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RIVISITIAMO IL PASSATO


Da leggere questa settimana su questa pagina

 

Franco Nicola : Recettes de cuisine du Molise

Franco Nicola : Volontari richiesti per filmati

Franco Nicola : Videos La Nostra Gente

Nicola Picchione : Una chiamata urgente 

Provincia di Campobasso : Monumenti a l'Emigrante

Emiliano Morrone : L'Emigrazione come patrimonio sociale

Notizie : Dal Molise e dei Molisani

 

 

                                                                                                                 

PER GLI APPASSIONATI DI CUCINA.
 POUR CEUX QUI VEULENT CONNAITRE LA CUISINE DU MOLISE
 
É A DISPOSIZIONE DEI MOLISANI IL LIBRO ''RICETTE MOLISANE'', IN LINGUA FRANCESE, (RECETTES DU MOLISE).  IL LIBRO É PRECEDUTO DA UN AMPIA PRESENTAZIONE SULLA CULTURA MOLISANA.  CON QUESTO LIBRO L'AUTORE, FRANCO NICOLA, VUOL FARE CONOSCERE AI QUEBECCHESI LA NOSTRA REGIONE E PROMUOVERE COSI IL TURISMO VERSO IL MOLISE.  IL LIBRO É IN VENDITA PRESSO L'AUTORE AL COSTO DI 25  DOLLARI CANADESI. RICHIEDETELO A QUESTO NUMERO 514.750.8993; OPPURE A QUESTI INDIRIZZI : business@amicomol.com  ou masfrakal@videotron.ca

                                       

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                   

VI RACCONTANO IL PASSATO
 
Il Medico di Bonefro: ''Una chiamata urgente'' A cura del Dott. Nicola Picchione
 

Giovanni non era venuto per farsi visitare ma per chiedermi aiuto. "Mia moglie ha quarant' anni e abbiamo già figli grandi. E' rimasta incinta. Dammi qualcosa per farla abortire". I miei paesani erano persuasi che il medico avesse grandi poteri e pillole per tutto. La richiesta per abortire non era infrequente. Di solito si trattava solo di ritardi mestruali : bastava prescrivere un farmaco per ristabilire il ciclo. Se non funzionava, pazienza non sempre i risultati sono garantiti. Quella volta volli essere chiaro. Gli risposi : "Chiedimi tutto ma non questo. Il mio mestiere mi impone di salvare non di eliminare la vita". Se ne andò sconsolato. Passarono una quindicina di giorni. Era metà Gennaio, era caduta molta neve. Giovanni giunse in ambulatorio col fiato grosso.  Entrò senza rispettare il suo turno. Poche persone erano intorno alla stufa a gas. D'inverno i più preferivano chiamarmi e farsi visitare a casa. Mi compensavano con un bicchierino: poverino, andare in giro con questo freddo. Per fortuna quei bicchierini erano molto piccoli.

   Il viso di Giovanni, perennemente scuro, sembrava infiammato. "Corri, mia moglie sta molto male ha perso tanto sangue. Ha avuto un aborto". Avevo una borsa già pronta per queste evenienze. Maria, la moglie di  Giovanni, doveva stare veramente male per chiamarmi in pieno giorno. Di solito aspettavano dopo la mezzanotte per questo genere di interventi, quando nessuno mi vedeva entrare in casa. Avevo inutilmente tentato di far capire  che certe cose andavano fatte in ospedale e non a casa. Le tradizioni possono oltrepassare anche le buone ragioni.  La casa di Giovanni era composta di una stanza al piano terreno e di una al piano superiore. Salii le scale interne di legno. Da una parte era il cassone del grano, affianco immobilizzata in un lettino la vecchia madre di  Giovanni. Maria era nel letto matrimoniale vicino alla finestra. Era bianca come il lenzuolo che lasciava intravedere solo il suo viso. Certamente aveva cominciato a perdere sangue da molto tempo. Il suo viso mi sembrava molto più scavato di quanto non lo ricordassi ma l’avevo vista poche volte. Le donne andavano dal medico solo quando stavano molto male ed era spesso un problema visitarle, restie com’ erano a spogliarsi.


   Non riuscii a misurarle la pressione e non sentii il polso. Il respiro non si avvertiva. La bocca era semiaperta. La mia mano toccò una fronte gelida. Non dava segni di vita. 
  "E' morta !",  urlò la cognata ad un'altra donna ai piedi del letto. Cominciarono a piangere. Il fonendoscopio, però, mi mandò un battito veloce e appena percettibile del cuore, un leggero veloce frullìo di ali di cardellino che lottava per non fermarsi. Come se stesse per prendere il volo definitivo. Dissi alle donne di smettere di piangere: Maria era ancora viva.
      Che dovevo fare? Ero quasi alle prime armi, un medico di ventisette anni. Quando mi chiamavano per queste faccende cercavo di darmi e dare sicurezza con qualche battuta spiritosa ma dentro tremavo di paura. Forse era stata proprio la paura a evitare sino a quel giorno errori nelle mie manovre. Don Peppe  mi aveva raccontato di un anziano medico di un paese vicino che si vantava di eseguire con rapidità i raschiamenti ma un giorno si era reso conto di aver perforato l'utero solo dopo aver estratto una metrata  di intestino. La donna non era morta ma aveva dovuto subìre parecchi interventi chirurgici e il medico ci aveva rimesso una fortuna. Ogni volta che mi chiamavano per un problema ostetrico mi tornava alla mente questo racconto.

    Maria appariva in fin di vita: era probabile che finisse di vivere durante o poco dopo il mio intervento. Qualcuno avrebbe dato la colpa a me se fosse morta ma non potevo abbandonarla senza tentare di salvarla. Bisognava interrompere l'emorragia e trasfonderle sangue. Era impossibile mandarla in ospedale: con la strada coperta di neve sarebbe stato difficile trovare qualcuno disposto a trasportarla e comunque Maria non avrebbe potuto affrontare il viaggio. Avrebbe perso anche quel poco di sangue che le rimaneva. In quei casi non sono possibili tamponamenti, bisogna fare il raschiamento. Rapido e completo. Feci un piano mentre le donne mettevano a bollire i miei ferri e preparavano il grande tavolo con lenzuola di bucato. Non conoscevo il gruppo di sangue di Maria né quello degli eventuali donatori ma senza trasfusione qualsiasi tentativo sarebbe stato inutile. Dissi a Giovanni di radunare nella stanza in basso quanti più donatori possibile. Chiamai a Campobasso il medico padrone di un  laboratorio di analisi : gli chiesi di venire a determinare i gruppi sanguigni. "Tu sei matto- mi rispose- con questa neve non mi sposto". Tentai inutilmente di rassicurarlo che lo spazzaneve era passato. Per le strade di montagna è facile che il vento ributti la neve sulla strada, mi rispose e mi salutò. Pensai di chiamare un collega dell’ ospedale di Larino sperando che ci fosse meno neve. Era un chirurgo molto bravo e disponibile, un sardo generoso. Mi disse che sarebbe venuto ma non sapeva quanto tempo avrebbe impiegato. Trovai la cucina al piano terreno piena di persone disposte a donare il sangue. In farmacia avevo trovato un flacone di succedaneo del plasma. Avevo preso flaconi di soluzione glucosata. Meglio di niente. Maria continuava ad essere collassata, fredda, priva di coscienza. La vecchia madre di Giovanni balbettava qualcosa, non capivo se si rendeva conto di ciò che stava accadendo e pregasse o borbottasse qualcos'altro. Mi sarebbe piaciuto avere vicino l'anziano chirurgo sardo. Era  bravo anche in ostetricia ed in ospedale eseguiva i raschiamenti ( nel piccolo ospedale esistevano allora solo il reparto di medicina e quello di chirurgia generale).

 

Operare da solo, con pochi mezzi e molti rischi è molto diverso che farlo in Ospedale. Quando i ferri furono sterilizzati e li ebbi disposti su un piccolo tavolo coperto di garze sterili che fungeva da piccolo tavolo operatorio, feci mettere Maria sul grande tavolo. Le avevo trasfuso vari flaconi di liquidi ma il polso era sempre non percepibile e lei era priva di coscienza. Il collo dell'utero presentava una vistosa lacerazione prodotta  con qualche ferro da chi aveva procurato l'aborto. Cercai di essere rapido nelle manovre. Mi ripetevo le parole che mi dicevo altre volte: devi essere rapido ma non frettoloso, devi essere delicato ma deciso, devi ripulire ogni punto se vuoi evitare che continui l'emorragia. Lo stato di incoscienza di Maria evitava i suoi lamenti ma mi privava di un utile allarme. Provare dolore non è un male, è un utile espediente di avvertimento della natura.  Il chirurgo arrivò che avevo finito. Gli mostrai la ferita del collo dell'utero ( la lampada a stelo che avevo fatto prendere in ambulatorio illuminava molto bene il campo). "Dovrei sporgere denuncia contro ignoti" gli mormorai. " Lascia perdere, non hai visto niente", mi consigliò. Dopo il secondo flacone di sangue (ha lo stesso gruppo mio, pensai, A positivo) la pressione del sangue cominciò ad essere misurabile. Sul viso di Maria iniziò a riapparire il colorito della vita.  Quel giorno avemmo fortuna, Maria ed io. Credo che anche un’altra persona a me sconosciuta  in paese ebbe fortuna e forse stava pregando a casa sua che tutto finisse bene.
  

Maria aveva la fibra forte da contadina. Si riprese in poco tempo.   L’ ho incontrata raramente, in seguito quando tornavo a Bonefro. Non mi salutava, abbassava gli occhi, fingeva di non vedermi. Anch’io fingevo di non vederla. Forse entrambi ripensavamo a quel giorno tremendo e alla buona sorte che aiutò lei e me. Se fossi credente, dovrei ammettere che il mio angelo custode guidò le mie mani e il suo si prostrò davanti a Dio implorando di salvarla. E la morte si fermò davanti a un tavolo da cucina coperto di bianche lenzuola macchiate di sangue. Mi sarebbe piaciuto, quando tornavo, salutarla, stringerle la mano. Non sarebbe stato necessario parlare di quel giorno freddo di un lontano inverno. Sarebbe bastata la stretta di mano, un semplice saluto.  Un passato molto lontano. Nuove leggi, nuova mentalità, nuovi mezzi.
   Questi ricordi mi indicano quanta strada sia stata percorsa nella Sanità, cioè nell’ organizzazione dell’ assistenza medica e quanto sia modificata la mentalità. Forse molte cose positive si sono perse per strada ma si sono affermati diritti importanti che aiutano proprio i più deboli e indifesi. Le donne di allora, soprattutto in paesi come Bonefro, erano spesso vittime di soprusi e di diritti negati, sovraccariche di doveri e di un lavoro pesante, infinito, non apprezzato, superiore complessivamente a quello dell’uomo. La maternità poteva essere un rischio. Ogni volta che ripenso a quelle donne, soprattutto le contadine, provo una grande pena: se fossi credente, le immaginerei in un angolo di Paradiso tutto per loro. A cura del Dott. Nicola Picchione

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I Vichinghi....

rozzi e crudeli ma non certo

stupidi dissero....

abbiamo fatto tanta strada

non certo per esser

più poveri di prima

e non lasciarono tracce

                                                                   

MOLISE NELLA STORIA

                               

Napoleone ....

pardon ma

non va bene nemmeno ai cavalli

si sentono pigri e nervosi

e sulla costa l'erba

é affilata dal vento

che raccoglie i lamenti

taglia la pella e la lingua

                                                                              

 

 

Mussolini...asseri' 

mancano le scuole

li istruiremo facendoli emigrare

impareranno più in fretta

a miglior prezzo

 

Garibaldi.....

va bene riunire la Patria

ma questa terra

é davvero strana e maligna

anche per riposare

si sentono le colpe

di un lavoro sprecato

e prosegui' veloce

per non pentirsi

 

Annibale....

ssss.... raccomando' ai soldati

..silenzio assoluto

più che gli ostacoli

qui c'é gente che dorme

e prosegui' in punta dei piedi 

 

Michael Santhers

http://www.santhers.com/

 

Io....

che sono nato

in questo lembo di terra

ignorata dalle spartizioni

che contano

dico.... é dovere di ogni madre

dominare con forza le doglie

e andare a partorire

nel futuro e non nel passato

recalcitrante persino ai ricordi

 

 

 

 

                                                                                                                                                                                                  

 L'ANGOLO DELL'IMMIGRATO

 

Monumenti a l'emigrante nel Molise

Documento dal sito web: Provincia di Campobasso

 

Larino In una apposita area, adiacente alla strada della "Via dell'emigrante", sorge un monumento bronzeo realizzato dall'artista Mario Cavaliere ed inaugurato il 19 luglio 1987. Qualche anno dopo, esattamente il 16 luglio 1995, accanto a questo monumento è stato collocato un mappamondo in pietra a simbolica testimonianza degli emigrati sparsi nel mondo.

 

<>Vinchiaturo Il monumento, situato nel Parco della Rimembranza, fu lì sistemato ed inaugurato nel 1985, in occasione del "Ritorno a casa" di numerosi emigrati vinchiaturesi sparsi nel mondo. Realizzato su disegno di Umberto Taccola, è un dono dell'Associazione dei Vinchiaturesi di Montreal.  <>Castelmauro Intensi e vivaci sono i rapporti con la comunità belga tant'è che, Piazza Herstal è stata costruita, nel 1984, per celebrare il gemellaggio con la città belga. Al centro vi è il monumento all'emigrante, opera dello scultore molisano Pasquale Napoli. 

Monacilioni Nell'estate 1997 è stato inaugurato il Monumento all' Emigrante. Il Sindaco ha invitato per lettera tutti i monacilionesi ovunque residenti per partecipare all'evento.



Petrella Tifernina Nel 1971 a Petrella è stato eretto il primo monumento all'emigrante: una colonna di travertino sormontata dalla statua di marmo della Madonna di Fatima. Nel 1973 è stata aggiunta una statua di bronzo che raffigura un vecchio. Dovrebbe alludere all'emigrato stanco, che si inginocchia, ritornando in paese, alla fede antica.



Torella del Sannio Torella ha eretto un monumento all'emigrante al rientro dei tanti torellesi sparsi nel mondo; monumento che si trova nella Piazza di San Rocco.

 

L'Emigrazione come patrimonio sociale. A cura di Emiliano Morrone

La forza della memoria è nella sua latenza: la memoria emerge, appare, si manifesta fuori d'ogni previsione.  Il recente ritorno di simboli e momenti storici dell'emigrazione calabrese, la stesura di tesi universitarie, la sorprendente riapertura del dibattito sui flussi migratori dei nonni, la nascita di importanti musei sulla materia come "la nave della Sila", i siti d'approfondimento e disanima antropologica, psicologica, politica e culturale come "emigrati.it", gli scambi dell'associazione "Un sorriso agli emigrati", i gemellaggi e i raduni di "Heritage Calabria", la beneficienza sanitaria dei cugini d'America, le dimore degli emigrati e molte altre iniziative, anche di attualizzazione di quel passato di sradicamento e ricomposizione d'identità, stanno trovando una convergenza in attesa e diatribe, talora, sulla paternità di qualche iniziativa specifica.

In ogni caso, tutto questo fermento sta giovando alla tenuta della storia e della memoria dell'emigrazione, divulgate, per tali trade, in modo certamente più efficace e aggiornato, per i nostri tempi, che non con la mera tradizione orale - la quale raramente si esperisce - o il racconto, pur prezioso, di vicende lavorative o sentimentali, degli avi, da cinematografia. Voglio ricordare, qui, tre progetti non paralleli in fatto di emigrazione di particolare importanza per un discorso futuro che interessi la ricerca, la pedagogia e la promozione turistica, con finalità di sviluppo culturale ed economico.

 

-E' vero che, nonostante le pesanti, e imperdonabili, speculazioni e dimenticanze passate sull'emigrazione, si sta oggi riscoprendo, a volte strumentalmente, un rapporto significativo, pure nella parte dinamica, con l'emigrazione. La cattiva gestione politica, assieme alle risultanze storiche del Novecento, ha comportato, dalle nostre parti, un'emigrazione dal sapore della fuga: dipendente, cioè, non solo - e tanto - da mere esigenze di reddito.

 

L'associazione "emigrati.it", presieduta da Francesco Saverio Alessio, sta conducendo, da anni, su Internet, una campagna di informazione e di formazione sull'emigrazione italiana, da cui non sono escluse analisi articolate sulla responsabilità politica della diaspora, nel mezzogiorno, di intellettuali dissenti.

 

Il giornalista Gian Antonio Stella, per passione, ha organizzato con Mirella Barracco una mostra permanente sull'emigrazione italiana, interessantissima sul piano didattico, la quale, simbolicamente, ha sede in Sila e sottolinea con evidenza il tributo, di risorse umane, fatiche immani e affetti familiari spezzati, pagato dalla nostra gente, ad esempio, alla costruzione delle Americhe.-François Nicoletti, presidente di "Heritage Calabria", testardissimo, infaticabile ed esplosivo personaggio, forse l'emigrato in assoluto più legato alla regione, si prodiga, oltre qualsiasi immaginazione, per riunire chi è partito con chi è rimasto, tentando, con grandi ideali, di concretizzare il sogno d'un cammino comune e d'uno scambio permanente, con gli emigrati, di valori e modelli di vita.

Se queste tre realtà descritte s'incontrassero, ci sarebbe certamente effetti sinergici, vantaggi e nuovi strumenti per intendere l'emigrazione come regione privilegiata della memoria e patrimonio su cui investire proritariamente, in un progetto di larga ingegneria sociale. A cura di Emiliano Morrone


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