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Quanto
è bella/ la terra del Molise/ pure s’è piena/ di pietre e
malerba/ Con le montagne alte/ con la neve bianca/ e col mare pure/
sempre azzurro/ E la gente, i paesani miei/ è tutta gente buona
e bella/ Gente semplice, attaccata/ alla terra e al lavoro/ gente che
scende dalla montagna/ gente col cuore spezzato/ Sì lo so o
paesani miei/ la terra nostra è povera/ ma bella com’è
essa/ in terra non ce ne sta/ E vedo ancora dalla finestra mia/ quella
montagna bianca/ da dove una volta vedevo/ il lupo che scendeva/ piano
piano/ tutto affamato/ a questo paese disabitato/ Ma la povertà
e la carestia/ la fame e l’ingordigia del denaro/ mandano questa buona
gente/ assai lontano/ e sopra questa terra bella/ sana, aspra e forte/
non ci resta che il lupo affamato. (Da Poesia e Narrativa Molisana),1960
TERRA MULESANA (di Ugo D' Ugo Campobasso)
Quant’è bèlla la tèrra d’u Mulise,pure s’è chiéne de vrécce e malajèrva,/ che le muntagne aute,che la néva ghiancae che lu mare pure,sèmpe azzurre./ E la gènta, le paisane mije,tutta gènta bona e bèlla. Gènta ‘ngènua, attaccata/ a la tèrra e a la fatija, gènta ca scégne da la muntagna, gènta cu core spezzate!/ Sì, u sacce, o paisane mije, la tèrra noštra è povera,ma bèlla cumme a éssa/‘ntèrra nen ce ne šta. E vére ancora da la funèštra mia chélla muntagna ghianca/ d'andò na vota vedèau lupe ca scegnèa chiane chiane tutt’affamate/a ‘štu paése spaisate. Ma la puurtà e la caraštija, la fame e la ngurdenija d’u renare,/mannene ‘šta bona gènta assai luntanee ngopp’a ‘šta tèrra bèlla, sana, aspra e forte‘nce rèšta ché u lupe affamate. (Da Pöesia e Narrativa Molisana)1960 |
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VOCI,
SUONI, RUMORI E SILENZI DEL MIO PAESE.
Dott.
Nicola Picchione...
Di solito i
ricordi sono affidati alla rievocazione di fatti e persone, alla
descrizione di luoghi. La maggior parte dei ricordi affiora
dalla memoria visiva. Viviamo in un mondo dominato dalle immagini
che ha attenuato il valore di alcuni sensi come l'olfatto.
Ricordo particolari odori con i quali avrei saputo riconoscere
una casa bonefrana anche se ci fossi entrato ad occhi chiusi. Nelle
case di allora, molto più che in quelle di oggi, si sommavano e
si fondevano una moltitudine di odori che finivano per conferire alla
casa una sorta di particolare personalità olfattiva.
Oggi l’olfatto è ritenuto meno importante, i fiori attirano non
per il profumo ma per il solo aspetto. Anche l' udito, frastornato da
rumori eccessivi e spesso sgradevoli tende ad affievolirsi, quasi
ritirando le sue antenne come i tentacoli di un polipo infastidito.
E', dunque,
il mondo dell' occhio. La memoria si adegua, l’evocazione di
immagini richiama non solo altre immagini ma esperienze e fatti
lontani, anelli via via sorgenti dai precedenti a formare una catena di
ricordi: parti da una piccola immagine, da una scena minuscola che
affiora per caso alla mente e rischi di immergerti in un abisso di
ricordi. Ad esempio il solo ripensare a che cosa c’ era affianco
casa mia mette in moto i miei ricordi, riportando a galla fatti e
persone cui non pensavo più. Dove ora c’ è una casa c’era
un orto rialzato rispetto al piano della strada dalla quale era
separato da un basso muro di pietre a secco ( a murell’ ). Dietro
si alzava una siepe
di sambuco. Per noi ragazzi il sambuco era una pianta particolare
perché dovevi guardarti dal mangiarne i frutti piccoli, neri,
carichi di succo. Ci ripetevamo che erano velenosi, non so
perché: ho imparato che se ne possono fare, invece, ottime
marmellate. Dicevamo che, invece, quei piccoli frutti neri erano adatti
per fare l' inchiostro che, però, nessuno di noi si era mai
provato a fare. Con i rami del sambuco d’inverno facevamo uno
strano giocattolo molto semplice che non saprei definire con un termine
italiano: u t-r-tupp-l’.
In pratica ritagliavamo un corto cilindro-quanto il palmo di una mano-
lo liberavamo del midollo interno ottenendo uno stretto canalino vuoto
cui adattavamo una sorta di pistone fatto con un pezzo di
legno adattato col coltello
in
modo che scorresse nel canalino. Ci procuravamo della stoppa
prendendola dai materassi o da qualche vecchia coperta
imbottita e masticandone due piccoli batuffoli
ottenevamo due pallottoline umide. Le introducevamo, nel cilindro, una
in cima e l’ altra alla estremità opposta. Spingendo col petto
fortemente il pistone contro la pallottolina più vicina, si
creava una compressione dell’aria tra le due pallottoline e alla
fine quella in cima fuoriusciva con forza battendo contro le
nostre mani pronte a recuperarla che ricevendo vari colpi
finivano per scaldarsi. Era un modo come un altro per scaldarsi le mani
d’inverno mentre quel rumore di piccolo scoppio ci rallegrava. La
tonalità del rumore all’uscita della pallottola di stoppa era
determinata dal diametro del cavo del cilindro: dipendeva dalla nostra
scelta del pezzo di sambuco. Così c'era u masculon' e u masculitt' , u
f-mm-non' a seconda che il rumore del colpo fosse grave o
acuto. Ognuno di noi ( eravamo tanti- Tonin’,
Frangisc’ , Caitan’, D-nat’, C-l-stin’, Frang-schill’…-e ci siamo persi di vista) aveva il suo t-r-tupp-l’ col suo rumore
particolare.
Quella
siepe ospitava d’estate innumerevoli lucciole e la sera le traiettorie
delle loro scie luminose non attraevano soltanto altre lucciole per
amoreggiare e riprodursi ma anche noi ragazzi che le catturavamo per
metterne alcune sotto un bicchiere nella ingenua speranza che -come
qualche vecchio ci aveva garantito- durante la notte si trasformassero
in soldi metallici. Si impara anche dalle delusioni. Questo
esempio rappresenta un ricordo nel quale non entrano suoni e rumori e
il ricordo potrebbe continuare a lungo rimandandomi più indietro
al carro blindato americano che sostava proprio vicino quel muretto a
secco, ai soldati americani; oppure richiamare la mia memoria a una
foto di mio padre molto giovane che lo ritrae bello, elegante e
sorridente appoggiato a quel muretto. Si potrebbe partire da un piccolo
ricordo per navigare a lungo nel gran mare della memoria. Del
resto, Proust ha costruito il suo voluminoso capolavoro proprio
facendo rimbalzare i ricordi da uno all’ altro. Invece, si
può tentare di rievocare atmosfere particolari limitandosi
soltanto alla memoria uditiva. Proverò a farlo rievocando
le voci, i suoni, i rumori ed anche i silenzi di quell' epoca ormai
lontana.
La mattina, soprattutto d' estate, il silenzio
era rotto all' alba dai passi dei contadini e delle loro bestie che si
avviavano ai campi. Era il rumore discreto, quasi ritmato che gli
zoccoli ferrati producevano sui ciottoli cui si aggiungeva quello
più leggero, quasi strascicato delle scarpe dei contadini
munite di robusti chiodi a volte grandi ( i
centr' e i c-ndrell') che servivano a limitare il
consumo delle suole. Spesso alcuni di questi chiodi si staccavano
finendo tra la polvere della strada e costituendo un pericolo non solo
per le gomme delle biciclette ma anche per i piedi nudi dei ragazzi
poveri. Il rumore dei passi e degli zoccoli era sovrastato di tanto in
tanto da quello delle ruote coperte dal cerchio di ferro dei carri ( i cherrett' e i trein' ). Ogni
tanto a questi rumori si frapponeva qualche voce che incitava un
animale o salutava qualcuno. Erano le voci del paese che iniziava a
vivere e lavorare quando la luce era ancora tenue e lottava col buio ( tra lum' e lustr' ). Era una sorta
di brontolio discreto che non infastidiva come ti violenta oggi il
rumore aggressivo delle moto.
Più tardi
-quando già i contadini avevano già fatto nei campi una
parte del loro lavoro e stavano facendo colazione- la strada si
animava di altri rumori: gli artigiani avevano aperto le loro botteghe
e salivano nell’ aria le voci dei ragazzi che andavano a scuola.
Si chiamavano, si rincorrevano. Allora auto e moto passavano raramente, senza correre.
C’era il pullman blu dei Fantetti che arrancava alzando polvere;
andava alla stazione e due volte la settimana a Campobasso. C’era
l’ autocarro di Ercole di S. Croce, un vecchio OM col lungo muso col
quale il vecchio (così mi sembrava) dal profilo adunco e severo
di un antico indiano trasportava merce da Campobasso a S. Croce.
Guidava con estrema lentezza (partiva da Campobasso alla chiusura dei
negozi e passava per Bonefro verso le 3-4) dando modo a noi di
appenderci dietro e farci trascinare per poi abbandonarlo senza rischio
di cadere come accadeva con camion più veloci. Durante il giorno
potevi sentire una madre o una nonna chiamare a gran voce un figlio o
nipote per andare a “fare un servizio”. Potevi sentire la voce acuta di
una donna richiamare i pulcini per dare loro la pappa ( a far-nerell' ); era un richiamo
acuto in crescendo(Viiiiiiil-vil-vil-vil) che veniva
urlato anche quando il cielo si copriva di nuvole nere e minacciava un
temporale improvviso che avrebbe colto per strada i pulcini mettendoli
in pericolo. Potevi sentire il richiamo di un ambulante che passava per
il paese e tentava di attirare l'attenzione della gente. Chi comprava
stracci ( jamm' i c-nciun', u
c-nciunar'), chi offriva un tegame o una
pentola in cambio dei capelli lunghi di donne che avrebbe rivenduto per
confezionare parrucche ( “ e capill' o'
cap-llar' , urlava con un accento napoletano spesso falso
), chi comprava le uova ( una frase secca e ripetuta: chi tè l' ov' ). Un altro
poteva passare col suo piccolo carico di chincaglieria esposta su
una cassetta tenuta a tracolla con una cinghia: pettini e
pettinesse! A p-tness’ era il normale pettine; u’ pett-n’ era più corto, fatto
d’osso, a denti molto stretti e lunghi ed era usato soprattutto per
eliminare le uova di pidocchi che allora erano molto diffusi. Le donne
portavano la crocchia ( u’ tupp’)
e si pettinavano ogni 7-15 giorni i lunghi capelli raccolti
a treccia prima di comporre la crocchia avvolgendo la treccia dietro la
testa per poi coprirsela col fazzoletto legato sulla nuca, quasi sempre
nero o blu. Più spesso si facevano pettinare da un’ amica,
magari sull’ uscio di casa. Ogni tanto passava anche il venditore pugliese di
calce viva col suo carro trainato da uno stanco cavallo ( chi vò a
cavec' egghianch' ! ) o passava l' ombrellaio o l'arrotino
con la sua bicicletta con di mola a pedale
( “ Donne, portate forbici e cortelli”).
Potevi sentire la voce del venditore di “pianete”, piccoli foglietti colorati sui quali era scritto il tuo destino. Un piccolo pappagallo colorato estraeva a caso col becco da un cassetto uno dei tanti foglietti e tu vi leggevi il tuo destino e la tua fortuna, una sorta di oroscopo. Così ti consolavi a sapere che avresti avuto la ricchezza o l’amore magari con qualche difficoltà che avresti senz’ altro superato. Potevi anche comprare per poche lire il canzoniere con i testi delle canzoni di successo. Ma la voce che sentivi più spesso,
più volte al giorno, era quella di M-ngucc' Busc' il banditore. Con i capelli
a spazzola e un occhio spento, a volte – quando passava verso sera-
incespicando anche con la voce se aveva bevuto un bicchiere di troppo,
si fermava nei punti strategici imboccava la sua tromba simile a un
corno di vecchio ottone capace di una sola nota, un La ormai stonato, e
vi soffiava dentro più che poteva per richiamare l'attenzione.
Se il richiamo non gli riusciva bene e si smorzava troppo presto, lo
ripeteva prima di dare l’annuncio. L' artigiano si fermava imponendo in
bottega il silenzio ( zitt' , s-ntim’ u'
banneiol' ) e il banditore urlava in dialetto le
informazioni : “ Chi avess' r-truvat’
‘na chiav’ a purtass’ emmé..” oppure: “ Na chianch' di G-sepp' u
mac-llar’ z' venn' a carn' a vasc'
mecèll' “: poteva capitare che una mucca
morisse non per malattia ma per incidente o per indigestione o per
parto e la carne veniva venduta a prezzo ridotto. Annunziava anche
l'arrivo in piazza del pescivendolo vicino al quale si formava un
gruppetto di chiazzaioli e qualcuno allungava ogni tanto la mano per
prendere un' alice e mangiarla cruda dopo averla ripulita degli
intestini. Il pescivendolo affidava una parte della merce a Nucent', un uomo magro e alto
(così sembrava a me ragazzo) che poi girava il paese con due
cassette di legno tenute elegantemente sotto il braccio in cerca di
clienti . Annunciava ad alta voce “ Andiam'
, due chili di alici a cento lire!”.
Quando il campanile dava il
segnale di mezzogiorno, nelle strade calava di colpo e totale il
silenzio che sembrava contribuire a cristallizzare la luce abbagliante
dell'estate. Anche quel silenzio era spesso interrotto
improvvisamente dal lontano canto imperioso di un gallo che riempiva
l'aria a proclamare il suo imperio sul pollaio. Il canto occupava
l’aria come una sonora esplosione quasi riempiendola ed
espandendosi, poi sembrava sfioccarsi affievolendosi come se
ricadesse a terra vinto dalla quiete di quell’ ora e il gallo si
arrendesse al silenzio sicuro che nessuno minacciava il suo regno. Non
so perché ma quel chicchirichì che saliva nell’aria
prolungato e prepotente e che rapidamente andava morendo, mi metteva
una grande tristezza eppure quando andai via da Bonefro, ragazzo,
sentivo nostalgia proprio di quel canto che, nel ricordo, mi richiamava
la campagna, l’aria di paese, la libertà di correre. Poi
il pomeriggio si riempiva delle voci dei ragazzi che diventavano
padroni della strada.
Al tramonto tornava il tramestio sulla breccia degli zoccoli, delle scarpe chiodate, dei carri: l' ora del ritorno dai campi. Mentre dai camini iniziava ad alzarsi il fumo azzurrognolo che indicava la preparazione della cena, altri esseri continuavano la dura lotta della sopravvivenza diffondendo i loro rumori: il cielo si riempiva del volo delle rondini e credo che le loro strida, il loro garrire non fosse il volare giocoso come sembrava a noi ragazzi ma l'equivalente delle voci degli uomini- il cenciaiolo, l' ombrellaio, l'arrotino- alla ricerca di cibo per sé e per i figli. Non c' era grondaia che non fosse affollata di nidi di rondini e rondinelle piene di piccoli col becco perennemente spalancato a reclamare cibo. Poi veniva la sera. Le voci dei piccoli gruppi davanti casa erano discrete: si passavano notizie, commenti, pettegolezzi, piccoli segreti che tutti conoscevano. Passavano gruppi di giovani che cantavano le ultime canzoni di successo sentite alla radio ( Il primo amore non si scorda mai, Solo me ne vo per la città, Ma tu non hai compreso questo amor) o qualche canzone a dispetto con parole composte non si sapeva da chi ispirate a qualche piccolo scandalo locale. Poi scendeva la notte che
portava il meritato riposo, la notte col suo silenzio interrotto da
qualche latrato lontano di cani o, quando iniziava la buona stagione,
il miagolìo prima lamentoso e implorante poi rabbioso di gatti
in amore. Di fronte casa mia c'era un olmo col nido di un uccello
notturno ( u cell' da male chenzon'
) che ripeteva il suo monotono, breve richiamo quasi a segnare
il tempo della Primavera come un tic-tac d’orologio. Ogni tanto vagava
anche il richiamo della civetta che era ritenuto di cattivo augurio,
portatore di morte che colpiva non si sapeva bene se la casa dove la
civetta si posava o quella verso la quale guardava. Le civette, uccelli
bellissimi e dall’ aspetto pieno di dignità, avevano questa
cattiva fama ed erano perseguitate dai ragazzi. Ne ricordo una con le
ali inchiodate su una porta – un crocifisso- bersaglio dei ragazzi con
il loro arco e le frecce fatte con le stecche appuntite di vecchi
ombrelli.
D'inverno cambiavano suoni e rumori soprattutto quando nevicava. La neve copre ma non maschera: trasforma. Muta il paesaggio, si addolcisce; gli angoli si smussano, scompaiono i colori scuri dei tetti e degli alberi spogli. Mutano anche i suoni e i rumori, diventano più morbidi, si smorzano gli acuti, si crea un’ eco che però svanisce rapidamente raccolto e assorbito dal manto nevoso. La neve è un invito al silenzio. Scompare il rumore dei passi, le rare voci sembrano provenire da lontano. Il suono dell’ orologio del campanile arriva ovattato. Il silenzio della neve è diverso dagli altri. Se sei andato a letto senza che avesse nevicato e ti svegli la notte, capisci che ha nevicato. Non sai perché, non riesci a spiegare la sensazione che provi ma giureresti che è caduta o sta ancora cadendo la neve. Ti alzi infreddolito ( allora non c’era riscaldamento) vai alla finestra e hai la conferma: sciocc’ ! . Se eri un ragazzo, gioivi a vedere la neve. Non perché non saresti andato a scuola: ci saresti andato comunque, anche con la neve, ma poi all’uscita sarebbe stata una festa con i compagni. Non per tutti era una festa. Non per maiali che vedevano arrivare la loro ultima ora. Non per i passeri che non avevano da raccattare qualche pezzetto di cibo e finivano con l’essere ingannati dal chicco di granturco infilato nella tagliola nascosta sotto la neve. Nemmeno per chi era tanto povero e non aveva la legna per il fuoco. Allora potevi sentire di notte un rumore particolare, il rumore della miseria estrema e del bisogno: qualcuno andava a tagliare la legna nel bosco di fronte, la Difesa. Toc- toc : colpi secchi, decisi, dati con forza per fare prima possibile. Di notte, di nascosto per evitare di chiedere il permesso al Comune e di pagare. Così emergono ricordi entrati dall’ udito, depositati in una parte della memoria dalla quale si estraggono piccole schegge di un mondo di tanti anni fa, voci, rumori, suoni che animavano il paese, e silenzi che non erano vuoti ma davano cadenza alle voci e ai rumori, ordinandoli secondo le stagioni e le ore. Ho provato a richiamarne alcuni, una piccola parte : come sempre, piccole storie ormai sepolte da altre voci da altri rumori forse meno discreti, più violenti. Ogni epoca ha le sue voci, i suoi suoni e rumori, le sue pause: sembrano non lasciare tracce, sembrano un moto invisibile dell’aria, onde che subito muoiono. Eppure entrano dentro di noi e vanno a depositarsi in un oscuro magazzino. Basta trovare la chiave, aprire ed essi usciranno e voleranno per un po’. Solo per un po’. Nicola Picchione, Giugno 2009 |
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i campi d' internamento Una breve analisi di Giorgio Giannini
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