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DA LEGGERE QUESTA SETTIMANA IN QUESTA PAGINA

 

RIVISITIAMO IL PASSATO

Antonio Rossano : Montenero e l'inquadramento fascista

Antonio Rossano : Montenero durante il Ventennio fascista

NOTIZIE DAL MOLISE E DEI MOLISANI

Angelo Ferrara : Una intervista al Santuario (Castelpetroso)

Michael Santhers : Pensioni (poesia)

I NOSTRI FRATELLI ABRUZZESI

Fausta Samaritani : Laudonia Bonanni,scrittrice acquilana

L'ANGOLO DELL'EMIGRATO

Nicola Franco : Cosa sappiamo dell'Abruzzo ? 

L'ITALIA E GLI ITALIANI

Nicola Picchione :  Radici bonefrane della poesia di Adam Vaccaro

Dal web : Eventi Italiani nel mondo; Los Angeles, Montréal

  

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I fatti di... Montenero


¹ Il primo podestà fu Francesco Di Vaira. L'ultima sommossa, e la più drammatica, avvenne l'8 settembre 1931, quando il popolo insorse contro il podestà ed il suo vice (Javicola). Fu occupato il municipio, ma gli esponenti fascisti si erano nel frattempo dati alla fuga. Il giorno seguente arrivarono carabinieri e soldati da Chieti per sedare la rivolta; quella che seguì fu una lotta fra popolazione e forze dell'ordine. La giornata si concluse nella maniera più drammatica: i carabinieri, appostati presso l'attuale imbocco di Via Carabba dalla piazza, fecero fuoco mirando alto sulle teste, ecco perchè colpirono a morte tre cittadini che si trovavano all'estremità opposta della piazza (vicino il palazzo Cremonese) come semplici spettatori. Il fatto che siano state colpite tre persone contemporaneamente, lascia supporre che i carabinieri ricevettero l'ordine di fare fuoco tutti assieme mentre erano inquadrati, altrimenti al cadere dell'amico vicino, gli altri due si sarebbero dileguati o quantomeno buttati a terra. Altresì il fatto che le pallottole siano finite tutte nella parte più alta della piazza, non avendo colpito i dimostranti che si paravano proprio davanti ai carabinieri, dimostra che non si aveva intenzione di colpire. Va aggiunto, infine, che la visuale tra le postazioni di militari e vittime era (ed è) interrotta dalla vegetazione della Villa Comunale.

Una volta sedata la rivolta, molti furono gli arresti ed alcuni scontarono la pena in carcere per molto tempo. Furono liberati solo in seguito ad un indulto. Le truppe Alleate entrarono a Montenero il 16 ottobre 1943 e nominarono Commissario Civile Emilio Paterno, che nel suo libro "Io difendo me stesso", riferisce di aver persuaso il tenente inglese Campbell a non punire gli esponenti fascisti locali, perchè non pericolosi. In seguito alcuni cittadini di Montenero furono inviati al confino comunque.  Antonio Rossano Dal sito web Montenero online

 

                                                                                                                                                                                             

RIVISITIAMO IL PASSATO

 

 

MONTENERO E L'INQUADRAMENTO FASCISTA

Di Antonio Rossano

 

Tra le priorità del regime fascista c'era anche la cura del fisico. Nella foto è visibile un gruppo di giovanissimi di Montenero impegnati nella ginnastica e, secondo il noto stile mussoliniano, a farla da padrone erano inquadramento, ordine e propaganda.
Scattata nei primissimi anni Quaranta, la foto ritrae il saggio ginnico durante la festa nazionale fascista. Il luogo è piazza della Libertà (guardando verso le vie Argentieri e Carabba).
I Balilla, più grandicelli, si riconoscono dalla divisa nera con cappello. I Figli della lupa sono i più piccoli, vestiti con maglietta bianca e pantaloncini neri.

 

L'avvento del regime in paese


Montenero, come già descritto in un'altra "
pillola", aderì al fascismo inizialmente con atteggiamento tiepido, ma poi ne divenne parte integrante, secondo la logica totalitaria dell'epoca in Italia.
Lo storico Emilio Ambrogio Paterno ci dà una testimonianza, datata 1928, di come il paese accolse il regime che, prima di portare alla rovina totale della guerra, entusiasmò anche qui tanta gente. Come d'altronde avvenne nel resto della Penisola. Ma il fascismo significò anche manganellate, abolizione delle libertà di stampa e individuali, senza tralasciare le famigerate purghe. E quest'ultima "usanza" squadrista fu uno dei biglietti da visita con cui i Fasci si fecero conoscere anche a Montenero. A parlarcene è lo stesso Paterno nel testo che segue.
"Montenero di fronte al movimento travolgente dell'ottobre 1922 (marcia su Roma n.d.r.) nicchiava. Gli appartenenti al Listone* tennero duro. Poi videro il vuoto, il fatto compiuto, e in massa cambiarono faccia. Si dettero al nuovo partito, il quale aveva già sciolto il Partito molisano d'azione formato dai combattenti. Ma ci volle un po' di pausa per convertire i più riottosi.


Petacciato aveva già le sue brave squadre d'azione. Un giorno di novembre del 1922 circa settanta camicie nere armate fino ai denti e comandate dal tenente Carlo Barbieri, vennero in questo comune col segretario politico di quella sezione fascista, insegnante Nicola Sparvieri. Essi bivaccavano e fraternamente festeggiati dai combattenti locali fondarono la sezione fascista in questo comune. I militi petacciatesi bene inquadrati e con la musica cittadina in testa girarono pel paese cantando gli inni
fascisti (...).
Fu punito quel giorno con la purga l'apprendista fabbro Vincenzo Di Giorgio, ritenuto per socialista.
Anche questo comune ebbe poi la sua brava Milizia volontaria al comando del decurione tenente Gabriele sig. Pietro.  L'11 giugno 1926 la sezione fascista inaugurava il suo gagliardetto. A ricevere S.E. Carusi erano le scuole, il gruppo dei Balilla (...)". (E. A. Paterno) Di Antonio Rossano, 5 febbraio 2006

MONTENERO DI BISACCIA DURANTE IL VENTENNIO FASCISTA Di Rossano d'Antonio

Chi non riconosce quei cappelli e quelle divise? E perchè no, l'aspetto impettito dei soggetti fotografati?
Anche Montenero, durante il ventennio fascista, era parte integrante del regime totalitario, che in paese aveva Sezione Fascista e relativa organizzazione: Milizia Volontaria, Comandante, Ispettore di zona ecc. Ovviamente anche i più piccoli erano assoldati e raggruppati in: Figli della lupa, Balilla, Avanguardisti, Giovani fascisti, Piccole italiane...Va detto che tranne in qualche sporadico caso, non si videro i tristemente noti fenomeni dello "squadrismo" a Montenero. Fatta eccezione per la destituzione del primo Podestà¹, a primeggiare fu sempre il senso di fratellanza corroborato dalla conoscenza fra gli abitanti tipica dei paesi piccoli. Così non vi furono episodi violenti di rilievo, e di detta fratellanza beneficiarono anche gli stessi esponenti fascisti, allorquando gli Alleati, liberata Montenero², furono persuasi a non punire e mandare al confino coloro che erano inseriti nella lista dei Neri

Fascisti sì, ma non troppo Stando ai racconti, pare che Montenero sia rimasta tutto sommato indifferente all'avvento del fascismo (1922), o almeno fino alla guerra etiopica (1935), quando diversi monteneresi partirono per la nuova colonia in cerca di fortuna. Essi aprirono botteghe artigiane di fabbro, calzolaio ecc., e fecero anche affari, salvo poi tornare con un pugno di mosche in mano (e qualche anno di prigionia) dopo che gli inglesi ebbero la meglio sulle truppe italiane e sull'Africa Korp di Rommel. In ogni caso fu allora, dopo la conquista etiopica, che l'entusiasmo fascista contagiò Montenero. L'enfasi fu comunque superficiale e come detto mancarono episodi di squadrismo violento (s'immagini cosa poteva significare picchiare chi si conosceva bene, cioè tutti, o addirittura un parente/compare, cioè molti).

I fatti di... Montenero. ¹ Il primo podestà fu Francesco Di Vaira. L'ultima sommossa, e la più drammatica, avvenne l'8 settembre 1931, quando il popolo insorse contro il podestà ed il suo vice (Javicola). Fu occupato il municipio, ma gli esponenti fascisti si erano nel frattempo dati alla fuga. Il giorno seguente arrivarono carabinieri e soldati da Chieti per sedare la rivolta; quella che seguì fu una lotta fra popolazione e forze dell'ordine. La giornata si concluse nella maniera più drammatica: i carabinieri, appostati presso l'attuale imbocco di Via Carabba dalla piazza, fecero fuoco mirando alto sulle teste, ecco perchè colpirono a morte tre cittadini che si trovavano all'estremità opposta della piazza (vicino il palazzo Cremonese) come semplici spettatori. Il fatto che siano state colpite tre persone contemporaneamente, lascia supporre che i carabinieri ricevettero l'ordine di fare fuoco tutti assieme mentre erano inquadrati, altrimenti al cadere dell'amico vicino, gli altri due si sarebbero dileguati o quantomeno buttati a terra. Altresì il fatto che le pallottole siano finite tutte nella parte più alta della piazza, non avendo colpito i dimostranti che si paravano proprio davanti ai carabinieri, dimostra che non si aveva intenzione di colpire. Va aggiunto, infine, che la visuale tra le postazioni di militari e vittime era (ed è) interrotta dalla vegetazione della Villa Comunale.
Una volta sedata la rivolta, molti furono gli arresti ed alcuni scontarono la pena in carcere per molto tempo. Furono liberati solo in seguito ad un indulto.

² Le truppe Alleate entrarono a Montenero il 16 ottobre 1943 e nominarono Commissario Civile Emilio Paterno, che nel suo libro "Io difendo me stesso", riferisce di aver persuaso il tenente inglese Campbell a non punire gli esponenti fascisti locali, perchè non pericolosi. In seguito alcuni cittadini di Montenero furono inviati al confino comunque. Di Antonio Rossano. Dal sito web Montenero online



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NOTIZIE DAL MOLISE E DEI MOLISANI

 

 

Il Professore e Storico Angelo Ferrara 

ci parla  del Santuario di Castelpetroso


Precari, continua la protesta
Le associazioni e i comitati dei precari non mollano. Dopo le proteste davanti alla sede del governo a Roma sono annunciate nuove manifestazioni in tutta Italia in vista delle nomine annuali degli insegnanti.

La nuova organizzazione regionale della Democrazia Cristiana

L' attuale realtà politica nazionale presenta confusione e scarsità o assenza di valori, dove tutto diventa incolore e dove cambiare casacca politica è facilissimo o è addirittura ancor più facile mostrare di non averne una, dove si può passare da una parte all' altra, da una lista all' altra, in maniera indolore e dove si dimenticano il sudore delle lotte politiche fatte dai nostri predecessori quando la politica significava realmente "arte dell' amministrare la cosa pubblica".

Programma regionale di inclusione sociale 2011

Lunedì 4 luglio si terrà una Conferenza Stampa di presentazione del “Programma regionale di inclusione sociale 2011 – 2012” ed il progetto “Educatrice domiciliare tagesmutter – Servizi innovativi per la prima infanzia per conciliare i tempi di vita e lavoro”.

Un nuovo successo peil il Campeggio Molise

"Si è da poco concluso il 1° raduno della “Pizzica e della Taranta” a Zollino (LE); nato da una idea dei nostri amici e soci salentini, Gabriella Manco e Francesco Chiga, presenti ai nostri raduni di capodanno a Gambatesa, che hanno voluto continuare il “matrimonio” camper/musica e noi, come potevamo non “sposare” la pizzica e la taranta salentina?

Il Molise protagonista a Tuttofood Milano

Aprirà i battenti oggi, domenica 8 maggio, a Milano, presso il nuovo quartiere fieristico, il Tuttofondo, manifestazione che si inserisce a pieno titolo fra le dieci rassegne alimentari internazionali più importanti del mondo. Le circa 2.000 imprese espositrici avranno la possibilità di presentare le loro produzioni e novità ad un pubblico di operatori del settore sia italiani che esteri, la cui presenza è stimata in circa 30.000 presenze. “La nostra regione –

Fisco, nasce Equitalia Sud

Arriva Equitalia Sud: è la nuova società del Gruppo Equitalia che dal primo luglio, è l'agente della riscossione per il Lazio, la Campania, il Molise e la provincia di Taranto. Nel secondo semestre del 2011, la società completerà la sua struttura con ..

Dal 15 luglio su web i lavori del Consiglio Molise 

 Dal 15 luglio partira' in via sperimentale la trasmissione in diretta delle sedute del Consiglio regionale sul portale istituzionale della Regione Molise (www.regione.molise.it). Sara' dunque possibile seguire le assemblee ...

LARINO

Percorsi strutturati per i turisti in visita nel frentano. Li ...

L'Ecomuseo Itinerari Frentani, da anni , impegnato nella promozione, recupero e valorizzazione dei beni materiali e immateriali relativi alla cultura agro-pastorale del Molise Frentano, propone ai visitatori dell'area una serie di percorsi ...

CHIAUCI

Acqua: la diga di Chiauci diventa operativa

I lavori di invaso alla Diga di Chiauci ''procedono bene, rispettano la tabella di marcia'' e da oggi l'infrastruttura e' di fatto operativa, consentendo ai territori del Basso Abruzzo e dell'Alto Molise, appena ne faranno ...

CASTELPETROSO 

In Molise il cardinale Bagnasco
Il 25 settembre Bagnasco, oltre a Castelpetroso, sarà anche a Bojano per l'inaugurazione della Cattedrale restaurata.

CAPRACOTTA-TERMOLI

Termoli-Capracotta: turismo mare e monti
Il verde incredibilmente intenso delle grandi foreste e delle praterie dell'Alto Molise sono già una meta per i visitatori che decidono di soggiornare a Capracotta, ma se queste bellezze naturali vengono abbinate alle spiagge e al mare termolese, ...

ROCCAMANDOLFI

xiv edizione di rocka in musica

Più ci si avvicina all’evento più il villaggio di Rocka in Musica prende forma a Roccamandolfi; più passano gli anni più questo villaggio si riempie di amici e contenuti nuovi, seguendo un percorso di crescita naturale, volutamente misurata, nient’affatto forzata da necessità  economiche e soprattutto forte di una indipendenza politica che rivela un modo nuovo e forse più profondo di rapportarsi all’impegno sociale e al territorio.

TERMOLI

Movimento 5 Stelle, primi passi in Molise: "Uniti dall’antipolitica"
 
Primi incontri interlocutori fra i simpatizzanti di Beppe Grillo e delle sue battaglie contro l’attuale sistema partitico. Dopo una riunione improvvisata a Termoli

'inaugurazione della mostra fotografica di Antonino Tutolo "Il silenzio della materia"

Antonino Tutolo, termolese, ha iniziato a fotografare nei lontani anni 60.Un workshop con la fotografa FIAF dell'anno 2000, Giuliana Traverso, ha cambiato completamente il proprio modo di concepire la fotografia, da strumento di documentazione a strumento di comunicazione di pensieri, emozioni, ecc..

BOIANO 

Mina Cappussi è la nuova Presidente della Fidapa di Bojano 

La giornalista eletta con larga maggioranza alla presenza della delegata del Comitato di Presidenza del Distretto Sud-Est. .Modernità, arte, cultura e apertura all'esterno i punti del suo programma. Un corso di alfabetizzazione informatica, un concorso per le scuole, un premio, dibattiti culturali,

ROCCAMANDOLFI 

Gli altarini del corpus domini a Roccamandolfi

Per comprendere al meglio le tradizioni locali e l'iniziativa promossa dall'Amministrazione Comunale e dalla Pro loco di Roccamandolfi, si trasmette un articolo di Antonio Scasserra (studioso dell'abbigliamento e delle tradizioni popolari) sull'antica consuetudine di allestire gli altarini del Corpus Domini.

FROSOLONE
A partire dalle ore 21.00 presso il Ristorante La Tana dell`Orso a Frosolone, si da il via alla nuova stagione dei GRANDI EVENTI 2011 con la FESTA DEI CUORI SOLITARI: una serata dedicata a titti i single .e non solo. La serata si prevede ricca di animazione, balli e musica mixata dal DJ Maurizio Sery, con degustazione di primi...
RICCIA
Martedì 21 giugno, presso la sala Consiliare a Riccia, si è tenuta la presentazione dei nuovi bandi regionali per l'agricoltura e per l'occupazione giovanile.

 

 

 PENSIONI

Pensioni al cimitero
prospettive deterioramenti
allungate con iniezioni all'uranio
certificate croci molibdeno

Parametri Europei
indicatori fine lavoro
primordiali sicure
aureole d'avvoltoi
interpretate a laser,
semplice claudicare è recita

Tutta una vita a riparare ossa
e quando finalmente certi
coda a riposo, volti incipriati

 

 

 e cervello a stilare
testamento di frattaglie,
figli d'odierni Caino e Abele dicono
basta una flebo
per andare in risparmio
a piedi lenti alla fossa
spostata di volta in volta
premio piu in là

Rottami d'anime spente
venduti al popolo
da rigattieri politici
-------------------------------
Da: Destini E Presagi
http://www.santhers.com

 

 

                                                                                                                                                                                           

I NOSTRI FRATELLI ABRUZZESI

 

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Laudomia Bonanni, scrittrice aquilana del Novecento

di Fausta Samaritani

 

2. Nel salotto Bellonci nasce una scrittrice

 

 

Una mattina di maggio 1948 gli “Amici della domenica” si ritrovano da Goffredo e Maria Bellonci, per assistere alla proclamazione del vincitore di un nuovo premio letterario, per un’Opera inedita di Autore inedito. Il prescelto vincerà 127mila lire, raccolte tra gli “Amici della domenica”, e avrà la pubblicazione garantita, nella Collana di Mondadori “La Medusa degli italiani”.

All’apertura della busta, su cui è scritto Il fosso, che è il titolo dell’opera vincitrice, salta fuori il nome di Laudomia Bonanni Caione, di Aquila. Nessuno dei presenti l’ha mai udita nominare. Ella ha presentato due racconti lunghi, Il fosso e Il mostro, raccolti sotto il comune titolo Il fosso. Dallo stile di scrittura e dalla scelta dei temi, i giurati erano convinti che l’Autore fosse un signore toscano di circa sessanta anni… Laudomia invece ne ha appena compiuti quaranta. Piccola di statura, grassottella, capelli corti e arricciati, è estranea al mondo letterario, un po’ snob, della Capitale. Sfigurerà di fronte alla raffinata eleganza di Maria Bellonci, alla linea perfetta di Alba De Céspedes, alla splendida vacuità di Elsa de’ Giorgi? Poche domeniche dopo, quando varca la soglia del famoso salotto letterario romano, Maria Bellonci la prende sotto la sua speciale protezione: le sarà amica per il resto della vita.

           

Via quel Caione, cacofonico! Da questo momento la nostra scrittrice sarà semplicemente Laudomia Bonanni. Goffredo Bellonci conia per lei un magico soprannome: “La penna dell’Aquila” e l’accoglie, come elzevirista, nella terza pagina de «Il Giornale d’Italia», il quotidiano che – salvo un breve intervallo, perché Enrico Falqui la porta a «Il Tempo» – resterà per lunghi anni la testata di riferimento della nostra Autrice. Laudomia ha l’illusione che anche Sibilla Aleramo le sia amica; al contrario Sibilla, che ha aderito al Pci e è più adulta e più scaltra, dopo poche settimane prende le distanze, forse perché non approva che la Bonanni collabori a «Il Giornale d’Italia», una testata filo governativa e filo atlantica.

 

Il fosso esce ad agosto 1949. Due racconti non bastavano: Laudomia ha integrato con Messa funebre e Il seme: due storie ambientate in Abruzzo, a Caramanico, «al tempo dei Tedeschi». Negli anfratti della Maiella, nelle cantine delle case rurali si annidavano allora partigiani, gruppi di “neri” irregolari, soldati anglo-americani dispersi. In paese restavano donne e bambini, inermi davanti alle tragedie.

Protagonista del racconto Il fosso è Colomba, una trovatella che vive stentatamente, in condizioni di disagio esistenziale. Ha lasciato la protezione del convento e sposato un uomo poverissimo, ma onesto. Molla della sua esistenza grama è l’istinto di sopravvivenza, la “necessità” di vivere. Dei quattordici suoi figli, solo due sono viventi: Vincenzo e Onorina che, come bestiole, giocano in una discarica, lottano contro la denutrizione, la miseria, la malattia, con identico rabbioso bisogno di esistere. Vincenzo si rinforza, mentre Onorina, «uno sterpolo di ragazza senza germoglio di seno», si ammala, non lotta più, muore. Il fosso esce prima che l’Esistenzialismo, già presente in Francia in forma embrionale, abbia dato alle stampe i suoi maturi frutti letterari.  Il mostro, di ambientazione borghese, è la storia di una insegnate e educatrice, impreparata di fronte alle prime pulsioni sessuali di un nipote adolescente. Grazie a questo racconto, Laudomia Bonanni è definita “Moravia in gonnella”.

 

Antonio Baldini le apre le porte della fiorentina “Nuova Antologia”, su cui esce Corte Paradiso, racconto ispirato alla storia vera di un gruppo di vecchi delle montagne abruzzesi, scaricati come fagotti da un camion tedesco, davanti all’ospedale dell’Aquila. L’ultimo inverno di guerra ha imbiancato la corte di neve. Alcuni vecchi non sono neppure malati: che ne deve fare il primario chirurgo, che è Paride Stefanini e che attende i feriti del bombardamento di Sulmona? Laudomia Bonanni ha assistito a questa scena straziante e ne ha rinverdito la memoria.

Suoi racconti sono pubblicati anche da altre riviste, come «Il Ponte», diretto da Piero Calamandrei e, più tardi, da «Civiltà delle Macchine». La Bonanni trova difficoltà con «La Fiera Letteraria», per la poco comprensibile ostilità di Cardarelli, che ne è direttore editoriale e che si mostra ambiguo nei suoi confronti. Sulle pagine de «La Fiera Letteraria» uscirà qualche anno dopo la più ferma stroncatura a un libro della Bonanni, stroncatura che la riempirà di risentimento avvelenato. Non piace Laudomia Bonanni né alla critica troppo orientata a sinistra, né a quella di rigida militanza cattolica.

Il fosso merita molte critiche, anche eccellenti. Lo lodano Eugenio Montale, Goffredo Bellonci, Geno Pampaloni, Giuseppe De Robertis e molti altri. Enrico Falqui lo accetta, ma con qualche riserva. Ne parla diffusamente Ferdinando Giannessi, giovane professore di italiano alla Bocconi, che sarà amico di Laudomia e ne raccoglierà le confidenze. A gennaio 1950 Laudomia Bonanni riceve il premio Bagutta Opera prima, mai, prima d’allora, conferito a una donna. A Milano conosce Maria Luisa Spaziani, giovanissima: molti anni dopo, a Roma, le due amiche si ritroveranno spesso, a conversare, sedute sull’erba, in un giardino frequentato da mamme con bambini.

Presenta a Mondadori un romanzo il cui titolo, Stridor di denti, è tratto da un celebre versetto di Matteo sui patimenti infernali. Il rifiuto di Mondatori è per Laudomia un feroce disinganno. Si reca a Milano per difendere la sua opera letteraria, ma è inutile. Chiude il dattiloscritto in un cassetto. Mondadori rifiuta poi una raccolta di novelle dal titolo Palma e sorelle che Laudomia propone all’editore Casini, La raccolta esce nel 1954 e ottiene a Milano il premio Soroptimist.

Da anni la Bonanni lavora a un romanzo, ambientato in un palazzo aquilano. Dal balcone della sua casa, in Corso Garibaldi, ella osserva le persone che abitano in un vecchio caseggiato che davanti ha un largo cortile, chiuso su fronte strada da cancellate sormontate da archi. Tra i cancelli c’è una fontana a forma di conchiglia. Il romanzo è L’imputata. Pubblicato da Bompiani nel 1960, arriva terzo allo Strega, grazie anche al sostegno di Montale e di Geno Pampaloni, e vince il premio Viareggio. Ne L’imputata, romanzo corale con risvolti polizieschi, i morti sono quattro: il neonato trovato dai bambini del caseggiato dentro un cartoccio di giornali bagnati, l’adolescente che s’impicca, il marchesino zoppo che si uccide con la pistola e il ferroviere accoltellato da un ragazzo di fronte a un gruppo di bambini.

Nel panorama letterario italiano Laudomia Bonanni è ormai una stella di prima grandezza: le chiedono interviste radiofoniche, collaborazioni a quotidiani a riviste e almanacchi gastronomici. È inserita in raccolte di autori contemporanei, presenta libri. L’imputata e il successivo romanzo L’adultera (Bompiani, 1964) sono tradotti in francese e in spagnolo. L’adultera, storia di una donna giovane, piazzista di tessuti, che viaggia da Milano a Roma, fino a Napoli, per incontrare l’amante – e a Napoli muore, per una fuga di gas nel bagno – vince il Campiello.

Laudomia Bonanni lascia la casa paterna e si trasferisce in un appartamento modernissimo, dalle cui finestre lo sguardo spazia su Roio. Nella nuova casa aquilana la va a trovare il giovane Bruno Vespa, per una intervista. L’indirizzo ha per noi un suono sinistro: via XX Settembre, L’Aquila.  Sono polvere e calcinacci gli edifici che negli anni Sessanta erano nuovi. Calcinacci e polvere, dopo il sisma del 2009. Corso Garibaldi è invece sbarrato e per entrare serve uno speciale permesso. Esiste il caseggiato dove Laudomia Bonanni ambientò il suo romanzo di maggior successo, L’imputata; esiste la fontana a forma di conchiglia e il palazzo dove abitava la famiglia Bonanni Caione; ma nessuno vive in questi luoghi: squallore di giorno, buio la notte. La vita, in Corso Garibaldi, esiste solo nelle pagine di un romanzo della Bonanni.

 

Muore la madre, Amelia Perilli. Laudomia lascia l’incarico di consulente al Tribunale dei Minori dell’Aquila e convince sua sorella Isa, di poco più giovane, a lasciare L’Aquila e andare a abitare con lei a Roma: non è una scelta dettata dal bisogno di abbandonare la città natale di provincia, che le sta stretta, per risiedere a contatto con letterati editori e giornalisti. La verità è che Laudomia Bonanni non riesce più a scrivere. In una lettera a Maria Bellonci confessa di star male e di aver paura. Fugge da sé stessa?

Sulla terza pagina di vari quotidiani continuano a uscire suoi vecchi elzeviri, a volte in parte rimaneggiati. Bompiani ripubblica i suoi libri Il fosso e Palma e sorelle. Tradita dalla sua indole, sensibilissima, nel momento più delicato della sua vita di donna, sembra che in Laudomia Bonanni la vena di scrittrice sia esaurita. Per le strade e nelle piazze manifestano i ragazzi del ’68. (segue) Di Fausta Samaritani ..........CONTATTO


 

 


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L'ANGOLO EMIGRATI

 

 

Gli Immigranti of Providence. Dal sito web Echo Molise

 

On November 17, 1921, I first saw the light of day in a coldwater flat on 16 Piedmont Street in the City of Providence, Rhode Island. I'm recalling some of my early childhood memories and what it was like growing up on “The Hill.'' 

One could not forget the strength we (I say “we” because I'm including my brothers Michele and Jimmy and my sisters Anna and Jenny) drew from my father, Donato Fantetti and dear mother Giovannina (Barletta) Fantetti, a family unit that held together throughout the difficult depression of the 1930s and the difficult political times fast approaching. Our family was considered a stabilizing influence on a street that included the most diversified characters and family units that at times seemed to be in constant conflict with each other over matters that concerned children, husbands, the best regional cooking, peddlers, police and old world towns of origin. ...continua  
 

 

La gioia di stare insieme. Di Anna Maria Zampieri Pan (Vancouver,Canada)

Non ha la forma di uno stivale ma è diffusa a macchia d’olio nel vasto territorio metropolitano ed oltre, dalle coste del Pacifico alle pre-pendici delle Montagne Rocciose. Non è la invisibile Little Italy di oltre un secolo fa, gelosamente custodita come un sogno nel cuore dei pionieri insediatisi nel Far West canadese, quando c’era da disboscare la foresta e tutto era ancora da costruire. Non è nemmeno più il caratteristico quartiere cittadino sviluppatosi cinquant’anni dopo: quella Little Italy che tuttora conserva la sua originaria impronta tricolore nei negozi di prodotti alimentari e generi vari, nei caffè e ristoranti dai nomi italiani, nel piccolo mercato rionale, nella bottega del barbiere, nelle boutique di abbigliamento, nelle agenzie di viaggi.

La Piccola Italia di Vancouver è quella delle decine di migliaia di emigrati italiani e di loro discendenti che di questi luoghi hanno fatto la loro casa. Dai primi del secolo scorso ai giorni nostri, perché ancora ne stanno arrivando, sia pure sporadicamente: giovani tecnici e professionisti, con le loro giovanissime famiglie. Quanti esattamente? Le rilevazioni anagrafiche in corso ce lo diranno con esattezza. Insieme hanno contribuito a fare di Vancouver la seconda città al mondo per qualità della vita. Fino all’anno scorso, Vancouver capeggiava la lista, ora è preceduta da Zurigo e seguita a ruota da Vienna.

Ma la Piccola Italia di Vancouver si esprime anche nella composita realtà associazionistica promossa da individui e famiglie con radici regionali o paesane comuni. Elenchiamo qui la realtà del capoluogo. In un secondo momento daremo uno sguardo al territorio britishcolumbiano dove gli insediamenti di italiani sono stati contemporanei o hanno addirittura preceduto quelli cittadini. Com’è dunque conformata l’Italia dell’associazionismo locale? Ad eccezione di Piemonte, Lombardia, Liguria, Marche e Umbria, tutte le altre regioni italiane sono rappresentate da gruppi e associazioni legalmente riconosciuti: dal Veneto alla Calabria, dal Trentino-Alto Adige alla Puglia, dal Friuli-Venezia Giulia all’Emilia Romagna, dalla Toscana al Lazio, e ancora l’Abruzzo, la Basilicata, la Campania, la Sicilia, la Sardegna, il Molise. A proposito di quest’ultimo, va sottolineato uno strano fenomeno: più piccola è la regione d’origine, più frastagliata appare la realtà associativa dei suoi emigrati. Dinamismo o individualismo? Inventività o separatismo? A Vancouver operano la Molisana Society, la Società Civitanovese, la Famiglia Bagnolese Society, il Gruppo Sannitico Molisano Lupi del Matese e gli Amici di Casacalenda del Molise.....continua

 

 

                                                                                                                                                                                           

L'ITALIA E GLI ITALIANI

 

Radici bonefrane della poesia di Adam Vaccaro Di Nicola Picchione

Nelle tre principali raccolte di poesie di Adam Vaccaro appare evidente quel cordone ombelicale difficile da recidere per chi si allontana dal luogo di origine: sono numerosi i richiami espliciti al paese dove è nato e ha vissuto i primi anni. Bonefro è nel basso Molise, povero di risorse, abitato da gente che aveva forte personalità, diversa da quella dei paesi vicini: più chiusa, più pessimista, più razionale, più critica, con senso esasperato della dignità, meno capace di iniziative commerciali. L’intensa emigrazione degli anni ’50 e ’60 lo ha quasi svuotato.
Adam ha evitato i pericoli che incombono sui poeti che si richiamano alla terra d’origine: il bozzettismo e il sentimentalismo. Una prima dichiarazione del legame con la terra di origine appare in Sacrario quieto del ’70 (in R1): Terra mia pietre morte/ devo tornare in mezzo a voi/ per sentire tutto l’amore/ che non vi ho mai dato/ per sentire la mia carne/ così fatta di voi. Quelle pietre morte riescono a suscitare sentimenti e si fanno lievito vitale. In “Presente passato” del ‘76 (in R1) è confessata la dicotomia tra la voglia di ricordare e quella di dimenticare: “E mi trascino dietro tante cose/ povere cose/ orgogliose/ inaridite e dense di vita/ facce e case/ onde sonore profumi/ che sogno sempre/ di lasciare sempre/ e poi ritrovo…”. Non si possono scacciare i ricordi che, anzi, partono da lontano:Guardavamo scannare i maiali/ con allegra tranquilla innocenza/ lanciavamo stecche appuntite di ombrelli/ contro civette crocifisse alle porte/ e arrostivamo feroci zoccole finite/ disperate in gabbie (Da “feroci innocenze e oltre” in R3
).


Chi ha vissuto quegli anni ’50 in quel paese rivive scene talora crudeli di ragazzi che giocano anche torturando animali (si può meditare sul nostro recente passato quando si guarda con disprezzo “gli altri” che arrivano da noi) ma che – almeno alcuni di loro – già (di)versi cantando/ m’illumino d’immenso” volgevano la loro attenzione lontano da quelle strade polverose e da quelle case povere e affollate. In quell’ambiente nacquero i primi germi di formazione che hanno premesso e permesso la successiva crescita: E nessuno può dire se fu quel piede fondato nella terra e/ nel letame che diede una spinta a sogni d’assalto al cielo. Il ricordo può iniziare da squarci visivi ma subito si anima di persone e di sentimenti (In R3, La casa sommersa): Ricordo cieli blu ricordo cieli viola/ ricordo cieli grigi-sfumature capaci/ di fomentare pensieri - potenti pensieri”, (La terra); “Dunque tu mi dici che il mondo non finisce qui/ che questo è solo un confine/ e non una fine”, (Il confine). La visione di “Frotte di biciclette nel sole annegate/ imbiancate tra polvere e sassi “ non è solo la rappresentazione viva e palpitante di quel mondo di ragazzi del Sud ma la rievocazione dei loro pensieri e dei loro desideri.

 Se queste sono le radici bonefrane palesi, altre più sommerse e profonde sono rintracciabili nella sostanza poetica  e nella visione del mondo che emerge nelle tre raccolte. “Le bugie del mago”  può essere presa a paradigma della complessità di tali radici. È descritto il paesaggio dei dintorni di Bonefro di bellezza umile ma straordinaria; e sono rievocate antiche storie e miti locali. L’atmosfera sognante di un chiaro freddo giorno dicembrino con un silenzio appena interrotto dal canto ipnotizzante di una fontanella: quasi un invito a lasciarsi andare a sovrumani silenzi e naufragar in questo mare. Ma le radici bonefrane rompono l’incanto: il sogno è interrotto dalla ragione (l’interazione sogno-ragione era ritenuta la chiave della poesia dai teorici matematici del 700). La visione genera una sorta di diffidenza come per quel sole invernale luminoso e freddo che è “mago dei maghi”, “così bugiardo che assottiglia il cuore”, lui origine della vita che splende ma già fugge nel buio della notte. Poesia sospesa tra realtà e sogno, tra favola e consapevolezza dell’inganno delle favole; sonata dove la luminosità della tonalità maggiore è intercalata dalla lucidità fredda della tonalità in minore. Il senso di realismo affiora anche quando Adam ricorda i genitori; l’affetto è frenato da riflessioni sulla difficoltà del vivere. La madre che crivellava loglio e veccia nera è la figura – pur evocata con dolcezza nel suo lavoro domestico – che col suo gesto gli indica un’etica aspra ma d’amore (Crivelli e fratelli in R2); il padre (Scintille, della stessa raccolta) è anche il padrone che comanda al ragazzo di girare più forte la mola ma è pure il maestro che ti educa: quando sarai adulto, quel gira più forte ti risuonerà nella mente, come incitamento a tener duro nella fatica.


Anche il ricorso alla lingua  locale non è un vezzo in Vaccaro ma una necessità espressiva, irrinunciabile quando il sentimento si fa intenso (Pirandello sosteneva che il dialetto è più adatto ad esprimere sentimenti, la lingua nazionale ad esprimere concetti). Il dialetto bonefrano, malgrado la difficoltà di scrittura e di comprensione, appare al poeta l’unica lingua idonea a comunicare sensazioni forti, ricordi e riflessioni che si riallacciano al carattere detto all’inizio del popolo bonefrano: “ogni momento è momento/ di morte e di vita/ allacciate” (Fermati, in R3). La lingua locale diventa più ricorrente nell’ultima raccolta la quale, ci sembra, segni la maturità del poeta, con un linguaggio poetico più meditato e meno aspro. I poeti non sono filosofi – anche se parlano dei misteri e dei dolori della vita – e non sono predicatori. Essi scavano, rovistano, raccolgono e poi cantano. Tornano alla mente di Adam oggetti comuni (“la madia dolce come una patata/ s’apriva di profumi unti”, “la frissora nera - come lo zinale nero/ eterno di tutte le nonne di tutte le donne/ del Sud di sempre nero disperato” (in R2, Avanzi dimenticati, 1981). Tornano alla mente del poeta personaggi lontani: il maestro delle elementari cui è dedicata Il maglio (in R2), i compagni di scuola – quelli poveri e quelli ricchi, tutti eguali “tra i fiocchi azzurri e/ rossi dei grembiuli neri/ che facevano eguali/ le pezze al culo e i vestitini belli”. Rievocazioni cangianti come ritmi diversi del medesimo canto nel quale ogni poesia non ha vita solo in sé ma configura un organismo più complesso, l’opera intera del poeta. Una casa che per essere conosciuta richiede più chiavi avendo più porte. In questa nota ne abbiamo socchiusa una soltanto, limitandoci alle radici lontane. 
 

                                                                                                                                                       

                               LEGGETE DI PIÙ                                              

"L'individuo che perde la memoria perde anche una parte di se; perde le sue radici. Cosi e' per un popolo. Radici non come nostalgia ma come base sulla quale poggia la vita dell'uomo come individuo e come parte di una comunità''.

Leggete del nostro autore, Nicola Picchione, la serie di articoli intitolati  ''COM' ERAVAMO''. Vi faranno rivivere, intensamente, il passato del Molise.  

 


Bonefro come è evocata da Adam appartiene al passato. Mutato (svuotato) il paese, mutati i suoi abitanti e i loro modelli di vita. Quel piccolo mondo ormai scomparso. Le radici, tuttavia, sono il fondamento del vivere umano (e non solo umano come ci insegna Lorenz). Rappresentano l’iniziazione, una sorta di mattino joyciano che prepara il viaggio del giorno-vita che non si svolge come quello di Bloom tutto nel medesimo posto ma parte da quello sconosciuto paese e ad esso torna col pensiero. Adam ha più volte espresso il concetto di “cosa-casa”. La casa rappresenta la stabilità. Ti dà sicurezza come un’àncora come una bussola. Ne La casa sommersa (sezione di R3) il poeta fa riemergere la cosa-casa com’era: “ un posto una cosa un paese” ma anche “tante cose e persone piene di fame e di sogni”.
In un’epoca che ha placato la nostra antica fame ma non sa più sognare, è compito non secondario del poeta ricordarci come eravamo, quali erano i nostri limiti quali le nostre virtù, quali i nostri (bi)sogni. Ma la casa-radice rischia di imprigionarti. La cosa rappresenta una concretezza cangiante che puoi plasmare. La cosa, per dirla con le parole di Adam, “può assumere mille forme ed essere sorretta da mille supporti”. La casa può essere il filo di Arianna che ti fa andare nel labirinto senza perderti, la cosa è la nave che ti fa allontanare. Un equilibrio tra la stabilità parmenidea e la dinamicità eraclitea. Se si vuole – per citare un altro concetto caro a Adam – un rapporto equilibrato tra adiacenza e strappo.  Adam ha tentato di rialimentare quelle radici costituendo una Associazione culturale bonefrana e un periodico che hanno resistito per qualche anno, tra risorse umane mutate e disperse. 
Spetta al critico definire il percorso poetico di Adam e descrivere la maturazione anche espressiva che emerge dalla prima all’ultima raccolta. Questa nota si è limitata a gettare qualche lume sulle radici bonefrane per ribadire un concetto quanto mai attuale in un Paese come il nostro: il migrante porta non solo braccia da lavoro ma anche cervello e cuore; porta i suoi ricordi e le sue esperienze. Nessuno lo dimentichi. Nessun altro può ricordarcelo meglio di un poeta.
Di Nicola Picchione