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LE DONNE DI BONEFRO & LE DONNE MOLISANE Dott. Nicola Picchione ''Tutte,
tutte dormono, dormono, dormono sulla collina''. Se potessi erigere
un monumento in piazza, lo dedicherei alle donne del passato di
Bonefro: le nonne e le madri dei più anziani di oggi.
Raffigurerei una donna piccola col capo coperto dal fazzoletto legato
alla nuca, la camicetta scura, la gonna lunga e ampia coperta da
un zinale scuro, in testa una grossa, pesante cesta sospesa sulla
“spar’n” e in braccio un bambino. La raffigurerei umile, col volto
sereno rassegnato alla sofferenza. Le donne della povertà
si somigliano tutte nel mondo, cambiano solo il dialetto e il colore
della pelle. Sarebbe un monumento a tutte le donne di tutti i Sud del
mondo sulle cui spalle solo apparentemente deboli pesavano spesso gran
parte dei matrimoni, i figli, le famiglie. Le donne dei Sud del mondo
si somigliano: sembrano fragili ma sono forti, sembrano rassegnate ma
sono decise; sembrano ignoranti ma sanno governare la famiglia. La donna rimaneva a casa quando doveva fare il pane ma prima doveva cernere la farina che aveva riportato dal mulino, prendere accordi col fornaio. Rimaneva in casa quando doveva fare il bucato al ruscello. Doveva saper lavorare d’ago, rattoppare calze, pantaloni, giacche. Le più brave facevano camicie e calze. Le donne di Bonefro erano famose nei dintorni per le loro capacità, per come riuscivano a risparmiare e a tenere la “rima della casa”, termine in disuso ma che indicava ordine pulizia essenzialità. Molti anni fa un vecchio di S. Giuliano mi disse che mentre non avrebbe mai fatto sposare una figlia con un bonefrano (li riteneva, credo esagerando, rudi a volte violenti e avari) volentieri avrebbe fatto sposare un figlio a una donna di Bonefro. Molte virtù nascevano dalla necessità. Imparavano da piccole a ubbidire, lavorare, sopportare anche le violenze. Portavano segnato il loro destino sin dalla nascita. Avere una figlia non era gradito. Era considerato un peso. Non tramandava il proprio nome, non faceva il lavoro considerato remunerativo, richiedeva una dote. .
Un amico di famiglia non volle andare al matrimonio dei miei
perché gli era nata il giorno prima una femmina: quasi un lutto,
anche se poi fu quella figlia ad accudirlo nella vecchiaia e non il
maschio che nacque dopo. Imparavano presto a fronteggiare la vita, a
mandare avanti la casa. Molto presto dovevano mettere da parte la
piccola bambola di pezza ( a pupiatt’). Le loro mamme erano analfabete;
molte di loro non finivano le elementari. Molte imparavano a ricamare
per preparare il corredo. Dovevano uscire di casa il meno possibile e
spiare dietro i vetri delle finestre se passava l’innamorato. Qualcuna,
mi diceva, gettava l’acqua della tina solo per tornare alla
fontana. Sapevano sopportare, le donne di Bonefro. Era questa la
virtù che salvava molti matrimoni. Sopportavano se il marito si
ubriacava, tolleravano i comandi. Anche da adulte, a molte il comando
del marito arrivava con lo sprezzante epiteto: “Guegliò” come
fosse ancora una ragazza da sottomettere. Alcune erano anche rassegnate
alle percosse che subivano in silenzio. Mi raccontava recentemente un’
amica ormai anziana che un giorno trovò la suocera col volto
tumefatto ed ecchimotico (“rann’rit”). Le raccontò di una
inverosimile caduta ma poi dovette ammettere che la sera prima era
stata colta dal sonno per la stanchezza e non aveva sentito bussare il
marito che rientrava tardi dalla “cantina”. Fu punita con pugni e
calci. Si raccomandò di non dire nulla ai figli, per la pace di
casa. Mi raccontava un vecchio amico- di quelli che incontro in piazza
quando torno e con i quali parlo con piacere- di un suo vicino. Un
giorno aveva preceduto in campagna la moglie che aveva da fare a casa,
ordinandole di portargli un pacchetto di tabacco. La moglie, finiti i
lavori a casa, si avviò verso il campo distante, a Gerione, con
una cesta piena in testa. Arrivò già stanca. Il marito da
lontano le urlò di affrettare il passo, aveva gran voglia di
fumare. Solo allora la donna si ricordò del tabacco. “Non
fare un solo passo- le ordinò il marito- posa la cesta e torna
immediatamente a comprarmi il tabacco”. Sopportavano, lavoravano
persuase che fosse la regola di vita, un destino inevitabile
soprattutto se si nasceva povere. Si sposavano molto giovani, quasi
sempre la mattina presto. Lo sposo nemmeno lo conoscevano bene. Quando
da fidanzato andava a far visita alla famiglia di lei si dovevano
sedere lontano l’uno dall’altro. Non si dovevano toccare e nemmeno
parlarsi direttamente. Spesso dovevano accettare un uomo senza amarlo.
Di una sola si raccontava che arrivata davanti all’altare, alla domanda
del prete se voleva sposare quell’uomo ebbe il coraggio di dire di no e
alla domanda del prete sul perché fosse arrivata all’altare,
rispose: “Mi ci hanno portato”. Era un’eccezione. Non so come sia
andata a finire. Oggi quella vita sembra
assurda, inaccettabile. Da non raccontare, da rifiutare. Allora
sembrava normale perché quelle regole erano antiche, si
respiravano nascendo. Non se ne conoscevano altre e se anche si
conoscevano sembravano estranee a quel mondo che era andato avanti
così da generazioni. Era normale vestire in quel modo che oggi
farebbe sorridere e non avrebbero accettato uno diverso. Gonna e
camicetta scure, fazzoletto per coprire la testa (legato alla nuca
salvo quello per le cerimonie e per andare in chiesa, più
grande- il fazzolettone- da annodare sotto il mento). La
femminilità, tuttavia, non era soffocata: le si concedevano
alcuni sobri ornamenti: gli orecchini d’oro, la catenina al collo ( u
lacc-ttin’) che non raramente portava il ritratto di un caro morto.
Sulla camicetta una piccola spilla di poco conto dono di un’ amica
in pellegrinaggio a S. Nicola o S. Michele. Del resto,
basta guardare foto dell’epoca per capire che non erano le sole
italiane a vestire in quel modo che oggi sembra appartenere ad un altro
mondo. Sapevano quelle donne, però, che una persona deve sapersi
adattare. Quando
cominciarono ad emigrare per raggiungere il marito lontano seppero
adattarsi alla nuova realtà. La sera prima della partenza erano
pronte come le farfalle che escono dal bozzo. Sostituivano la gonna e
camicetta con una veste sobria ma più moderna, tagliavano la
treccia raccolta dietro il capo ( u tupp’), gettavano il fazzoletto
della testa. Pronte ad affrontare la nuova vita. Molte non accettavano
di finire come le donne che le avevano precedute: volevano uscire
anch’esse, andare nelle città del mondo, lavorare e guadagnare
anche per liberarsi da tante catene. Rifiutavano di rimanere sole con
mariti e figli in altre terre come era accaduto nel lontano passato. Mi
raccontava una zia che subito dopo la guerra andò a Napoli: il
marito tornava ogni 3-4 anni dall’ America. Volle andare con lei una
conoscente che chiameremo Maria. Tornava finalmente anche il marito
emigrato in America appena dopo sposati, da più di vent’anni.
Non era mai tornato. Aveva mandato a casa i risparmi ma mai una foto.
Mia zia vide suo marito sulla nave e lo salutò poi gli
andò incontro. Affianco a lui c’era un uomo che chiameremo, per
dscrezione, Mario. Maria lo guardò dubbiosa poi gli chiese: tu
sei Mario? E scoppiò a piangere. Come sei invecchiato, gli
disse. Le rispose: perché non ti guardi allo specchio?, anche tu
sei invecchiata. Un mondo ormai lontano e non so se sia bene scriverne
apparendo incomprensibile, inaccettabile.
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I RICORDI DI CHI HA DOVUTO LASCIARE IL MOLISE I racconti di coloro che hanno dovuto lasciare
la propria terra sono sempre pieni di malinconia. E così, tra le
lacrime, a Macchia Valfortore (Campobasso) la consegna delle pergamene
ai macchiaroli nel mondo, lo scorso 10 agosto, è stata
impreziosita dalle storie degli emigrati. Francesco Maddalena, docente
all’Università di New York, è stato il primo ad
intervenire. “Quando torno a Macchia – ha precisato – faccio
prima una visita al Cimitero, a trovare mio nonno e mia nonna.
Quest’anno ho portato i miei nipotini per far conoscere
loro la terra dove è nato il nonno”. Salvatore Carozza, da 47
anni in Svizzera, si è abbandonato ai ricordi. “Dimenticare il
proprio paese è impossibile” ha ricordato alla platea. Giovanni
Cinelli, partito nel ’57, ricorda la fame di quei tempi, quando la
confezione di un abito costava 3.500 lire, si pagava a rate, e lui, che
aveva una sartoria con il fratello, doveva attendere il raccolto per
avere qualche soldo. Pasquale Giglio, emigrato in Francia, ha
acquistato una casa, a Macchia, nella speranza di tornare con i suoi
figli. “Sono 45 anni che ho lasciato Macchia per la Svizzera – ha
raccontato piangendo Carmela di Nacci – e il mio pensiero va ogni
istante al mio papà, Renato Salvatore, che ha fatto tanti
sacrifici. Io avevo quattro anni quando sono partita lasciando per
sempre Macchia Valfortore”. E la giovane orologiaia, dalle cui abili
mani escono capolavori che valgono anche 150.000 euro, ha ringraziato
l’Amministrazione perché “la seconda generazione conservi
gelosamente, a memoria futura, il ricordo del sacrificio dei padri”.
Zia Antonietta Pizzuto ha raccontato di essere partita nel 1955 e di
essere tornata solo quattro volte. Maria Carmelina D’Elia, stabilitasi
a Bologna ha voluto spiegare di non sentirsi un’emigrata, dato che
torna ogni anno a Macchia, dove ha portato anche alcuni amici di
Rapallo “diventati macchairoli pure loro”. Da Roma Nicolina Santullo
è tornata indietro con la memoria al viaggio di
papà Giovanni, quando lei aveva 7 anni. “Abbiamo portato mio
padre quest’anno – ha aggiunto – In paese abbiamo una casa, realizzato
con tanti sacrifici dai miei genitori emigrati in Germania”. Giuseppina
Russo, 57 anni di emigrazione, prima in Svizzera e poi in Canada, come
gli altri, non ha retto all’emozione. Nel 1961 era partita zia Rosaria
Colavita in Mignogna. “Quest’anno – ha invece riferito orgogliosa
Vincenza Di Nacci, sorella di Carmela – ho portato mio marito e le
ragazze per mostrare loro la Terra del nonno e della nonna”.
Particolarmente toccante la testimonianza di Florinda Cifelli, che ha
raccontato di essere partita a 25 anni, lasciando in Italia, a Macchia
Valfortore, un bambino di tre anni. “Credo che oggi – ha commentato –
nessuna mamma farebbe un sacrificio tanto grande, lasciare un figlio
piccolo per cercare lavoro, per offrirgli un futuro migliore”. Pure
ogni anno torna “a casa” Nicola Zingaro, tipografo, da 50 anni in
Emilia Romagna. Lungo e “creativo” l’intervento di Antonio Camapanelli,
artista emigrato a Genova, che a Macchia ha inaugurato una personale di
pittura presso la struttura polivalente di Protezione Civile, dono del
popolo del Trentino. “Ho 100 anni – ha detto con ironia – anche se
all’anagrafe me ne danno solo 80. Avevo solo dieci anni, infatti,
quando il mio favoloso nonno mi ha raccontato per filo e per segno i 20
anni precedenti, che io conservo scolpiti nella memoria. Ricordo quando
andavamo a cogliere i fichi alle 4 del mattino, così erano
più freschi e gustosi, ed ero ammaliato dalla vista di
Carlantino e del fiume Fortore che si illuminava alla luce dell’alba.
Ecco, è stata quella luce, quel ricordo intangibile che si
è impossessato del mio cuore, a fornirmi l’ispirazione per i
miei quadri”. E Camapanelli ha raccontato di quando è partito,
nel 1938, senza dimenticare mai il suo paese. Zia Maria Pizzuto
all’estero non ci è mai andata, ma ha voluto portare il proprio
saluto e il ricordo dell’ospitalità data agli emigranti.
“Ringrazio chi è tornato – ha sottolineato – e auguro a tutti di
poter realizzare i propri sogni, qui a Macchia e ovunque nel mondo”.
Da : Un Mondo d'Italiani di
Mina Cappussi.
Nelle baracche tra i grattacieli di |
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IL DIALETTO MOLISANO : CONOSCERLO, AMARLO, PROTEGGERLO
Angolo Poeti Molisani
Quanto è bella/ la terra del Molise/ pure
s’è piena/ di pietre e malerba/ Con le montagne alte/ con la
neve bianca/ e col mare pure/ sempre azzurro/ E la gente, i paesani
miei/ è tutta gente buona e bella/ Gente semplice, attaccata/
alla terra e al lavoro/ gente che scende dalla montagna/ gente col
cuore spezzato/ Sì lo so o paesani miei/ la terra nostra
è povera/ ma bella com’è essa/ in terra non ce ne sta/ E
vedo ancora dalla finestra mia/ quella montagna bianca/ da dove una
volta vedevo/ il lupo che scendeva/ piano piano/ tutto affamato/ a
questo paese disabitato/ Ma la povertà e la carestia/ la fame e
l’ingordigia del denaro/ mandano questa buona gente/ assai lontano/ e
sopra questa terra bella/ sana, aspra e forte/ non ci resta che il lupo
affamato. NAVIGATORI MOLISANI E ARTIGIANI DEL WEB |