioni disponibili anche per evitare una dispersione di forze a cui si sa di andare inevitabilmente incontro. ''Tutto quello che si può dire sulla poesia dialettale del Molise è il risultato di una collazione, in quanto, escluso il testo di Biscardi e l’antologia critica di Martelli-Bonaffini-Faralli, uno studioso deve essere capace di trovare ovunque le informazioni che gli occorrono, il più possibile in maniera oculata, per poter imbastire un discorso che spinga a delineare un quadro di competenza e di analisi reale, senza dimenticare, però, che “cercare”, in questo caso, coincide con “pescare”, nel senso che il mare che si ha davanti è molto piccolo rispetto alla capienza effettiva della rete. Anche in questo caso Giuseppe Jovine, sicuramente un illustre molisano, poeta, saggista e narratore, dice, a proposito della mancanza di fonti e di reperibilità bibliografiche, che «la scarsezza dei riferimenti alla poesia dialettale, che si riscontra anche in manuali autorevoli, è dà ricollegarsi probabilmente a un atteggiamento di perplessità, di scetticismo se non di ostilità degli studiosi, dinanzi al problema della valutazione del ruolo storico della letteratura dialettale ».

Se si effettua, però, come si diceva, una operazione di setacciamento ben coordinata, all’interno di un panorama letterario dialettale come quello del Molise, che i dati sociolinguistici ci consentono di definire in crescita, almeno per quanto concerne la diffusione di una poesia dialettale attraverso omonimi premi, la letteratura dialettale della regione presenta, ab origine, una linea generalista che fa da guida nel percorso conoscitivo, tendenzialmente riassumibile in due matrici letterarie: la prima è costituita da una linea poetica dalla forte impronta realistica e decadente, motivata dal proseguo della tradizione lirica nella letteratura in lingua ...; l’altra, ben più estesa nell’approccio della realtà regionale, provinciale e comunale, maggiormente contadina e marcata, più dura a morire, in quanto imbevuta di un credo popolare, è di natura pastorale e mitologica. ......



20 stampe offerte !


...La poesia dialettale, in qualche modo, frena quello che è l’avvenire, il senso del futuro della tecnica e della scienza, e conserva con coraggio un mondo che, dall’esterno, appare inane e di quasi finzione e che, in verità, è di natura nostalgica e antropologica. Queste due linee poetiche, infatti, si sostanziano a vicenda e spesso si sostituiscono negli intenti comunicativi all’interno dell’opera di un medesimo scrittore (si veda l’intera opera di Eugenio Cirese). Ciò fa capire che la poesia dialettale molisana orbita prevalentemente in questa cifra stilistica e formale, che adotta metri tradizionali e un genere, per lo più, lirico-popolare, che ben sa estendersi a tematiche che risultano dalla somma di problematiche sociali ed esistenzialistiche. Si può passare da un lirismo puro, che tende quasi all’astrazione, e definire, in un secondo momento, la medesima questione con ilarità, ironia e sarcasmo. Una poesia dialettale che, se la si osserva in quello che è lo scrittore capostipite dei poeti dialettali in Molise, ovvero Eugenio Cirese, è ben capace di usare “le armi del comico”, che sono... armi atte all’esorcismo del dolore, armi dissacratrici della sofferenza e dileggianti la tragedia.

Questo soprattutto accade nel primo Cirese, in quegli anni che vanno dal 1910 al 1930. Anni in cui si concentra questa primigenia forma poetica della letteratura molisana, dove, appunto, si incontrano due cifre stilistiche e di poetica che guardano ad una realtà trasmessa dal Decadentismo e dal Verismo, fino ad una marca di pensiero più basso, dettato da una realtà contadina più spicciola, meno diffusiva della sua essenza, che vede il suo mondo come un sistema incondizionato e autonomo dalla restante parte letteraria nazionale. Ciò ha spinto Ettore Paratore, diversi anni fa, ad un giudizio sul tema.... Paratore scrisse : «è un fatto che, se si guardano i primordi della poesia dialettale in tutte le regioni, si nota che le prime manifestazioni palesano sempre il proposito, che non si riesce a definire se non ingenuo o conformistico, di cogliere i modi, i vezzi, le manie o addirittura le storture del collettivo regionale, di fare insomma del folklore a buon mercato, ispirandosi alle usanze ed ai pregiudizi del luogo». Si potrebbe ipotizzare, non superficialmente, partendo da questo giudizio di Paratore, anche un’altra linea guida, la terza, nel percorso su indicato della letteratura dialettale in Molise, anch’essa diffusa ma meno efficace sul piano letterario, se non in senso più marcatamente burlesco e giocoso, vicina alla satira e allo “scherzo”, che mantiene una tradizione più orale che scritta: una linea dove ad esprimersi sono dei “Pasquini” chiamati ad effetto per deridere e criticare un malgoverno e un malcostume. Si fa riferimento a quelle che si chiamano “le maitunate”, ovvero le “mattinate o capodannare”, che sono per lo più canti improvvisati in piazza da un oratore avventato ma sarcastico, assai nutrito di invettiva. Questo quadro primigenio e primitivo, legato ai primissimi anni della diffusione della letteratura dialettale in Molise, ovvero primi decenni del Novecento, spiega che c’è «una tendenza a consacrare i colori più appariscenti, le più saporite singolarità folkloristiche, gli echi più pepati della vita locale. C’è insomma la velleità di tastare il polso al collettivo regionale, di sondarne in superficie le forme di vita, le reazioni, la più evidente struttura etica e sociale». Questo è un quadro complessivo che va accresciuto di ulteriori informazioni, ma basilare per chi intendesse avvicinarsi per la prima volta a questo territorio sconosciuto rappresentato dalle effettive pubblicazioni critiche e antologiche sulla poesia dialettale del Molise. Domnico Donatone Prossima Puntata il 19 novembre 2010

 

 



                                                                                                                                                                                                                             

 L'ANGOLO DELL'EMIGRATO

L'emigrazione italiana é stata benefica per l'Italia e per Noi.  Di Antonio di Giorgio

Cari amici emigrati in questa terra del Nord America, vengo a ricordarvi alcuni fatti e risultati circa l’emigrazione svoltasi dopo la seconda Guerra Mondiale. Ne parlo basandomi sulla mia esperienza personale che, ne son sicuro, alcuni di voi condivideranno con me.

Il motivo principale che ci ha spinto a partire per una terra straniera fu la mancanza di lavoro. 

Il secondo motivo fu di poter ritrovare i familiari già stabiliti in questa terra straniera, ed anche perche’ non c’era lavoro. 

Per alcuni é stato pure lo spirito d'avventura che li ha spinti a venire in questa terra.  Del resto un poco di lavoro, poco o niente, lo hanno trovato.  

La prova é che dopo pochi anni di lavoro avevano la possibilità di rientrare per un viaggio in Italia. Allora siamo stati fortunati, poiché abbiamo avuto l'opportunità di lavorare.  E i nostri primi ritorni in Italia erano veramente meritati. Io il mio primo viaggio di ritorno l'ho fatto dopo cinque anni di duro lavoro.  Tornando in patria abbiamo potuto apprezzare quanto la vita fosse migliore in questa terra straniera del Nord America.  Nessuno, o forse pochissimi che tornando in Italia per un viaggio, vi rimanettero in permanenza. 

In questo paese che abbiamo adottato e in cui abbiamo preparato un avvenire ai nostri figli, abbiamo raggiunto un grande benessere.  Tuttavia portiamo con noi tante piaghe. Viviamo una certa solitudine, la tristezza e la melanconia d'essere lontani dalla madre patria. 

A volte sogno con gli occhi aperti, pensando come potrei trovarmi se fossi rimasto in Italia.  E anche se i familiari e gli amici ci attirano spesso per ritornarli a vedere per lenire un po' la piaga della melanconia, la nuova patria d'adozione che ci ha affascinati, ci richiama per viverci per il resto della nostra vita. Anronio di Giorgio Detroit, USA         

                                                                            PROTAGONISTI DELLA COMUNITÀ

GINO CUCCHI

 Se si parla di St.Clair - cosa che succede spesso perche’ in quella Little Italy, come in quella di College, sono moltissimi ad avervi le radici dell’appena arrivati a Toronto, poco se non tanto smarriti, in cerca di un po’ di quella sicurezza che puo’ dare il sentir parlare la propria lingua e vedere negozi con insegne italiane - certamente Gino Cucchi puo’ dire la sua visto che e’ da oltre trent’anni che vive e lavora in quella strada che oggi “E’ cambiata per la gente che ci abita, ma gli italiani, direi l’80 per cento, ci ritorna per comprare o anche solo per una passeggiata, un caffe’, un gelato...”. “Oggi - spiega ancora Gino Cucchi - in St.Clair vivono 52 etnie diverse mentre nel ‘70 gli italiani erano il sessanta per cento della popolazione e il resto era di inglesi ed ebrei...”.
E, come e’ cambiata St.Clair sono cambiati anche gli italiani:”Certo - conferma Gino Cucchi - ma in meglio.Ricordiamoci che in quegli anni si era appena arrivati e se si comprava la casa c’era il mortgage da pagare, la prima auto a rate e percio’ si doveva calcolare ogni centesimo, anche quando si comprava un vestito e prima - Gino Cucchi e’ titolare dal 1973 di un negozio d’abbigliamento - si guardava al prezzo e dopo alla qualita’”. “Oggi e’ diverso, si ha piu’ disponibilita’ e la qualita’ di quanto si compra viene prima del prezzo...E anche cio’ dimostra come la nostra comunita’ ha fatto progressi”.
Gino Cucchi e’ nato San Donato Val di Comino, un paese vicino a Frosinone che Cucchi definisce “il piu’ bello del mondo” ma che ha lasciato a 18 anni per raggiungere una sorella che viveva a Toronto e impiegandosi nel settore della vendita di abbigliamento:un’esperienza di anni che diventera’ anche il suo futuro.
Nel 1973 entra in business aprendo, naturalmente a St.Clair, il Gino Mens’, Boy’s and Ladies’ Fashions e, allo stesso tempo continua il suo coinvolgimento nella comunita’organizzando raccolte di fondi per la Canadian Cancer Society (nel 1986 ha ricevuto un Appreciation Award e, nell’anno successivo e’ stato eletto presidente della sezione di West Toronto) e per l’Ontario Thalassemia Foundation e organizzando il “Day of the Child” festival. Da anni presidente delle Italian National Republic Day Festivities e del Comitato che, nel 1998, ha eretto un Monumemto agli Immigranti italocanadesi,Gino Cucchi, e’ sempre stato fra gli organizzatori delle tante manifestazioni che, ogni anno si tengono a St.Clair l’ultima delle quali presto entrera’ nel Guiness e cioe’ lo spaghetto piu’ lungo del mondo, che lo scorso 11 luglio ha percorso per 153 metri o 503 piedi St.Clair... Naturalmente, impegnato com’e’ tra lavoro e volontariato, viene da chiedersi quando Gino Cucchi ha trovato il tempo per pensare allo spaghetto...

CLAUDIO POLSINELLI

 Anche se sono piu’ di dieci anni che e’ lontano dalla politica attiva e dice di non aver alcun rimpianto, l’avvocato Claudio Polsinelli non la racconta tutta perche’, quando gli si chiede se ritornerebbe, risponde di si: perche’?
“La politica - spiega - ti consente di lavorare per risolvere o cercare di risolvere i problemi di tutti.Oggi, come avvocato posso risolvere il problema di una persona, di un gruppo: come politico puoi invece lavorare per un’intera collettivita’ e questa e’ una differenza fondamentale...”. Ultimo di otto figli, Claudio Polsinelli e’ nato a Sora e insieme alla madre e a un fratello nel 1959, quando aveva sette anni, si e’ trasferito in Canada dove il padre Domenico gia’ si trovava da tre anni prima.
All’inizio sono stati anni difficili anche perche’ il padre, che lavorava in costruzione, aveva avuto un incidente sul lavoro e cosi’ dalla De La Salle Catholic High School per frequentare la quale si doveva pagare la retta, aveva finito le scuole superiori al Vaughan Road Collegiate.
Dopo un anno all’Universita’ di Toronto aveva interrotto gli studi per poi riprenderli frequentando la Osgoode School e laureandosi in giurisprudenza nel 1984.
Nel 1975 si e’ sposato con Rosetta la quale, oltre a dargli due figli, Sara e Adamo, gli ha impartito lezioni d’italiano utilizzando, come libri di testo, le canzoni italiane delle quali, Claudio, e’ vero conoscitore...
Claudio Polsinelli e’ entrato in politica, quella comunale, nell’ormai lontano 1983 quando fu eletto consigliere nel distretto 3, (Jane/Finch), nell’allora citta’ di North York. “Erano gli anni nei quali moltissimi italocanadesi avevano preso residenza nella parte nord della citta’:era una comunita’ vibrante, piena di iniziative anche perche’ - ricorda sorridendo - c’era moltissimo entusiasmo anche grazie alla vittoria del campionato di calcio dell’81che, per la nostra comunita’ ha rappesentato una svolta...”.
Della prima elezione, Polsinelli ricorda come i risultati dei primi seggi, quasi tutti da complessi residenziali, lo davano per sconfitto...”Poi - spiega - sono arrivati i voti delle case e ho vinto grazie al voto degli italocanadesi”.
Due anni dopo, 1985, il salto dalla politica municipale a quella provinciale quando sono indette le elezioni provinciali alle quali il liberale Claudio Polsinelli si presenta nel distretto di Yorkview allora rappresentato da Mike Spensieri che aveva deciso di ritirarsi dalla politica attiva. Claudio Polsinelli vince con 3.000 voti di vantaggio sul collega consigliere Mike Foster e i liberali formano un governo di minoranza che diventera’ di maggioranza , il primo dopo 50 anni, all’elezione del 1987 dove Claudio Polsinelli e’ riconfermato.
In quegli anni Claudio Polsinelli ricopre l’incarico di vice ministro del Lavoro, Affari Municipali, Tesoro e Giustizia.
All’elezione del 1990 - un’elezione anticipata senza necessita’ che costera’ al premier Peterson non solo la perdita del governo ma anche quella della leadership liberale - pure Claudio Polsinelli e’ vittima di quella ventata endippina che per la prima volta travolge l’Ontario.
“Sono stato in politica per un tempo troppo breve per riuscire ad ottenere dei cambiamenti che, secondo me, sono essenziali nel settore dell’assistenza sociale che non dovrebbe, come attualmente, essere divisa in settori, ma coordinata tra i tre livelli dei governi municipali, provinciali e quello federale”.
C’e’ in Claudio Polsinelli una certa soddisfazione quando, riassumendo la sua carriera politica, dice che “Sono sempre stato chiaro con i miei elettori dicendo quello che pensavo e questo - conclude sorridendo - per alcuni di loro e’ quello che un buon politico non dovrebbe mai fare...”. Non siamo d’accordo con quei loro.

FRANK IACOBUCCI

 ´Studia figlio mio: tutto nelle vita va e viene ma nessuno puo’ toglierti quello che hai imparato”. Sono le parole dei genitori italiani ad aver ispirato per tutta la vita il giudice Frank Iacobucci, membro della Corte Suprema del Canada dal 1991 .
Nato a Vancouver da Gabriele, abruzzese e Rosina Pirillo, calabrese, Iacobucci si e’laureato in British Columbia, e’ stato avvocato a New York, presidente della facolta’ di giurisprudenza di Toronto, titolare di cattedre nell’universita’ di Ottawa e di Victoria , ministro federale della Giustizia, insignito del titolo di Commendatore dall’Ordine al merito dal governo italiano e di lauree ad honorem da atenei di mezzo mondo. Sposato con un avvocato, Nancy Elisabeth Eastman. Ha due figli, una figlia e tre nipotini.
Intelligenza cristallina e umilta’ profonda, immune da spocchia o presunzione, Frank Iacobucci , nel nutrito firmamento italocanadese, e’ senza dubbio l’astro piu’ brillante. Padroneggia la lingua italiana con estrema disinvoltura e tra i tratti tipici del Belpaese ammira la passione, l’esaltazione dell’individualita’, il senso della famiglia e il calore umano.
Proprio in questi giorni, il magistrato e’ reduce da un incontro con le massime cariche del sistema giudiziario tedesco, ma con il suo stile sobrio e avverso alla retorica, minimizza l’episodio.´Le leggi fissano lo standard minimo per una societa’ civile ma non sono sufficienti per avere una societa’ illuminata”. Come a dire che se al Canada si guarda con ammirazione, il credito non e’ solo della Corte Suprema, ma va distribuito tra i canadesi in generale. “Possiamo avere le leggi migliori del mondo ma se la gente non le segue, se manca la struttura morale di una societa’ tutto e’ inutile” spiega Iacobucci “Il sistema giudiziario canadese e’ molto rispettato all’estero perche’ gli avvocati hanno avuto il coraggio di difendere casi molto impopolari. I giornali hanno contribuito alla diffusione del dibattito ma soprattutto la gente e’ stata fiera del multiculturalismo e ha sostenuto nella pratica le leggi emesse a sua difesa. Questo ha ispirato il rispetto per la differenza, per l’abilita’ di ogni individuo di esprimere se stesso”.
Di incontri ne ha avuti tanti, di mani ne ha strette migliaia. Eppure tra tutte, dalla valigia dei ricordi estrae la faccia di un taxista di New York:”Aveva una cultura immensa -racconta - aveva letto tanti libri da farmi sentire in imbarazzo al suo cospetto. Ho un rispetto estremo per le persone che, prive della possibilita’ di conseguire un’istruzione ufficiale, se la formano da autodidatta”.
In questo ricordo e’ racchiusa la vera grandezza d’animo di questo giudice, che ancora oggi riesce a guardare all’essere umano, in generale, con la stessa ammirazione con cui si assiste a un miracolo. “Una persona, da sola puo’ fare una grande differenza. E’ stata una persona a salvare la Francia, una persona a inventare il vaccino per la poliomelite” commenta. E il pensiero ritorna alle parole dei genitori. “ I loro tre insegnamenti non invecchiano: studia, lavora sodo e non disonorare la famiglia. Mi hanno condizionato in tutto. Li passero’ ai miei nipoti. Con un’aggiunta mia: rendi un servizio, non importa quanto umile o prestigioso , alla comunita’. Comincia da li’, dai il tuo contributo al miglioramento del mondo”.  Dal sito web
''Lo specchio on line''

 


StarWarsShop.com - More Product. More Exclusives.