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RIVIVIAMO IL PASSATO

 

Da leggere questa settimana in questa newsletter

 

Pro loco Agnone : Il più grande rito del fuoco del Mondo

Mauro Gioielli : La Faglia di Oratino

Mauro Gioielli : Il Bufu

Trilussa : Natale de guerra

 Notizie : Dal Molise e dei Molisani

Franco Nicola : Recettes du  Molise

Notizie : Dall'Italia e degli Italiani


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 LA GRANDE ‘NDOCCIATA DI AGNONE 

 (Fonte Pro loco Agnone)

 


 

Una tradizione antichissima

La ‘Ndocciata che si svolge in Agnone, centro montano dell’Alto Molise in provincia di Isernia noto per la sua millenaria produzione di campane, è la tradizione natalizia legata al fuoco più imponente che si conosca al mondo. Chi ha avuto la fortuna di assistere a questa spettacolare quanto suggestiva processione di fiamme e scintille, racconta di una lunga, interminabile emozione poco descrivibile se non vissuta, per l’appunto, dal vivo. Una emozione che anche Giovanni Paolo II volle far vivere ai romani ed ai pellegrini di tutto il mondo accogliendola in piazza San Pietro nel 1996.

L’origine della tradizione del fuoco che “infiamma” la Vigilia di Natale ad Agnone si perde nella notte dei tempi. Da principio la ‘Ndoccia (fonema dialettale che sta per ”grande torcia”) faceva parte certamente della ritualità pagana legata alla scadenza solstiziale del 21 dicembre. E’ noto infatti l’antico legame che l’uomo ha con il fuoco, ritenuto sin dall’alba della sua comparsa come fonte primaria di vita, elemento fecondatore e purificatore della natura; al pari sono noti agli studiosi i fuochi rituali che dalla Persia alla Normandia, dalla Russia al Galles, gli antichi abitatori dell’Europa e del vicino Oriente accendevano in onore del Dio Sole durante la notte più lunga dell’anno. Anche gli antenati degli attuali abitanti di Agnone, gli Osci e i temibili Sanniti che per secoli contesero a Roma il dominio dell’Italia centro meridionale, erano legati al fuoco, ai suoi significati e alle sue suggestioni. E’ da questo legame che deriva certamente la tradizione ultramillenaria del fuoco solstiziale che in Agnone, nel cuore dell’Appennino abruzzese-molisano, si è evoluta nella ‘Ndocciata. Rito dedicato al sole ed al suo ciclo annuale fatto proprio dal cristianesimo e divenuto per questo fuoco in onore al Dio che nasce, al Cristo Luce e Salvatore del mondo.  La ‘Ndocciata in epoca contemporanea

Da documenti scritti (per lo più giornali locali) si hanno testimonianze di questa tradizione magico- rituale, quale è giunta fino a noi, fin dai primi anni dell’ ‘800. Come leggiamo dal libro di Domenico Meo: “Le ‘Ndocce di Agnone: i fuochi della Vigilia di Natale”, i padri-protagonisti di questa  tradizione sono i contadini. Un rito agreste dunque colmo di significati simbolici, parte del linguaggio della semplicità contadina. Ad esempio: “Mentre la ‘Ndoccia ardeva – scrive lo studioso - si traevano auspici: se soffiava la borea si prevedeva una buona annata, al contrario se tirava il vento . Se schioppettava andava bene, altrettanto se la fiamma era consistente: spari e fuochi, come ci insegna la storia delle tradizioni popolare, sono contro le streghe, considerate un vero e proprio male della società rurale.

A proposito del simbolismo legato alla tradizione del fuoco, i più anziani ricordano quando con la ‘Ndoccia coglievano l’occasione “pe fa la cumbarsa”, fare la comparsa, cioè fare bella figura agli occhi delle ragazze. Il giovane innamorato soleva portare la ‘Ndoccia sotto la finestra della ragazza che aveva scelto come sposa  e se quest’ ultima si affacciava il matrimonio era possibile, altrimenti un secchio d’acqua spegneva la torcia e  l’ardore dell’innamorato…

Anticamente, come oggi, la ‘Ndocciata di Agnone si svolgeva nella tarda serata del 24 Dicembre. Le maestose fiaccole, infatti, servivano con molta probabilità anche ad illuminare il cammino dei contadini che dalle zone rurali si portavano sino al paese per assistere alla messa natalizia di mezzanotte.

Ma in che modo nei tempi più recenti si è arrivati a quello che è oggi la ‘Ndocciata? Negli anni trenta del novecento ancora i contadini solevano sfilare spontaneamente per le vie del centro cittadino con in spalla ognuno la grande torcia fatta spesso con le proprie mani. Ma il secondo conflitto mondiale portò anche alla fine - o meglio ad una sospensione che rischiava di preannunciarla -  di questa antica abitudine. La tradizione fu felicemente ripristinata nei primi anni cinquanta dalla Pro Loco di Agnone che, per incentivare la partecipazione all’iniziativa, organizzò una gara con premi. Da allora possiamo dire che per la ‘Ndocciata fu un crescendo continuo in imponenza del rito e attaccamento degli agnonesi ad esso.  Oggi il 24 Dicembre è un giorno simbolo della tradizione agnonese e un appuntamento irrinunciabile per migliaia di turisti che provengono da ogni dove. 

Come si costruisce una ‘Ndoccia

Le ‘Ndocce, anticamente come oggi, hanno un’altezza di oltre tre metri. Se assemblate assumono la caratteristica forma a ventaglio o a raggiera. Si tratta in questo caso di torce multiple, di numero pari, variabile da due fino a oltre venti fuochi. Esse vengono trasportate da due o più portatori in costume contadino (caratteristica di esso è la storica cappa, mantello utilizzato soprattutto dai pastori, tagliato a ruota con il bavero alto, agganciato al collo, di colore nero). Il materiale utilizzato per la fabbricazione delle ‘Ndocce è l’abete bianco, reperito quasi esclusivamente nel bosco di Montecastelbarone una splendida foresta a nord di Agnone. Gli alberi prescelti sono individuati dagli agenti del Corpo Forestale dello Stato tra quelli malati, abbattuti da calamità naturali o secchi. 

I tronchi sono ripuliti dalla corteccia e tagliati in sottili listelli di circa un metro e mezzo di lunghezza, legati tra loro a mazzo e sovrapposti fino a raggiungere l’altezza di alcuni metri. Questa sovrapposizione di listelli è arricchita nel suo interno da steli secchi di ginestra, che faranno ardere la ‘Ndoccia caratterizzando il rituale anche sonoramente con il loro crepitìo. Questa pianta viene scelta per motivi di carattere logistico e tradizionale. L’abete è una pianta resinosa e di facile combustione, ma è anche l’albero-simbolo del Natale per molte popolazioni nordiche soprattutto di origine celtica non del tutto estranee alla tradizione agnonese. Inoltre il legno di abete non è difficile da trasportare e, se ben secco, è ricco dei rumorosi scoppiettìi che al momento dell’accensione fanno la differenza fra una buona ‘Ndoccia e una non riuscita. 

 Cinque gruppi di portatori

Da secoli i protagonisti della ‘Ndocciata sono i potatori. Divisi in gruppi provenienti dalle contrade rurali di Agnone, gli uomini che sfilano con le grandi torce ardenti sulle spalle si sfidano ogni anno per la conquista del trofeo artistico dello ‘Ndocciatore, realizzato anni fa dallo scultore Ruggiero Di Lollo. Cinque sono i gruppi che negli ultimi anni hanno animato la ‘Ndocciata. La contrada di “SANT’ONOFRIO” è certamente il gruppo più antico. Prende il nome dalla zona montana a nord di Agnone ed è formata da oltre 150 elementi tra uomini e donne. Il gruppo che rappresenta
Agnone centro è quello denominato “CAPAMMONDE E CAPABALLE” nome che sta ad indicare la parte alta della cittadina altomolisana. Composta da oltre 100 persone, questa formazione è la più giovane per età media. La contrada “COLLE SENTE” può definirsi il gruppo di “alta quota”. Proviene infatti da un nucleo abitato situato a ovest di Agnone oltre i 1000 metri di altitudine. La contrada “GUASTRA” anche se appartiene amministrativamente al comune di Capracotta è legata da sempre a questa tradizione agnonese; infatti fino a qualche anno fa, gli abitanti di questo gruppo di case rurali accendevano torce  ardenti vicino agli usci la sera della vigilia di Natale. Infine “SAN QUIRICO” rappresenta il territorio rurale di Agnone più a valle, è il gruppo meno numeroso della ‘Ndocciata ma particolarmente agguerrito e legato a questa tradizione.

Un gigantesco “fiume di fuoco”

La sera del 24 Dicembre all’imbrunire centinaia di portatori di tutti i gruppi si riuniscono all’ingresso settentrionale di Agone; la tensione è evidente, le emozioni si risvegliano e si rinnovano. Il segnale per l’accensione delle gigantesche torce e per la partenza è dato dal rintocco della campana più grande di Agnone, posta sul campanile di Sant’Antonio, il più alto della città. Uno, due rintocchi poi nelle strade si fa silenzio e il corteo si avvia. Davanti a tutti ci sono gli stendardi dei gruppi e le scene di vita contadina animata soprattutto da donne e bambini. Poi, il fuoco. Iniziano a sfilare i bambini con ‘Ndocce singole, a volte leggermente più piccole delle misure riservate agli adulti. I portatori sono solo uomini. Alla ‘Ndocciata non c’è età, il più piccolo portatore che si ricordi aveva due anni, mentre il più anziano sfiorava gli ottant’anni.  Avvolti nei loro grandi mantelli scuri i portatori ogni anno procedono in un ordine prestabilito. Dopo le torce singole ecco quelle a due. Subito dopo entra in scena il vero e proprio esercito di portatori con in spalla quattro grosse torce: è il cuore forte della ‘Ndocciata. Le emozioni crescono, il fiume di fuoco si fa maestoso e ora si dipana sotto gli occhi degli spettatori che affollano il corso principale di Agnone. La città si incendia e più di qualcuno piange. Nella mente si affollano i ricordi dell’infanzia, i pensieri vanno a chi non può assistere anche quest’anno all’immenso fuoco di Natale, perché è lontano, perché non c’è più. Arrivano i portatori con otto torcioni, poi i “ventagli” infuocati con 10, 12, 16 fiamme sulle spalle di uno o due uomini. Ma ecco un’altra sorpresa: ecco i più forti, quelli che vogliono dimostrare alle donne ed ai propri “rivali” di essere i migliori. Giovani dal fisico robusto che in una sfida dal sapore mitico e dalla suggestione unica si sono caricati di 18 o 20 enormi fiaccole. Camminano sicuri nascondendo lo sforzo anche quando non ce la fanno più. E danzano. Danzano al centro della piazza roteando su se stessi simili a pavoni dalla gigantesca coda di fuoco. Mostrano a tutti la loro forza, il coraggio e la maestosità delle fiamme che li circondano. È il rito antico che si ripete. L’immagine ancestrale che richiama significati che sembrano persi ma che in realtà sono sempre presenti: fertilità, forza creatrice e purificatrice del fuoco, preghiera dell’uomo verso le forze dell’ignoto raggiunte attraverso le grandi fiamme delle ‘Ndocce. Questi giovani non lo sanno ma sono i continuatori di liturgie vecchie quanto il rapporto fra l’uomo e la natura.

 Un giganteco “fiume di fuoco”

E il fiume di fuoco va avanti, riempie il corso cittadino, è lungo chilometri, sembra non finire mai. Mentre scrosciano gli applausi la memoria di molti risale a quell’ 8 dicembre del 1996, quando in onore di Giovanni Paolo II gli agnonesi “incendiarono” piazza San Pietro omaggiando il Santo Padre, che aveva visitato Agnone un anno e mezzo prima, in occasione del cinquantesimo del suo sacerdozio. Le parole del Papa affacciato eccezionalmente di sera alla finestra del suo studio, furono piene di commozione e gratitudine. “Grazie di questo spettacolo, grazie per il falò della fratellanza – disse tra l’altro il Pontefice – Grazie alla diletta città di Agnone…il fuoco purificatore che i vostri padri accendevano in occasione del solstizio è divenuto segno di Cristo, di Gesù luce del mondo. Le crepitanti fiaccole ci ricordano che Cristo è la vera Luce. Possa il fuoco trasformarvi in portatori di gioie per il Natale, ad Agnone ed al Molise tutto”. C’era quasi tutta la popolazione molisana ad ascoltare quelle parole sotto il colonnato del Bernini, in un’atmosfera magica, surreale, indimenticabile. La diretta nazionale della Rai, che durò otre un’ora e le aperture di tutti i Tg serali di Rai Uno, Rai Due e Rai Tre oltre che di canale 5, Rete 4 e Italia 1 segnarono la definitiva affermazione della ‘Ndocciata agnonese come uno fra i più suggestivi riti natalizi della tradizione italiana. Negli anni successivi altre tre volte la ‘Ndocciata si è svolta l’8 dicembre in edizioni straordinarie legate a particolari ricorrenze. Come è avvenuto nel 2000 in occasione dell’Anno Giubilare o nel 2004 per la celebrazione del seicentesimo anniversario della proclamazione di Agnone a Città Regia. L’appuntamento della tradizione resta e resterà per sempre quello della Vigilia di Natale. Quel 24 dicembre all’imbrunire, quando ogni agnonese - che si trovi in patria o negli angoli più sperduti del mondo – udendo i rintocchi del campanone di Sant’Antonio accende la propria ‘Ndoccia interna che è fuoco di fede e di attaccamento alle proprie antichissime radici

                                                                                                          

                                                                                Info: Pro Loco Agnone: Tel e fax.0865/77249

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Presidio Turistico Agnone tel e fax: 0865/77722

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LA FAGLIA DI ORATINO Di Mauro Gioielli

A Oratino, la sera della vigilia di Natale, sul sagrato della Chiesa Madre, viene innalzata la faglia, che sarà arsa con l'approssimarsi della mezzanotte. La faglia (probabilmente dal latino facula = piccola fiaccola, torcia) è un enorme "cero" realizzato con centinaia di fusti di canne affastellate e tenute insieme da una ventina di cerchi, che sono legacci ottenuti da rametti di albero (di solito olmo).
Le canne vengono raccolte nei giorni precedenti il rito, e tenute un po' ad essiccare al fine d'una loro migliore combustione. Apposite squadre girano per le campagne e "rubano" le piante necessarie alla realizzazione della faglia. Dopo la fase della raccolta, s'inizia a costruire il torcione. Dentro i cerchi sono collocate le prime canne fino a raggiungere un iniziale corpus cilindrico. Man mano che l'inserimento della ulteriori canne si fa più difficoltoso, s'interviene con la battitura. Utilizzando il partielle, una sorta di rudimentale martellone ligneo, dotato d'un grosso manico alla cui estremità c'è una zona più ampia e massiccia, si "battono" le canne che vengono conficcate a mo' di clavus nei cerchi, fino a creare una struttura compatta e uniforme.
Le dimensioni della faglia, che ha forma cilindrica, sono considerevoli. È alta una dozzina di metri, con un diametro di base di circa due. Il giorno della festa, la faglia è portata in giro per il paese. Per il trasporto occorrono alcune decine di persone, che sostengono la struttura con dei robusti pali di legno. Durante la sfilata, la torcia è tenuta orizzontalmente e sulla sua zona antistante monta il capofaglia, un uomo che, ritto in piedi o a cavalcioni, guida il corteo e ogni tanto urla strofette popolari, ringraziando chi ha "donato" le canne. Dinanzi alla sfilata, una bandarella suona e richiama l'attenzione della popolazione, buona parte della quale segue la faglia partecipando al corteo.
Una delle fasi del rito è l'alzata. Al far della sera, l'enorme torcia, con argani, funi e corde d'acciaio, viene issata davanti alla torre campanaria della chiesa, quindi viene tenuta ritta su se stessa con dei lunghi puntelli. Infine, all'ora stabilita, viene dato fuoco alla faglia, che arde a lungo per salutare l'arrivo del Natale.

IL BUFU Di Mauro Gioielli

Nel Molise è detto bufù il "tamburo a frizione", cioè lo strumento musicale monopelle costituito da un contenitore col fondo chiuso e col lato superiore aperto e intorno a cui è tesa una membrana, al centro della quale è inserito un bastone. Lo strumento produce suono quando il bastone viene 'frizionato' dal suonatore con le mani inumidite oppure munite d'uno straccio bagnato, mettendo in tal modo in vibrazione la pelle che, utilizzando quale camera di risonanza il contenitore, produce un rumore cupo, così caratteristico per il bufù da avergli dato, per onomatopea, il nome.
Nel secolo scorso l'uso campobassano del bufù venne documentato in un articolo di Flaminio Pellegrini (Il capo d'anno nel Molise, "Rivista delle tradizioni popolari italiane", I, 2, 1894): "A Capo d'anno girano per Campobasso compagnie più o meno numerose di ragazzi e d'uomini, munite dei più discordi istrumenti […]. Caratteristico è il così detto bufù, composto con un piccolo barile, sfondato da una delle due parti e ricoperto di pelle tesa…".  Nella nostra regione, ancora oggi la tradizione musicale del bufù è viva in non poche località, tra cui Sepino, Casacalenda, Ferrazzano, Pietracatella, Gambatesa.
Lo strumento si compone di più parti:
1) il recipiente che è solitamente un barile. Non a caso il poeta Giuseppe Altobello scriveva: Cu nu varile viecchie haj'accurdate/ nu piezze de bufù pe cunte mije. Il varile è spesso di medie dimensioni, ma può essere anche un piccolo barilotto d'uso domestico oppure una grande e panciuta botte da cantina. In talune tradizioni, in sostituzione del classico barile viene utilizzata la tina per la raccolta del mosto. Meno frequentemente possono essere impiegati quale 'cassa di risonanza' pure recipienti in metallo o di terracotta e quant'altro può servire all'uso.
2) la membrana, che negli strumenti grossi è una pelle di capra o agnello, mentre in quelli piccoli e moderni può essere di altra natura, anche sintetica. Quando la pelle viene sistemata sulla circonferenza superiore del barile, il suo pelo è rivolto verso l'interno del risuonatore (camera di risonanza);
3) la fune con la quale si lega la pelle al recipiente. La fune, soprattutto nei grandi bufù, viene ulteriormente stretta e tenuta in massima tensione con una mazza-tirante;
4) il bastone, realizzato in legno oppure con una solida canna di grossezza proporzionata alle dimensioni del bufù. Nei grandi strumenti (come ad esempio i bufù sepinesi) il bastone è piuttosto lungo e robusto, mentre nei bufù di dimensioni inferiori è più sottile e breve. Il bastone viene allacciato al centro della pelle dello strumento con un semplice sistema d'assemblaggio: si preme una estremità della mazza sulla membrana ottenendo una sacca d'alloggiamento, quindi con un laccio si serra la sacca intorno alla mazza. Affinché la legatura sia stabile i costruttori intaccano con un coltello il bastone, ottenendo così delle scanalature intorno alle quali il laccio trova un saldo appiglio.
Il tamburo a frizione è di due tipi: stanziale e portativo. È stanziale quello costruito con una grossa cassa di risonanza, le cui considerevoli dimensioni consentono di suonarlo solo 'a posto fisso', cioè stando fermi in un luogo. Questo tipo di strumento deve essere frizionato a mani doppie, ovvero si fanno scivolare lungo il suo bastone entrambe le mani.  Invece, è portativo il tamburo a frizione che può essere suonato mentre viene trasportato; il suonatore, infatti, lo tiene con un braccio e ne friziona il bastone con la mano dell'altro braccio. Nel Molise sono usati entrambi i tipi, con una prevalenza di quello stanziale.
 Da Piazza Regione.It


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                                                                                                    NATALE DE GUERRA

Ammalappena che s'è fatto giorno

la prima luce è entrata ne la stalla

e er Bambinello s'è guardato intorno.

- Che freddo, mamma mia! Chi m'aripara?

Che freddo, mamma mia! Chi m'ariscalla?

- Fijo, la legna è diventata rara

e costa troppo cara pè compralla...

- E l'asinello mio dov'è finito?

- Trasporta la mitraja

sur campo de battaja: è requisito.

- Er bove? - Pure quello…

fu mannato ar macello.

- Ma li Re Maggi arriveno? - E' impossibbile

perchè nun c'è la stella che li guida;

la stella nun vò uscì: poco se fida

pè paura de quarche diriggibbile...-

Er Bambinello ha chiesto:- Indove stanno

tutti li campagnoli che l'antr'anno

                                                        

portaveno la robba ne la grotta?

Nun c'è neppuro un sacco de polenta,

nemmanco una frocella de ricotta...

- Fijo, li campagnoli stanno in guerra,

tutti ar campo e combatteno. La mano

che seminava er grano

e che serviva pè vangà la terra

adesso viè addoprata unicamente per ammazzà

la gente...

Guarda, laggiù, li lampi

de li bombardamenti!

Li senti, Dio ce scampi,

li quattrocentoventi

che spaccheno li campi?-

Ner dì così la Madre der Signore

s'è stretta er Fijo ar core

e s'è asciugata l'occhi cò le fasce.

Una lagrima amara pè chi nasce,

una lagrima dòrce pè chi more...  Trilussa - Roma