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 RIVISITIAMO IL PASSATO


Da leggere su questa pagina

 

Dott Nicola Picchione :                               I medici di Bonefro

Mchael Santhers :                                                         Sud, poesia

Il Giornale del Molise :  Matrimonio d'un tempo a Baranello

Sito web Italiamerica :   La gioia di crescere Italo-Americano

Dal web :                              Il viaggio di mio papà in Argentina

Notizie :                                                 Dal Molise e dei Molisani


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RICORDANO IL PASSATO
 
I Medici di Bonefro
Dott. Nicola Picchione
 

Tra le attività della Bonefro di una volta  che vorrei ricordare, quella di medico mi sollecita non solo perché è la mia e a Bonefro ho iniziato a praticarla ma anche per un rapido ricordo dei medici bonefrani del passato. Credo che l’evoluzione del mestiere di medico rispecchi bene l’evoluzione sociale. Non parlo dei progressi tecnici e scientifici ma del modo di fare il medico soprattutto in un paese: del rapporto medico-malato che allora era fondato sulla fiducia ma anche su un eccessivo atteggiamento paternalistico; dell’ idea che si aveva allora del medico; delle condizioni nelle quali il medico agiva. La figura del medico a Bonefro era importante ma il suo modo di vivere, pur in una relativa agiatezza, era simile a quello degli altri bonefrani: meno problemi economici ma medesimi modelli di vita sociale.  Il mestiere di medico è difficile e impegnativo ma  anche privilegiato: ti permette di avere un contatto intimo con le persone, di entrare- se ne sei capace- nel loro animo. Non raccogli solo le loro sofferenze fisiche ma le pene dell’animo, i problemi di casa. Anche quando si ammala un solo organo- il cuore, il fegato o altro- si ammala tutta la persona, anima e corpo.  Ne risente tutta la famiglia.

  Perciò se sai ascoltare -arte sempre più rara perché non siamo più padroni del nostro tempo ma il tempo è diventato nostro padrone- se sai dare fiducia se sai mantenere il segreto come il prete, finisci col visitare non solo il corpo di chi soffre ma anche la sua anima. Non importa chi hai davanti: può essere una persona famosa o avere grandi cariche oppure essere il più povero. Per te deve essere la medesima cosa. Nessuna differenza sostanziale. Non sei solo un meccanico ma il medico della persona. Devi saper ascoltare ma anche saper rispondere. Devi  tradurre il linguaggio medico in parole comprensibili affinché chi ti sta davanti possa decidere con te per la sua salute; devi usare le parole adatte anche nei momenti più difficili. Devi saper dosare ottimismo (che infonde fiducia) e prudenza senza mai dimenticare che adoperi un’ arma che nasce dalla scienza- la quale ambisce alla precisione- ma si mescola con l’indefinito e il soggettivo  dell’arte; un’ arma che qualcuno può illudersi d’essere precisa ma nella quale due e due non fa mai quattro.  Non importa se hai solo 26 anni: sei il medico. Se ci riesci, la gente ti apre il cuore: si spoglia anche nell’animo e tu cerchi di aiutarla. Umilmente perché senza umiltà non sarai mai un buon medico: dalla conoscenza nasce il tuo agire ma dall’umiltà nasce la tua prudenza. Devi sapere che puoi sbagliare, che non puoi prevedere come quella persona risponde alle cure.
 
Quando qualcuno mi diceva a Bonefro di un medico che appena c’era una nuova medicina la prescriveva, rispondevo che preferivo, invece, fare come con le nuove auto: farle provare agli altri, prima. A Bonefro e negli altri paesi, in quei tempi lontani il medico non possedeva molti strumenti e doveva affidarsi alla sua cultura, alla sua esperienza, al buonsenso che è soprattutto senso della misura, alle sue mani, occhi, orecchie, cervello. Un poco anche alla fortuna. Per fare bene il medico sono necessarie preparazione e disponibilità di tempo: se hai fretta non puoi fare bene il medico. Tempo soprattutto di ascoltare. La gente viene per parlare delle sue sofferenze, delle sue paure. Se hai fretta, non riesci ad ascoltarle e a tirare fuori ciò che hanno dentro, spesso difficile da esprimere. Quei medici sapevano non avere fretta.

Bonefro ha avuto in passato molti medici. Quasi tutti hanno iniziato ad esercitare a Bonefro ma poi quasi tutti, come un destino inevitabile e beffardo, sono andati via spinti da motivazioni diverse. Strano destino dei medici bonefrani che nel proprio paese hanno iniziato la loro attività e poi sono andati via per motivi diversi: Peppe Eremita si trasferì a Casacalenda e furono molti i bonefrani che per anni facevano quel breve viaggio per affidarsi a lui. Lo fecero sino alla fine: a volte i miei pazienti mi portavano le ricette di don Peppe: io non me ne offendevo, capivo che la fiducia la conquistavi un po’ per volta; Celestino Giannotti si trasferì ad Ancona, Nicola Antonico in Emilia, Michele De Curtis a Rocca di Papa vicino Roma. Tutti medici che, mi risulta, ebbero molto successo e grande stima dove praticarono il loro mestiere. Perché non portarono nella loro borsa soltanto la preparazione professionale ma quelle caratteristiche umane alle quali accennavo e che a Bonefro si erano sviluppate. Bonefro, inoltre, li aveva abituati a un lavoro duro, a dovere e sapere fare un po’ di tutto. Bonefro era, allora, una dura palestra per i medici. Qualche volta ho accompagnato, quando studiavo, don Michele da Rocca di Papa a Frascati ove era chiamato perché faceva cose che gli altri non osavano fare. La sua magnifica casa con splendido panorama su Roma ospitava artisti e personaggi vari. Tra i suoi clienti, una coppia di attori famosi il cui figlio, allora ragazzo che faceva ancora la pipì a letto, diventò poi famoso attore di cinema e TV.

Anche noialtri venuti dopo di loro subimmo lo stesso destino. Non parlerò dei singoli medici, non ne sarei capace e non ne ho voglia. Del resto, non li ho conosciuti tutti a fondo. So che Nicola Antonico era uomo di profonda cultura e di notevole impegno politico. E’ comune trovare medici di cultura: la storia è piena di medici scrittori di alto livello, dall’ evangelista Luca a Cechov ( che affermava: la Medicina è la mia sposa ma il vero amore è la Letteratura) a Celine, Cronin, Conan Doyle (l’autore di Shelock Holmes) , Carlo Levi e a tanti altri. Forse la vicinanza con le sofferenze e le debolezze dell’uomo rende il medico più sensibile. Dicevo che eviterò di parlare dei vari medici bonefrani del passato e che ho conosciuto bene soltanto due di loro – don Peppe e don Michele- molto diversi ma entrambi di grande valore e grande umanità.  Don Peppe  fu protagonista con don Celestino di una accanita lotta e di una causa civile per contendersi il posto di medico condotto; lotta che coinvolse la popolazione la quale si schierò per l’uno o per l’altro senza conoscere gli elementi effettivi della lite ma solo su base emotiva e, credo di poter dire, sulle convinzioni politiche: i democristiani con don Peppe, i comunisti con don Celestino. In quei tempi la passione politica era viva e aveva diviso il paese in due fazioni anche se la maggioranza era di sinistra. Quella lotta tra i due e le conseguenti discussioni tra i bonefrani oggi suscitano  un sorriso ma indicano la passione con la quale si affrontava ogni aspetto della vita bonefrana. Non entro nel merito di quella disputa finita poi in tribunale- pur essendo venuto successivamente a conoscenza dei fatti reali- e che finì con allontanarsi entrambi da Bonefro ma vorrei ricordare la figura di don Peppe Eremita che ho conosciuto meglio non solo per averlo frequentato maggiormente ma perché credo sia stato il medico più popolare di Bonefro. Lo ricordo minuto nella persona, sorridente, con la sua borsetta sotto il braccio, il viso magro, la bocca volitiva e il cerchio dorato, leggero degli occhiali. Pochi come lui sapevano incoraggiare curando. Riusciva ad associare la conoscenza medica con la difficile arte di capire la gente e farsi capire. Quando andavo a trovarlo, nella sua bella casa di Casacalenda, mi parlava del suo passato e si commuoveva. Raccontava di quando doveva curare tutta una famiglia in cambio dello staglio di un mezzetto di grano l’anno, poco più di 20 chili. Non che dopo, ai miei tempi, la paga fosse tanto maggiore: per i coltivatori diretti era di 1050 lire l’anno a persona, qualcosa come una quindicina di euro di oggi con i quali dovevo curare uno tutto l’anno.
 
Correvano i medici di Bonefro. E facevano di tutto. Anch’io dovevo fare di tutto: curare dall’infarto all’ictus, dalla maltese alla tbc; tagliare, cucire, ridurre fratture, estrarre denti. E far nascere i bambini che non volevano nascere (solo allora ti chiamava l’ostetrica); rimediare aborti procurati: non riuscii a convincere le donne ad andare in ospedale. Sino ai miei tempi l’ospedale era detestato (non ne mancavano la ragioni, allora). Del resto, la gente era persuasa che se eri medico dovevi saper fare tutto. Dovevi essere sempre disponibile, con l’ ambulatorio aperto mattina e pomeriggio sino a tardi. Qualcuno ne approfittava troppo ma erano pochi. I rapporti erano buoni, spesso di grande amicizia.
 
Dopo ho lavorato in ospedale. Massimo rispetto con le persone – ovviamente con tutti, da personaggi importanti a immigrati clandestini: tutti eguali davanti a me- ma non ho mai più avuto quel rapporto stretto, quel legame umano che ebbi con la gente di Bonefro con la quale parlavo la mia lingua nativa, con la quale potevo anche litigare ma che mi era attaccata nell’anima. E quell’esperienza di dover fare di tutto mi fu preziosa per non limitarmi a considerarmi solo specialista ma medico di tutta la persona. Imparai presto a Bonefro che bisognava stare dalla parte della gente e diffidare di chi comanda. Ricordo la raccomandazione del medico capo della mutua, a Larino, quando iniziai: mi disse di dare poche medicine ( noi del Sud- aggiunse- siamo un peso. Ero un ragazzo e non gli risposi; oggi lo avrei trattato male) ma poi mi consigliò di ricoverare in ospedale la gente senza aspettare troppo. Non capivo, mi sembrava una contraddizione tra l’invito al risparmio e quello di ricorrere con facilità all’ ospedale. Ero un ragazzo ancora ingenuo. Seppi poi che il cognato dirigeva l’ospedale ed era pagato a percentuale dei ricoveri.

Ha detto uno studioso che un tempo la Medicina era meno rischiosa ma anche meno efficace. Aveva poche armi per la diagnosi e soprattutto per la terapia. Eppure il medico aveva un ruolo sociale molto più significativo di oggi. Molte ne sono le ragioni ma tra esse domina la distanza che si è venuta a creare tra medico e malato. Il medico non ha più il tempo di ascoltare molto il malato; affida forse troppo agli apparecchi che si sono messi tra loro due quasi a separali.
Il medico, il farmacista ed anche il prete di oggi sono dunque diversi: più professionali  ma anche più burocrati con i loro orari precisi come uffici ( io mancavo una domenica al mese, andavo a Roma dove ero fidanzato. Il lunedì successivo erano rimproveri: ieri sono venuto e non ti ho trovato. Avevano ragione loro: non se la sentivano di andare dal medico che avevano lasciato per me).

 Passano le cose del mondo. Tutto è vanità. Quei medici quasi più nessuno li ricorda. Erano artigiani della Medicina, umili e nobili insieme, bonefrani con i loro pregi e i loro difetti. Non avevano molte armi per combattere le malattie ma erano vicini alla gente, pronti ad accorrere e fare tutto quello che potevano. 
Quando vado al cimitero a Bonefro passo a salutare don Peppe che dalla foto guarda sorridente con la sua borsetta come se fosse ancora pronto a percorrere le antiche strade del nostro paese. Ripenso a quei tempi ormai lontani quando giravo il paese con la Vespa o, d’inverno, dovevo ricorrere al bastone con la punta chiodata se la notte ghiacciava e il giorno se arrivavo per una visita sulla fiera mentre nevicava ricevevo un bicchierino di liquore per scaldarmi.
La Medicina ha fatto grandi progressi, la Sanità è ormai fondata sul principio che prevenzione e cure sono un diritto di tutti: principio sacrosanto che tuttavia ancora vede differenze  notevoli tra le varie parti del nostro Paese con carenze e sprechi che spesso convivono; principio di grande civiltà ma che si può realizzare solo se ognuno – ogni medico, ogni malato e ogni familiare-  sa rispettare diritti e doveri usando facendo buon uso dei Servizi pubblici  che non sempre sono ben gestiti.
Quei medici conoscevano il loro popolo, i difetti e i pregi,  parlavano la loro stessa lingua. Gli anziani li ricordano. Per i giovani non sono nemmeno un ricordo. E’ normale. Tutto è vanità, soprattutto chi ha scelto di curare il corpo: il più effimero e fragile oggetto di questo mondo. Il medico può vincere qualche battaglia ma inevitabilmente è condannato a perdere la guerra. Anche nell’ ultima battaglia, però, quella che lo vedrà sconfitto, il suo ruolo è importante affinché contribuisca a rendere la fine dignitosa e senza dolore.
 
  Nicola Picchione.  (maggio 2009) 

 

                                                      

 

Sud

coda ferita

di ultimo animale

in fila al varco

marchiato

dalla fame di iene

mentre l'acre adore

di sangue infetto di stolture

salato dal vento

sale alle narici di avvoltoi

minati  da pazienza

e le ossa prendono distanza

dalle carni evitando la scalfitura

del rosicchio

Da Vetriolo http://www.santhers.com/

 

                                                           SUD

 

-Lamenti di agonie

sintonie di litanie

pregano ai piedi del monumento

alla speranza

da terra a nervi

fili agli occhi

a tenerli bene aperti

alle mattanze 

 

-Sud

immenso epitaffio

su un diamante di lacrime

e ci si scanna

per essere una lettera

una virgola 

                                           

 

a memoria di un posto

dove sciagura é la vita

in preghiera

di morte

che reclama dignità

inesistenti

 

-mi viene solo da dire

ma cosa ci faccio io

in questa'arena dantesca

a deliziare

lo spettacolo nefasto

omaggiato a divinità

da coteggiani pietrificati

al sogghigno



Matrimonio d'un tempo a Baranello.
 

Volti di coppie immortalate in foto ingiallite dal tempo. Sposi molisani della prima metà del 900, in vestiti non sfarzosi, semplici, poveri, ma ricchi di tradizione; sposi contadini, di un’epoca che oggi sembra lontana, che si perde negli echi della modernità, di un tempo scandito dalla velocità, dalla ricchezza e dall’oblio. La biblioteca comunale di Baranello è tappezzata di foto che fanno tenerezza e innescano riflessioni sul rito del matrimonio. Il matrimonio di un tempo, i suoi rituali, come si svolgeva nelle sue tappe, dal fidanzamento ai giorni successivi al si in chiesa, rivivrà in una serie di iniziative che animeranno il piccolo centro in provincia di Campobasso a partrire da domani, con una mostra singolare. La mostra del corredo della sposa contadina di Baranello, “La dodda di Caterina”, la dote di Caterina, che chiuderà il 20. “una mostra con vestiti e mobili del primo 900. Cose che componevano il corredo della sposa di Baranello” ha spiegato nella conferenza stampa di presentazione "Rituali del matrimonio – riti di passaggio", il professor Giovanni Di Risio, presidente dell’associazione di cultura popolare “Le Bangale”, proprio nella biblioteca comunale.

 La mostra avrà luogo nel Municipio. Vestiti, grembiuli, copricapi, simboli dei riti di passaggio, del cammino verso il matrimonio. La donna protagonista, la donna che diventa sposa, che lascia la sua casa per vivere con la suocera; lei, scelta dal suo uomo in un contesto sociale contadino, vista in chiesa, poi l’accordo con la famiglia di lei, l’accordo sulla dote davanti al notaio; ancora il corteo verso la sua nuova casa con il corredo presentato alla comunità, 10 giorni prima delle nozze in chiesa. Un rituale questo che sarà rappresentato il 14 pomeriggio. Poi la serenata prima del matrimonio e la cerimonia in chiesa, che sarà rappresentata invece il 18 mattina, nella chiesa di S. Michele Arcangelo, con coppie provenienti da tutto il cemntro sud con costumi tipici A organizzare il tutto la compagnia di cultura popolare “Le Bangale”, che la sera del 19, in Piazza S. Maria, metterà in scena la trasposizione artistica di tutti i rituali nello spettacolo “La zita Quanne se sposa”. Una manifestazione, quella di Baranello, giunta all’8^ edizione, patrocinata dal comune e dalla Provincia con fondi anche regionali e che è una scoperta di antiche tradizioni, di storia e cultura della nostra regione che ha avuto anche l’interessamento scientifico dell’Università.
 
 

 


get the best of the best

                                                                                                                                                                                                

L'ANGOLO DELL'EMIGRATO
 
La Gioia Di Crescere Italo-Americano
 
Ero diventato adulto oramai da tempo quando realizzai di essere un americano. Certo, ero nato in America e lì avevo vissuto per tutta la mia vita ma per qualche ragione non mi era mai capitato di pensare che il semplice fatto d'essere cittadino degli Stati Uniti significava che fossi un americano. Gli americani erano gente che mangiava burro di arachidi e gelatina su pane bianco e molliccio uscito dai sacchetti di plastica. IO? Io ero un Italiano

Per me, e così per la maggior parte dei ragazzi Italo-Americani di seconda generazione cresciuti negli anni quaranta e cinquanta, c'era una netta linea di demarcazione tra NOI e LORO. Noi eravamo Italiani. Tutti gli altri- gli Irlandesi, i Tedeschi, i Polacchi, gli Ebrei- erano "merican". Non che ci fossero cattivi sentimenti tra noi, solo che - beh - noi eravamo certi che il nostro fosse il modo migliore. Ad esempio, noi avevamo un venditore per il pane, uno per il carbone, un uomo del ghiaccio, uno per la frutta e la verdura, uno per le angurie e uno per il pesce; avevamo perfino un uomo che affilava coltelli e forbici che veniva fino a casa, o almeno giusto lì davanti. Erano i tanti ambulanti che vendevano nel quartiere italiano. Restavamo ad aspettare la loro chiamata, le loro urla, il suono caratteristico di ognuno di loro. Noi li conoscevamo tutti, e loro conoscevano noi. Gli americani andavano nei negozi per comparsi quasi tutto il cibo. Che spreco!

Con tutta sincerità li compativo per quello che si perdevano. Loro non conobbero mai il piacere di svegliarsi ogni mattina e trovare una pagnotta calda e croccante di pane italiano che aspettava dietro la porta a vetri. Ed invece di riuscire a saltare sul retro del furgoncino di un ambulante un paio di volte a settimana solo per rimediare un passaggio, la maggior parte dei miei amici "merican" si doveva accontentare di andare all'A&P. Quando si trattava di cibo, mi ha sempre stupito che i miei amici americani o i compagni di classe mangiassero solo tacchino per il Ringraziamento o a Natale. O meglio, che mangiassero solo tacchino, il ripieno, purè di patate e salsa di mirtilli. Ora, noi Italiani - anche noi mangiavamo tacchino, il ripieno, purè e salsa di mirtilli, ma - solo dopo aver finito l'antipasto, la zuppa, le lasagne, le polpette, l'insalata e qualsiasi altra cosa la Nonna avesse ritenuto appropriata per quella festività in particolare. Il tacchino veniva di solito accompagnato da un arrosto di un qualche tipo (giusto nel caso in cui fosse capitato qualcuno a cui non piacesse il tacchino), ed era seguito da una varietà di frutta, frutta secca, pasticcini, torte, ed - ovviamente- biscotti fatti in casa. Nessuna festa era completa senza qualcosa di preparato in casa e al forno, niente cose comprate nei negozi per noi. E' qui che s'imparava a reggere un pasto di sette portate tra mezzogiorno e le quattro del pomeriggio, come maneggiare le castagne bollenti e ad affogare la pesca a fette nel vino rosso. Credo davvero che gli italiani vivano con il cibo una specie di relazione amorosa.

Parlando di cibo- la Domenica era davvero il gran giorno della settimana. Era il giorno in cui ci si svegliava con il profumo d'aglio e di cipolle che friggevano nell'olio d'oliva. Fin da sotto le coperte si poteva sentire lo sfrigolare dei pomodori che venivano buttati in padella. Di domenica c'era sempre il sugo (i "merican" lo chiamavano "salsa"), e i maccheroni (loro li chiamavano "pasta"). La Domenica non sarebbe stata una vera Domenica senza la Messa. Naturalmente non si poteva mangiare prima della Messa, perché si doveva digiunare per la Comunione. Ma la parte bella era che sapevamo che una volta arrivati a casa, avremmo trovato le polpette a friggere, e non c'è niente di più buono di polpette appena fritte e pane croccante immerso nel barattolo del sugo.

C'era un'altra differenza tra NOI e LORO. Noi avevamo dei giardini, non giardini fioriti, ma enormi giardini dove crescevano pomodori, pomodori, ed ancora pomodori. Li mangiavamo, li cucinavamo, li conservavamo nei barattoli. Certo, coltivavamo anche peperoncino, basilico, insalata e zucca. Ciascuno di noi aveva una vite ed un albero di fico, ed in autunno tutti si facevano il vino in casa, in gran quantità. Naturalmente, i giardini crescevano così rigogliosi anche perché noi avevamo qualcos'altro che i nostri amici americani sembravano non avere. Noi avevamo il Nonno. Non che loro non ne avessero uno, è solo che loro non ci vivevano assieme, o nelle vicinanze. Loro andavano a far visita ai loro nonni. Noi mangiavamo con i nostri, e che Dio ci avesse scampato se non li avessimo visti una volta a settimana almeno. Riesco ancora a ricordare quando mio Nonno mi raccontava di come, da ragazzo, venne in America "sulla barca". Di come la famiglia aveva vissuto in una casa affittata a Thompson St, nel quartiere di "Little Italy" a New York, e di come si sforzava di sbarcare il lunario; di come decise di non volere che i suoi figli, quattro maschi e cinque femmine, crescessero in quell'ambiente. Tutto ciò, ovviamente, nella sua personale versione di Inglese-Napoletano che ben presto imparai a capire discretamente.

Così quando ebbe risparmiato abbastanza, e non sono mai riuscito a capire come, comprò due case nel New Jersey. La casa di Hoboken e quella di Long Brach alla spiaggia a New Jersey che sarebbe servita come quartiere generale della famiglia per i successivi quarant'anni. Mi ricordo che detestava lasciarla, preferiva sedersi alla finestra a veder crescere il suo giardino, e quando doveva proprio andare per qualche occasione speciale, doveva tornare a casa il prima possibile. Dopo tutto "Non c'è nessuno a guardare la casa". Mi ricordo anche le festività in cui tutti i parenti si radunavano a casa del Nonno e c'erano tavole imbandite e vino fatto in casa e musica. Le donne stavano in cucina, gli uomini in salotto, e bambini, bambini ovunque. Ho molti cugini, di primo e secondo grado. E mio Nonno, con i suoi baffi sottili e ben curati, se ne stava nel bel mezzo di tutto questo, sorvegliando il suo regno, orgoglioso di quanto bene i suoi figli avessero fatto.

Aveva raggiunto il suo obiettivo venendo in America e nel New Jersey e sapeva che i suoi figli, e i figli dei suoi figli, stavano raggiungendo tutti gli obbiettivi a loro disponibili in quel paese per il fatto stesso di essere Italo-americani, con quella forte etica italiana del lavoro. Quando qualche anno fa mio Nonno morì a 89 anni, le cose cominciarono a cambiare... Lentamente all'inizio. Le riunioni di famiglia si fecero più rare e sembrava mancare qualcosa nonostante tutto, e quando ci trovavamo, avevo sempre la sensazione che lui fosse lì con noi in qualche modo. Era comprensibile, d'altronde ognuno ora aveva la propria famiglia e i propri nipoti. Dal sito Italiamerica.
 

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Nel 1950 : il viaggio di mio Papà in Argentina
 
É venuto qui cercando di farsi un avvenire per lui e la sua famiglia. Solo, con una piccola valigia, senza sapere con cosa avrebbe trovato qui e senza sapere una parola di spagnolo. Lo ha chiamato in Argentina lo zio Mario Samsa, fratello di mia mamma, che viveva qui da tanti anni. Così si faceva in quei tempi dopo la guerra. Tutta l'Europa era disastrosamente povera, e chi aveva dei parenti o delgi amici che li aiutassero in America, in australi, ecc, se ne andava. Lo zio viveva in una località della Provincia di Buenos aires, che si chiama Haedo Norte.
 
In quei tempi tutto era campagna, deserto...Per caso papà, viaggiando in corriera sentì parlare varie persone in friulano. Si avvicinò e si presentò Gli chiesero quale fosse il suo mestiere: muratore, costruttore edile.  Cominciarono a lavorare insieme e fondarono una ditta di costruzioni.  Con il loro lavoro contribuirono ad ingrandire le località di Haedo, di Palomar, e tutte le zone vicine, con case, chiese, centri culturali, scuole ed anche edifici nella città di Buenos Aires.
In quegli anni arrivarono in Haedo circa 20 famiglie friulane. 
 
Mio padre fece venire la sua famiglia in Argentina nell'anno 1952: moglie con tre figli, Ana Maria, io Luciana e Roberto. A poco a poco, con i suoi sacrifici e il lavoro ha potuto farsi una buona posizione economica ed ha costruito una bella e grande casa per la famiglia. tutto con le sue mani.  Forse non è stato una persona importante o un grande politico, un saggio avvocato..., ma per me che sono sua figlia è stato il più grande esempio di una personalità sempre onesta, laboriosa ed ha lasciato un'immagine e un'impronta veramente importanti per i suoi figli e nipoti.  E' stato socio fondatore della "Società Italiana" di Haedo Norte (oggi ancora esistente). Ha dato molti anni della sua vita per aiutare la crescita del club. Ha anche contribuito allo sviluppo culturale ed artistico dei Centri Culturali. 
 
Voglio ora ricordare quelle famiglie friulane che negli anni fra il 1952 e il 1959 sono arrivate come noi, nella località di Haedo Norte, Provincia di Buenos Aires.
Un gruppo di questi friulani, assieme a papà e ad altri italiani, hanno fondato la "Società Italiana" di Haedo Norte, dove ci si trovava per ballare, ascoltare musica, o semplicemente stare in compagnia.  Sono stati quelli anni bellissimi, che tutti ricordano con nostalgia
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Dal web.