Palata
Roberto della Rocca was the
first feudal lord, then in 1269 the fiefdom passed to Francesco della
Posta, while the last lord was Azor Pallavicino Zapata, Duke of
Villahermosa, when in 1807 feudalism was abolished.
A very beautiful festival is
held on 13 June for St. Anthony from Padua, when a parade of colorfully
decorated wagons drawn by oxen proceeds along the streets of the
village, probably a tradition inherited from the Slavic colonists that
came to Palata in the early 16th century .
Info: Altitude: 527 m a.s.l
Territory: hilly -- Population:
ca. 2000 inhabitants --
Zip/postal code: 86037 -- Phone Area
Code: 0875
Patron Saint: San Rocco on 16 August
Wath to see: Church of Santa Giusta located
Il nome del comune trae origine
dalla propria contrada rustica, comunemente chiamata “Palatella”. Lo
stemma porta nel campo due pali, incrociati come una Croce di S.
Andrea, e probabilmente sta ad indicare gli abbondanti raccolti e la
fertilità dei campi di Palata. Il primo feudatario noto di
Palata fu Roberto della Rocca, intorno al XII secolo. All’inizio del
periodo angioino, nel 1269, metà del feudo di Palata diventa di
proprietà di Francesco della Fosta. Successivamente, nel 1315,
il feudo passa al conte di Gravina, e, alla morte di costui, nel 1354,
a causa della mancanza di un erede, fu posta al demanio. La famiglia
Ionata riprese il feudo, ma già nella prima metà del XVI
secolo l’odierna Palata era intestata a Giovanni Orsini, al quale
però furono confiscati i beni dal viceré di Napoli.
Questi assegnò Palata metà a Clemente a’ Socar,
metà ad Alvaro di Brancamonte. A Clemente a’ Socar successe il
figlio Giuda, che prese il possesso di tutto il feudo. Nella prima
metà del XVII secolo, però, la potente famiglia Toraldo
prese il controllo di Palata.
Palata è un piccolo paese
che nasce tra il 1509 e il 1531, viene definita una terra di
emigrazione in quanto molti cittadini di questo paese nel tempo si sono
spostati all’estero. La prima ondata migratoria portò questa
popolazione a spostarsi verso l’America soprattutto in Argentina e
Brasile e poi in seguito in Usa e Canada. Il secondo flusso migratorio
si ebbe dopo la seconda guerra mondiale ed interessò questa
volta l’Europa e l’Australia. In seguito a questi avvenimenti ancora
oggi il Comune di Palata mantiene stretti i rapporti con le varie
comunità sparse nel mondo, organizzando numerose iniziative e
viaggi per far si che ci sia uno scambio culturale tra le diverse
popolazioni.
Una delle piu' incantevoli
vedute che si possono godere nel preappennino del basso Molise e' in
questo di Palata. Questo paese sita su di una collina solitaria a 525
metri sul Mare, gode di un clima dolce ed asciutto, perchè
risente l'influsso del mare e della montagna. Difatti dalla cima della
torre campanaria della chiesa Parrocchiale, ovunque si volge lo sguardo
si ammirano sempre Nuovi panorami e nuove vedute. Davanti la chiesa
parrocchiale troviamo piazza del popolo e il palazzo ducale, il quale
oggi ha perduto tutto della sua epoca feudale. Difatti dell'antico
castello, sito su una roccia cespugliosa, che nel 1910 fu trasformata
in una splendida piazzetta, denominata piazza poggio ducale, con
un'imponete balconata a cui vi si accede dalla piazza del popolo. Ogni
citta, ogni paese quasi sempre trae il suo nome dal sito, da un
personaggio, da qualche movente o fattore importante, da cui facilmente
se ne intende il significato. Per la denominazione di Palata
c'incontriamo in difficoltà e disparità non comuni,
soprattutto, perche nello studio c'imbattiamo con autori che, pare non
abbiano preso la parola sul serio e con interesse, per cui nel dare al
nome di Palata un significato, non sono riusciti brillanti nelle loro
dichiarazioni. In secondo luogo è la stessa storia che ci mette
in difficoltà, perchè mentre da un lato essa ci assicura
che Palata abbia avuto la sua origine fin dal 1187, dall'altro ci da
piena certezza che sia sorta tra il 1509 ed il 1531.
Tra tutte le ipotesi scritte sui
libri, la più veritiera potrebbe essere che il nome derivi da
palatella o paludella o paduli, che era un antico casale di cui la
storia non fa mai menzione. In qualche testo, si legge che: Palata
originaria, antica e Prettamente Molisana esistita dal 1187 corrisponde
a quella distrutta chiamata anche palatella e quella nuova, sorta tra
il 1509 ed il 1531 sia di origine Slava, e che il termine Slavo
Palathia, facilmente si sia convertito per somiglianza fonica in
Palata. Molto suggestiva e attraversare il borgo antico. Era circondato
da gallerie sotterranee con vasti cunicoli, tutti riallacciati alle
abitazioni corrispondenti. Questi erano i rifugi in caso di emergenza
durante le scorrerie dei pirati e dei briganti che infestavano la zona.
Ma in tempo normale i signorotti vi si recavano specialmente nelle ore
notturne, per non essere scoperti nel consumare le loro orge.
L'antico borgo medievale
conserva tutt'ora tutte le antiche stimmate, come sul portale
dell'abitazione del Governatore del popolo. La chiesa parrocchiale, un
tempio costruito in perfetto stile Basilichese. Internamente a tre
navate maestose con otto arcate di cui le prime due sono murate. Ma il
piu' pregevole è l'altare maggiore che è lavorato con una
finezza e precisione straordinaria in stucco, riproducente i marmi piu'
preziosi. E' un'opera piu' antica che rara di maestri locali, che non
hanno insegnato a nessuno il segreto della loro arte che poi è
tramontata con la loro morte. L'ha fatto Mastro Gregorio da Palata nel
1725. Inizialmente il campanile era alto 20 metri con cupola conica a
trottola capovolta. Questa ha resistito fino al 1899, quando
l'arciprete Palombo vedendo che stava per cadere, la fece abbattere e
cosi' il campanile restò monco e piatto.
Fuori del paese troviamo la
cappella della Madonna di S. Giusta. Stando sempre alla tradizione, la
pieta' e la fede dei nomadi pastori, diedero il desiderio della loro
piccola S. Giusta, devotissima della Vergine Maria, eressero una
cappella alla Madonna a nome della Santa. La cultura popolare Molisana,
presenta nitide immagini del passato. Il patrimonio di tradizioni e di
manifestazioni popolari, esprime una rielaborazione originale di
ambienti ed epoche diverse, che detonano pero' l'influenza decisiva
dell'antico assetto economico. L'agricoltura e la pastorizia,
storicamenti prevalenti, ma anche la transumanza, hanno inciso molto
sul modo di vivere e di pensare.
Santa
Maria Del Carmelo
La Madonna del Monte Carmelo, comunemente chiamata la Madonna del
Carmine, prede nome da un monte che in Palestina si protende sul Mare
Mediterraneo, formando un ripido promontorio. E' - o meno era un tempo
- ricco di verde e di vegetazione, da cui il nome di giardino o
frutteto. Nell'antico testamento si legge l'episodio del Profeta Elia
il quale, pregando sul Momte Carmelo durante una disastrosa siccita'
che aveva colpito la terra di Israele, vide in cielo formarsi una
nuvoletta, che rapidamente si allargò e presto coprì la
volta celeste, sciogliendosi in una lunga pioggia ristoratrice, grazie
alla quale la terra riarsa ritrovò fertilità e
abbondanza. La nuvola avvistata dal Profeta Elia e la pioggia
miracolosamente caduta dal cielo viene considerata una delle molte
figure profetiche di Maria, fonte di ogni grazia e pioggia di
santità sull'arsura del male. Lo stesso Elia, secondo la
tradizione, avrebbe istituito sul Carmelo un ordine di solitari che
onorano nella penitenza e nella preghiera la Vergine non ancora nata,
destinata ad essere Madre del Messia.
Per tracciare la storia dell'ordine Carmelitano, occorrerebbe rievocare
la veneranda figura di San Simone, denominato Stock perche' fuggito
dodicenne dalla casa paterna, si rifugiò come eremita nel tronco
cavo di una grande quercia. Nato nel Kent, in Inghilterra, nel 1185,
Simone Stock divenne più tardi superiore generale dell'ordine
dei Carmelitani. Fu in questa alta carica che egli ottenne, dal papa,
l'approvazione definitiva della regola Carmelitana, già da tempo
codificata da San Broccardo e dal Beato Alberto. Ma ancora piu'
importante, nella storia dell'ordine religioso del Carmelo fu la
visione di San Simone Stock, al quale, nel corso dell'anno 1251,
apparve la Madonna in veste di nostra Signora del Carmelo, consegnando
al veccho penitente e superiore generale il prodigioso scapolare che,
ella annunziò, avrebbe liberato dalle pene dell'inferno tutti
coloro che lo avesse indossato. All'eco di questa apparizione e alla
diffusione dello scapolare del Carmelo, è legata la grande
fioritura dell'ordine Carmelitano tra il tredicesimo e il
quattordicesimo secolo.
Ma non si creda che
l'anzianita' di quest'ordine risalga soltanto al tempo di San Simone
Stock, o tutt'al più a quello di San Broccardo. Quando, nel
1226, la nuova regola monastica fu approvata dal Papa Onorio terzo, i
Carmelitani istituirono la festa della Madonna del Monte Carmelo, per
festeggiare il riconoscimento della loro regola e al tempo stesso per
ricordare l'antichissima origine della spiritualità Carmelitana.
L'ordine del Carmelo vide, in quei tempi una vastissima diffusione
dell'ordine Francescano e di quello Domenicano. Non mancò
città che non avesse la sua chiesa dedicata a Maria, fiore del
Carmelo, e il suo convento di Carmelitani, continuatori di una
millenaria tradizione di pietà Mariana.
Nella festa della Madonna del Carmelo
si ritrova così un'ideale punto tra i millenni dell'antica
alleanza e i secoli della redenzione. E non è senza un profondo
significato che tale punto di incontro avvenga nella figura e
nell'amore di Maria, fonte di ogni salvezza, pioggia di ogni grazia,
fiore del Carmelo. Al termine della processione la Madonna viene
riportata presso la chiesa di San Rocco, fondata dai frati conventuali
di San Francesco della Scarpa nel 1526, dove tuttora la Madonna del
Carmelo viene custodita. Prima che la statua venga messa a dimora,
viene lasciata davanti il sagrato della chiesa fino a quando il parroco
impartisce la benedizione finale ai carri carichi di grano. Mentre le
mani dei fedeli sfiorano la statua di Maria, i carri si avviano a
portare il frumento nel luogo stabilito per la trebiatura. Il grano
ricavato servira' successivamente per confezionare il pane
dell'eucarestia - il corpo di Cristo assunto dai fedeli duranti la
mensa eucaristica.
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LA
TRADIZIONE : IL VINO di Eric Moscufo
Traduttore:http://w3.systranlinks.com/systran/cgi
“Cuott”, “acciacc e svin”,
“fermentat”, espressioni dialettali caratteristiche associate ad uno
dei più antichi e nobili mestieri artigianali: l’arte di fare il
vino. Tali termini risuoneranno di qui a poco nelle parole di gran
parte della popolazione del nostro paese, anch’essa coinvolta in pieno
dalla raccolta delle uve e la successiva pigiatura che in questo
periodo dell’anno giunge al culmine. Quella di fare il vino è
una tradizione che, oltre ad indubbi vantaggi, racchiude in sé
momenti di vita paesana divenuti ormai piacevolmente irrinunciabili, e
spaziano dai frenetici preparativi all’assaggio del primo bicchiere di
mosto.
Lucidare botti, torchi e
damigiane, verificare la funzionalità della trinciauva,
ricacciare dalla dispensa i “termometri” per il controllo del grado
zuccherino del mosto, andare a raccogliere piante di asparagi da
collocare sul fondo delle botti di legno come inimitabile e
naturalissimo filtro: tante attività che stimolano, uniscono e,
perché no, stancano grandi e piccini, ma si tratta di stanchezza
sopportabilissima perché figlia di un lavoro rallegrante. E alla
fine, come giusto premio, arriveranno le prime stille del nuovo mosto
che zampillerà allegramente tutto intorno al torchio anche prima
che l’uva venga pressata.
Scene che ognuno di noi ha
vissuto fin da bambino e che accompagnano l’autunno di praticamente
tutta Palata, così come partner caratteristico del periodo
è l’inebriante profumo che pervade “le vie del borgo”: del
resto, “dal ribollir de’ tini va l’aspro odor de i vini l’anime a
rallegrar” lo aveva detto anche Giosuè Carducci qualche anno
addietro… E allora, in attesa dell’assaggio ufficiale previsto per il
“San Martino” (l’11 novembre), giorno in cui “ogne musht z’è
fatt vin”, non resta che augurare Buon Vino a tutti! http://www.ilgiornaledipalata.htmx.it/
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Tobia
Paolone - Ida Di Ianni // Tel. /Fax + 39 0865.953593 //