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RICORDANO IL PASSATO
I Medici di Bonefro
Dott. Nicola Picchione
Tra le attività della Bonefro di
una volta che vorrei ricordare, quella di medico mi sollecita non
solo perché è la mia e a Bonefro ho iniziato a praticarla
ma anche per un rapido ricordo dei medici bonefrani del passato. Credo che
l’evoluzione Quando
qualcuno
mi diceva a Bonefro di un medico che appena c’era una nuova medicina la
prescriveva, rispondevo che preferivo, invece, fare come con le nuove
auto: farle provare agli altri, prima. A Bonefro e negli altri paesi,
in quei tempi lontani il medico non possedeva molti strumenti e doveva
affidarsi alla sua cultura, alla sua esperienza, al buonsenso che
è soprattutto senso della misura, alle sue mani, occhi,
orecchie, cervello. Un poco anche alla fortuna. Per fare bene il medico
sono necessarie preparazione e disponibilità di tempo: se hai
fretta non puoi fare bene il medico. Tempo soprattutto di ascoltare. La
gente viene per parlare delle sue sofferenze, delle sue paure. Se hai
fretta, non riesci ad ascoltarle e a tirare fuori ciò che hanno
dentro, spesso difficile da esprimere. Quei medici sapevano non avere
fretta.
Bonefro ha avuto in passato molti medici. Quasi tutti hanno iniziato ad esercitare a Bonefro ma poi quasi tutti, come un destino inevitabile e beffardo, sono andati via spinti da motivazioni diverse. Strano destino dei medici bonefrani che nel proprio paese hanno iniziato la loro attività e poi sono andati via per motivi diversi: Peppe Eremita si trasferì a Casacalenda e furono molti i bonefrani che per anni facevano quel breve viaggio per affidarsi a lui. Lo fecero sino alla fine: a volte i miei pazienti mi portavano le ricette di don Peppe: io non me ne offendevo, capivo che la fiducia la conquistavi un po’ per volta; Celestino Giannotti si trasferì ad Ancona, Nicola Antonico in Emilia, Michele De Curtis a Rocca di Papa vicino Roma. Tutti medici che, mi risulta, ebbero molto successo e grande stima dove praticarono il loro mestiere. Perché non portarono nella loro borsa soltanto la preparazione professionale ma quelle caratteristiche umane alle quali accennavo e che a Bonefro si erano sviluppate. Bonefro, inoltre, li aveva abituati a un lavoro duro, a dovere e sapere fare un po’ di tutto. Bonefro era, allora, una dura palestra per i medici. Qualche volta ho accompagnato, quando studiavo, don Michele da Rocca di Papa a Frascati ove era chiamato perché faceva cose che gli altri non osavano fare. La sua magnifica casa con splendido panorama su Roma ospitava artisti e personaggi vari. Tra i suoi clienti, una coppia di attori famosi il cui figlio, allora ragazzo che faceva ancora la pipì a letto, diventò poi famoso attore di cinema e TV. Anche noialtri venuti dopo di loro subimmo lo stesso destino. Non parlerò dei singoli medici, non ne sarei capace e non ne ho voglia. Del resto, non li ho conosciuti tutti a fondo. So che Nicola Antonico era uomo di profonda cultura e di notevole impegno politico. E’ comune trovare medici di cultura: la storia è piena di medici scrittori di alto livello, dall’ evangelista Luca a Cechov ( che affermava: la Medicina è la mia sposa ma il vero amore è la Letteratura) a Celine, Cronin, Conan Doyle (l’autore di Shelock Holmes) , Carlo Levi e a tanti altri. Forse la vicinanza con le sofferenze e le debolezze dell’uomo rende il medico più sensibile. Dicevo che eviterò di parlare dei vari medici bonefrani del passato e che ho conosciuto bene soltanto due di loro – don Peppe e don Michele- molto diversi ma entrambi di grande valore e grande umanità. Don Peppe fu protagonista con don Celestino di una accanita lotta e di una causa civile per contendersi il posto di medico condotto; lotta che coinvolse la popolazione la quale si schierò per l’uno o per l’altro senza conoscere gli elementi effettivi della lite ma solo su base emotiva e, credo di poter dire, sulle convinzioni politiche: i democristiani con don Peppe, i comunisti con don Celestino. In quei tempi la passione politica era viva e aveva diviso il paese in due fazioni anche se la maggioranza era di sinistra. Quella lotta tra i due e le conseguenti discussioni tra i bonefrani oggi suscitano un sorriso ma indicano la passione con la quale si affrontava ogni aspetto della vita bonefrana. Non entro nel merito di quella disputa finita poi in tribunale- pur essendo venuto successivamente a conoscenza dei fatti reali- e che finì con allontanarsi entrambi da Bonefro ma vorrei ricordare la figura di don Peppe Eremita che ho conosciuto meglio non solo per averlo frequentato maggiormente ma perché credo sia stato il medico più popolare di Bonefro. Lo ricordo minuto nella persona, sorridente, con la sua borsetta sotto il braccio, il viso magro, la bocca volitiva e il cerchio dorato, leggero degli occhiali. Pochi come lui sapevano incoraggiare curando. Riusciva ad associare la conoscenza medica con la difficile arte di capire la gente e farsi capire. Quando andavo a trovarlo, nella sua bella casa di Casacalenda, mi parlava del suo passato e si commuoveva. Raccontava di quando doveva curare tutta una famiglia in cambio dello staglio di un mezzetto di grano l’anno, poco più di 20 chili. Non che dopo, ai miei tempi, la paga fosse tanto maggiore: per i coltivatori diretti era di 1050 lire l’anno a persona, qualcosa come una quindicina di euro di oggi con i quali dovevo curare uno tutto l’anno. Correvano i medici di
Bonefro.
E facevano di tutto. Anch’io dovevo fare di tutto: curare dall’infarto
all’ictus, dalla maltese alla tbc; tagliare, cucire, ridurre fratture,
estrarre denti. E far nascere i bambini che non volevano nascere (solo
allora ti chiamava l’ostetrica); rimediare aborti procurati: non
riuscii a convincere le donne ad andare in ospedale. Sino ai miei tempi
l’ospedale era detestato (non ne mancavano la ragioni, allora). Del
resto, la gente era persuasa che se eri medico dovevi saper fare tutto.
Dovevi essere sempre disponibile, con l’ ambulatorio aperto mattina e
pomeriggio sino a tardi. Qualcuno ne approfittava troppo ma erano
pochi. I rapporti erano buoni, spesso di grande amicizia.
Dopo ho lavorato in
ospedale.
Massimo rispetto con le persone – ovviamente con tutti, da personaggi
importanti a immigrati clandestini: tutti eguali davanti a me- ma non
ho mai più avuto quel rapporto stretto, quel legame umano che
ebbi con la gente di Bonefro con la quale parlavo la mia lingua nativa,
con la quale potevo anche litigare ma che mi era attaccata nell’anima.
E quell’esperienza di dover fare di tutto mi fu preziosa per non
limitarmi a considerarmi solo specialista ma medico di tutta la
persona. Imparai presto a Bonefro che bisognava stare dalla parte della
gente e diffidare di chi comanda. Ricordo la raccomandazione del medico
capo della mutua, a Larino, quando iniziai: mi disse di dare poche
medicine ( noi del Sud- aggiunse- siamo un peso. Ero un ragazzo e non
gli risposi; oggi lo avrei trattato male) ma poi mi consigliò di
ricoverare in ospedale la gente senza aspettare troppo. Non capivo, mi
sembrava una contraddizione tra l’invito al risparmio e quello di
ricorrere con facilità all’ ospedale. Ero un ragazzo ancora
ingenuo. Seppi poi che il cognato dirigeva l’ospedale ed era pagato a
percentuale dei ricoveri.
Ha detto uno studioso che un tempo la Medicina era meno rischiosa ma anche meno efficace. Aveva poche armi per la diagnosi e soprattutto per la terapia. Eppure il medico aveva un ruolo sociale molto più significativo di oggi. Molte ne sono le ragioni ma tra esse domina la distanza che si è venuta a creare tra medico e malato. Il medico non ha più il tempo di ascoltare molto il malato; affida forse troppo agli apparecchi che si sono messi tra loro due quasi a separali. Il medico, il farmacista ed anche il prete di oggi sono dunque diversi: più professionali ma anche più burocrati con i loro orari precisi come uffici ( io mancavo una domenica al mese, andavo a Roma dove ero fidanzato. Il lunedì successivo erano rimproveri: ieri sono venuto e non ti ho trovato. Avevano ragione loro: non se la sentivano di andare dal medico che avevano lasciato per me). Passano le cose del mondo. Tutto è vanità. Quei medici quasi più nessuno li ricorda. Erano artigiani della Medicina, umili e nobili insieme, bonefrani con i loro pregi e i loro difetti. Non avevano molte armi per combattere le malattie ma erano vicini alla gente, pronti ad accorrere e fare tutto quello che potevano. Quando vado al cimitero a Bonefro passo a salutare don Peppe che dalla foto guarda sorridente con la sua borsetta come se fosse ancora pronto a percorrere le antiche strade del nostro paese. Ripenso a quei tempi ormai lontani quando giravo il paese con la Vespa o, d’inverno, dovevo ricorrere al bastone con la punta chiodata se la notte ghiacciava e il giorno se arrivavo per una visita sulla fiera mentre nevicava ricevevo un bicchierino di liquore per scaldarmi. La Medicina ha fatto grandi progressi, la Sanità è ormai fondata sul principio che prevenzione e cure sono un diritto di tutti: principio sacrosanto che tuttavia ancora vede differenze notevoli tra le varie parti del nostro Paese con carenze e sprechi che spesso convivono; principio di grande civiltà ma che si può realizzare solo se ognuno – ogni medico, ogni malato e ogni familiare- sa rispettare diritti e doveri usando facendo buon uso dei Servizi pubblici che non sempre sono ben gestiti. Quei medici conoscevano il loro popolo, i difetti e i pregi, parlavano la loro stessa lingua. Gli anziani li ricordano. Per i giovani non sono nemmeno un ricordo. E’ normale. Tutto è vanità, soprattutto chi ha scelto di curare il corpo: il più effimero e fragile oggetto di questo mondo. Il medico può vincere qualche battaglia ma inevitabilmente è condannato a perdere la guerra. Anche nell’ ultima battaglia, però, quella che lo vedrà sconfitto, il suo ruolo è importante affinché contribuisca a rendere la fine dignitosa e senza dolore. Nicola Picchione. (maggio 2009)
Matrimonio d'un tempo a
Baranello.
Volti di coppie immortalate in
foto ingiallite dal tempo. Sposi molisani della prima metà del |
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L'ANGOLO
DELL'EMIGRATO
La Gioia Di Crescere Italo-Americano
Ero
diventato adulto oramai da tempo quando realizzai di essere un
americano. Certo, ero nato in America e lì avevo vissuto per
tutta la mia vita ma per qualche ragione non mi era mai capitato di
pensare che il semplice fatto d'essere cittadino degli Stati Uniti
significava che fossi un americano. Gli americani erano gente che
mangiava burro di arachidi e gelatina su pane bianco e molliccio uscito
dai sacchetti di plastica. IO? Io ero un Italiano
Per
me, e così per la maggior parte dei ragazzi Italo-Americani di
seconda generazione cresciuti negli anni quaranta e cinquanta, c'era
una netta linea di demarcazione tra NOI e LORO. Noi eravamo Italiani.
Tutti gli altri- gli Irlandesi, i Tedeschi, i Polacchi, gli Ebrei-
erano "merican". Non che ci fossero cattivi sentimenti tra noi, solo
che - beh - noi eravamo certi che il nostro fosse il modo migliore. Ad
esempio, noi avevamo un venditore per il pane, uno per il carbone, un
uomo del ghiaccio, uno per la frutta e la verdura, uno per le angurie e
uno per il pesce; avevamo perfino un uomo che affilava coltelli e
forbici che veniva fino a casa, o almeno giusto lì davanti.
Erano i tanti ambulanti che vendevano nel quartiere italiano. Restavamo
ad aspettare la loro chiamata, le loro urla, il suono caratteristico di
ognuno di loro. Noi li conoscevamo tutti, e loro conoscevano noi. Gli
americani andavano nei negozi per comparsi quasi tutto il cibo. Che
spreco!
Con tutta
sincerità li
compativo per quello che si perdevano. Loro non conobbero mai il
piacere di svegliarsi ogni mattina e trovare una pagnotta calda e
croccante di pane italiano che aspettava dietro la porta a vetri. Ed
invece di riuscire a saltare sul retro del furgoncino di un ambulante
un paio di volte a settimana solo per rimediare un passaggio, la
maggior parte dei miei amici "merican" si doveva accontentare di andare
all'A&P. Quando si trattava di cibo, mi ha sempre stupito che i
miei amici americani o i compagni di classe mangiassero solo tacchino
per il Ringraziamento o a Natale. O meglio, che mangiassero solo
tacchino, il ripieno, purè di patate e salsa di mirtilli. Ora,
noi Italiani - anche noi mangiavamo tacchino, il ripieno, purè e
salsa di mirtilli, ma - solo dopo aver finito l'antipasto, la zuppa, le
lasagne, le polpette, l'insalata e qualsiasi altra cosa la Nonna avesse
ritenuto appropriata per quella festività in particolare. Il
tacchino veniva di solito accompagnato da un arrosto di un qualche tipo
(giusto nel caso in cui fosse capitato qualcuno a cui non piacesse il
tacchino), ed era seguito da una varietà di frutta, frutta
secca, pasticcini, torte, ed - ovviamente- biscotti fatti in casa.
Nessuna festa era completa senza qualcosa di preparato in casa e al
forno, niente cose comprate nei negozi per noi. E' qui che s'imparava a
reggere un pasto di sette portate tra mezzogiorno e le quattro del
pomeriggio, come maneggiare le castagne bollenti e ad affogare la pesca
a fette nel vino rosso. Credo davvero che gli italiani vivano con il
cibo una specie di relazione amorosa.
Parlando
di cibo- la Domenica era davvero il gran giorno della settimana. Era il
giorno in cui ci si svegliava con il profumo d'aglio e di cipolle che
friggevano nell'olio d'oliva. Fin da sotto le coperte si poteva sentire
lo sfrigolare dei pomodori che venivano buttati in padella. Di domenica
c'era sempre il sugo (i "merican" lo chiamavano "salsa"), e i
maccheroni (loro li chiamavano "pasta"). La Domenica non sarebbe stata
una vera Domenica senza la Messa. Naturalmente non si poteva mangiare
prima della Messa, perché si doveva digiunare per la Comunione.
Ma la parte bella era che sapevamo che una volta arrivati a casa,
avremmo trovato le polpette a friggere, e non c'è niente di
più buono di polpette appena fritte e pane croccante immerso nel
barattolo del sugo.
C'era
un'altra differenza tra NOI e LORO. Noi avevamo dei giardini, non
giardini fioriti, ma enormi giardini dove crescevano pomodori,
pomodori, ed ancora pomodori. Li mangiavamo, li cucinavamo, li
conservavamo nei barattoli. Certo, coltivavamo anche peperoncino,
basilico, insalata e zucca. Ciascuno di noi aveva una vite ed un albero
di fico, ed in autunno tutti si facevano il vino in casa, in gran
quantità. Naturalmente, i giardini crescevano così
rigogliosi anche perché noi avevamo qualcos'altro che i nostri
amici americani sembravano non avere. Noi avevamo il Nonno. Non che
loro non ne avessero uno, è solo che loro non ci vivevano
assieme, o nelle vicinanze. Loro andavano a far visita ai loro nonni.
Noi mangiavamo con i nostri, e che Dio ci avesse scampato se non li
avessimo visti una volta a settimana almeno. Riesco ancora a ricordare
quando mio Nonno mi raccontava di come, da ragazzo, venne in America
"sulla barca". Di come la famiglia aveva vissuto in una casa affittata
a Thompson St, nel quartiere di "Little Italy" a New York, e di come si
sforzava di sbarcare il lunario; di come decise di non volere che i
suoi figli, quattro maschi e cinque femmine, crescessero in
quell'ambiente. Tutto ciò, ovviamente, nella sua personale
versione di Inglese-Napoletano che ben presto imparai a capire
discretamente.
Così
quando ebbe risparmiato abbastanza, e non sono mai riuscito a capire
come, comprò due case nel New Jersey. La casa di Hoboken e
quella di Long Brach alla spiaggia a New Jersey che sarebbe servita
come quartiere generale della famiglia per i successivi quarant'anni.
Mi ricordo che detestava lasciarla, preferiva sedersi alla finestra a
veder crescere il suo giardino, e quando doveva proprio andare per
qualche occasione speciale, doveva tornare a casa il prima possibile.
Dopo tutto "Non c'è nessuno a guardare la casa". Mi ricordo
anche le festività in cui tutti i parenti si radunavano a casa
del Nonno e c'erano tavole imbandite e vino fatto in casa e musica. Le
donne stavano in cucina, gli uomini in salotto, e bambini, bambini
ovunque. Ho molti cugini, di primo e secondo grado. E mio Nonno, con i
suoi baffi sottili e ben curati, se ne stava nel bel mezzo di tutto
questo, sorvegliando il suo regno, orgoglioso di quanto bene i suoi
figli avessero fatto.
Aveva raggiunto il suo obiettivo
venendo in America e nel New Jersey e sapeva che i suoi figli, e i
figli dei suoi figli, stavano raggiungendo tutti gli obbiettivi a loro
disponibili in quel paese per il fatto stesso di essere
Italo-americani, con quella forte etica italiana del lavoro. Quando
qualche anno fa mio Nonno morì a 89 anni, le cose cominciarono a
cambiare... Lentamente all'inizio. Le riunioni di famiglia si fecero
più rare e sembrava mancare qualcosa nonostante tutto, e quando
ci trovavamo, avevo sempre la sensazione che lui fosse lì con
noi in qualche modo. Era comprensibile, d'altronde ognuno ora aveva la
propria famiglia e i propri nipoti. Dal
sito Italiamerica.
Un gruppo di questi friulani, assieme a papà e ad altri italiani, hanno fondato la "Società Italiana" di Haedo Norte, dove ci si trovava per ballare, ascoltare musica, o semplicemente stare in compagnia. Sono stati quelli anni bellissimi, che tutti ricordano con nostalgia. |